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Tra acqua e cielo a Morcote (CH)

Dal 3 agosto al 27 agosto 2017 Katia Mandelli Ghidini espone presso la 9m2 gallery di Morcote.

Domenica 27 agosto 2017 dalle ore 10 alle ore 12 è previsto un finissage alla presenza dell’artista.

Le fotografie esposte sono numerate, firmate dall’artista e con certificato di autenticità.
La serie è inoltre limitata a 7 esemplari più 1 PDA (prova d’autore).

Tutte le immagini sono stampate in formato 60x80cm.
Il catalogo è disponibile in galleria.

Visite su appuntamento telefonando a Katia 076 336 99 08. Ulteriori informazioni sul sito http://www.9m2.gallery

Durante il finissage dell’esposizione verranno inoltre presentati i nuovi corsi di fotografia con le date per l’autunno 2017 ed i nuovi corsi creativi (carta fatta a mano e rolling art).

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Io, Chiara e… gli scuri

cielo Ciao Pallidoni,

torno a voi per segnalarvi che – proprio ieri – mi sono infilato di nuovo la tutina attillata del Ragionier Tritapalle, l’audace supereroe che più vi attizza, per rispondere alla scrittrice Chiara Zocchi.

Ho schiuso gli scuri della mia tana, ho alzato gli occhi al cielo e ho lasciato che la mia biro corresse sulla carta.

Di seguito, quindi, la mia missiva al Direttore de “La Provincia” e la relativa replica.

Alla prossima e, già che ci siamo, felice 2009!

Il cielo di Varese: un miracolo dimenticato.

Gentile Direttore,

le rubo poche righe per dire la mia, dopo che la scrittrice Chiara Zocchi ha inviato una lettera a Babbo Natale per domandare un po’ di cielo per la nostra Varese. Invidiando quello di Parigi, infatti, la voce della fragile “Olga” è tornata sulla prima pagina (de La Prealpina, n.d.a.) per chiedere all’uomo con la slitta questo dono tanto speciale quanto, a mio avviso, inutile: perché Varese, non lo nego, può aver bisogno di molto, di aria pulita anche, ma non certo del cielo.

Ci sono giorni, al Campo dei Fiori come altrove, in cui il sole, il freddo e il vento fanno dell’azzurro di Varese un blu così brillante da ferire gli occhi, togliere il fiato, isolare da tutto. Anche da se stessi, a volte.

Come adesso, per esempio, oltre la riga di tegole imbiancate che taglia in due la mia finestra e tiene in piedi lo scheletro di un’antenna e un paio di comignoli che fanno fumo. Basta alzare la testa e lo sguardo per rendersi conto di quanto sia grande e generoso il nostro cielo, persino quando le nuvole e la pioggia lo fanno sembrare un lenzuolo sporco.

Al lago, addirittura, in certi momenti arriva in silenzio a cancellare l’orizzonte per specchiarsi nell’acqua insieme ai suoi riflessi. E farsi immenso. Persino in centro, poi, e questa è davvero una stranezza, anche fra i portici di corso Matteotti, dove si cammina sempre a testa bassa e qualche tetto, che oggi sembra più appuntito di qualche anno fa, si illude di tenerlo lontano.

È un cielo, il nostro, che dobbiamo tenerci stretto e a cui dobbiamo voler bene, un cielo che dobbiamo saper farci invidiare. Sempre, questo è ovvio, che si abbia il desiderio di lasciarsi andare insieme a lui.

Paolo Franchini, Varese.

***

Caro Franchini,

questa sua “manzoniana” difesa del cielo di Lombardia dà esca a una riflessione su quanto poco, per non dire nulla, oggi ci capiti di alzare gli occhi dall’asfalto o dall’acciottolato dei corsi e gettare uno sguardo all’insù, perso nelle nuvole. Di questa caparbietà nel tenere il mento rivolto al suolo sono stato testimone la vigilia di Natale, quando, in pieno centro, un merlo solitario cantava in cima a un palo della luce, in anticipo di qualche settimana sulle invernali fischiate di corteggiamento.

Il canto era spiegato, eppure nessuno dei passanti, nei diversi minuti che ho sostato ad ascoltare, ha alzato la testa anche solo per capire da dove venisse il suono. Il cielo sopra Varese ci fa quotidiani regali di bellezza, soprattutto in inverno, quando il vento di ponente lo spazza portando con sé il profumo della neve d’alta quota.

Con il suo continuo mutare di tinte è una metafora del nostro vivere, forse della nostra coscienza, e per questo occorre guardarlo negli occhi, come facevano le popolazioni antiche, per trarne suggestivi auspici.

Mario Chiodetti

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