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Intervista a Piero Conz

Nome: Piero
Cognome: Conz
Ultimo lavoro: Guerriero

Ti va di raccontarci il tuo ultimo lavoro?

Con questo mio romanzo ho cercato di dire che è possibile, e può accadere tutti i giorni, di trovarsi in situazioni diverse da quelle che ci si aspetta debbano avvenire secondo una logica consequenziale. Ma, cosa c’ é di più straordinario di saper cogliere l’ attimo che tocca fuggevolmente come un soffio di vento, quello che fa sognare ad occhi aperti, saperlo gestire e su di esso costruire una nuova vita? Non serve una sfera di cristallo per scoprire i segreti del tempo ma la pazienza di trovare nel profondo dell’ anima la porta dei sogni. Allora si potrà scoprire che c’ é sempre tempo per cambiare la rotta del proprio destino. Allora si potrà gustare la dolcezza dello spirito libero come fosse corsa di cavalli dai garretti sottili e dalle lunghe criniere.

Quando hai iniziato a scrivere, sapevi già che – prima o poi – ti saresti imbattuto in un romanzo come questo?

Tante volte ho desiderato di trasmettere a chi mai mi avesse letto il mio amore per il cavallo, un animale dalla bellezza incredibile. Si perde nella memoria dei secoli la necessità dell’ uomo di voler stabilire con il cavallo un rapporto fatto coincidere sulla comprensione della sua natura e del suo carattere. Ma se l’ uomo ha poco studiato e male interpreta le facoltà interiori del suo cavallo, é forse il cavallo che meglio conosce la psiche dell’ uomo, ne interpreta la parola e il significato di alcuni suoni musicali, interpreta le punizioni e le carezze e i più leggeri movimenti della mano di chi lo governa e lo conduce. E’ forse possibile che il cavallo ami l’ uomo più di quanto l’ uomo ami questo straordinario animale.

Hai mai ballato sotto la pioggia?

Forse una volta poco meno di ventenne convinto di fare un che di originale per conquistare una ragazza.

Esiste un libro che avresti voluto scrivere tu?

“L’ uomo che sussurrava ai cavalli” di Nicholas Evans nel quale per certi versi riconosco un lontano parente che mi insegnò ad amare i cavalli.

La tua canzone preferita è…?

“Le plat pays” di Jacques Brel: una canzone che ancora oggi suono e canto e che mi piace tanto forse perché in quella melodia e in quei versi la sua voce apre un sottile passaggio nella parte più fragile che è dentro di me, quella nascosta in qualche recondito anfratto del mio cuore… e ancora oggi non so il perché.

Che rapporto hai con la televisione?

Non proprio idilliaco; seguo più volentieri i documentari di storia e qualche programma di attualità.

E con il cinema?

Sono un cultore dei western americani (da Ford con “Ombre rosse” a Silverstein con “Un uomo chiamato cavallo”, a Nelson con “Soldato blu”, tanto per fare degli esempi) e da sempre sono dalla parte degli indiani.

Hai mai parlato al telefono per più di due ore?

No, credo proprio di no.

Ti piacciono i proverbi? Ne usi uno più spesso?

Non ho un particolare interesse per i proverbi ma in qualche occasione ne dico alcuni molto coloriti in dialetto veneto

Hai tre righe per dire quello che vuoi a chi vuoi tu. Ti va di usarle?

Agli amici e a chi mi sta vicino vorrei ricordare che all’ alba quando ritorna la luce del giorno c’ è sempre qualche cosa da perdere e sempre qualche cosa da custodire e che c’ è sempre nel profondo dell’ anima un frammento di infinito che se cercato e trovato dà la meraviglia del domani ancora.

Ti sei mai rapato i capelli a zero?

Mai e poi mai: mi sentirei menomato.

Se potessi cambiare una cosa (ma una soltanto) del tuo ultimo lavoro, che cosa sceglieresti? Il titolo? L’immagine di copertina? Altro?

Oggi non cambierei nulla: tante volte ho scritto e riscritto il mio romanzo: alla fine ho fatto la scelta definitiva sia dello scritto sia dell’ immagine di copertina… E ne sono sodisfatto.

Quando scrivi, hai un lettore di riferimento oppure scrivi solo per te stesso?

Scrivo sostanzialmente per me stesso nell’ intento di volermi mettere in discussione e allo stesso tempo sperando di poter trasmettere a chi mi legge le mie emozioni.

Tra due ore si parte per un viaggio su Marte: scegli tre oggetti da portare con te e un aggettivo per descrivere l’umanità ai marziani.

La foto dei miei figli, un album da disegno e un cappello. L’aggettivo? Ospitale.

La cosa che più ti annoia, quella che più ti diverte e quella che più non sopporti.

La montagna mi deprime. La musica mi rallegra, la volgarità mi irrita.

Stai già lavorando al tuo prossimo libro? Se sì, ci regali un’anticipazione?

“Tutta mia la città”: dai sogni di bambino, attraverso le chimere della giovane età fino alla dolce malinconia dell’ età adulta vorrei esprimere la voglia di ricordare e allo stesso tempo di manifestare la sensazione di non essere mai stanco del desiderio del domani. Ricordare fa provare il piacere dell’ esistenza e non importa quale sia il ricordo perché rimane sempre fantastico riconoscere la propria vita e poterla passare in rassegna come pagine di un album di fotografie dove alcune, sbiadite, sono le più care e altre più lucenti sono quelle che lasciano un che di amaro in bocca.

Prima di salutarci, l’ultima domanda è tua. Chiediti quello che vuoi, ma ricorda anche di risponderti.

Cosa desideri per quando sarai vecchio?

Avere ancora il piacere di camminare con la mia compagna la mano nella mano.

Laureato in Medicina, Piero Conz ha svolto l’attività professionale in ambiente ospedaliero, dove ha conseguito importanti riconoscimenti sia di carriera, sia di attività scientifica e di ricerca. Lasciata la professione medica come primario ospedaliero, ha istintivamente dedicato le proprie attenzioni e i suoi interessi alle antiche passioni della creatività. Il suo tempo pieno é dedicato a comporre poesie e racconti, alla pittura e alla musica, nell’intento di esprimere con i versi, con i colori e con il suono il suo crescente e pressante desiderio di ricerca di verità.

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Intervista a Federico Arpad

Nome: Federico
Cognome: Arpad
Ultimo lavoro: Madre de Dios

Hai carta bianca: descriviti come preferisci.

Abitualmente viaggio e mi considero un abitante del mondo che non arriva mai alla meta.

Ti va di raccontarci il tuo ultimo lavoro?

Mi sono trasferito per circa due anni a Roma, frequentando assiduamente la Città del Vaticano e rinsaldando l’antica amicizia con un cardinale, il quale ha ispirato il thriller che ho scritto e riscritto. Presso l’Economato Vaticano sta accadendo…

Quando hai iniziato a scrivere, sapevi già che – prima o poi – ti saresti imbattuto in un lavoro come questo?

Dietro la rapina del secolo in banca c’è sempre il basista. Dietro le quinte dell’immaginazione c’ è spesso la verità. Il Vaticano richiama attenzione perché è costituito da uomini di Dio e da uomini senza Dio.

Hai mai ballato sotto la pioggia?

Sì, a Copacabana, in Brasile, insieme a una carioca.

Esiste un libro che avresti voluto scrivere tu?

“In nome della rosa” di Umberto Eco.

La tua canzone preferita è…?

Enjoy the Silence, il secondo singolo di Violator, indimenticabile quanto il video diretto da Anton Corbijn.

Che rapporto hai con la televisione?

Le news attraverso il web.

E con il cinema?

Semplice, non vado al cinema. Ho un super schermo e lo apprezzo in casa.

E con il teatro?

Il monologo è la forma ambita da chi scrive sceneggiature teatrali. Patrich Suskin, ne “Il contrabbasso” è un maestro. Dal monologo, arrivo al cuore del personaggio camminando sulla sua peluria . Fantastico!

Hai mai parlato al telefono per più di due ore?

È la normalità quando si gira per il mondo.

Ti piacciono i proverbi? Ne usi uno più spesso?

Preferisco frasi come questa: « Quando gli altri seguono ciecamente la verità, ricorda: nulla è reale. Quando gli altri si piegano alla morale e alle leggi, ricorda: tutto è lecito. Agiamo nell’ombra per servire la luce. Siamo Assassini. Nulla è reale, tutto è lecito. » (Credo degli Assassini)

Hai tre righe per dire quello che vuoi a chi vuoi tu. Ti va di usarle?

-Proverbio cinese-

Ti sei mai rapato i capelli a zero?

Non ci penso proprio.

Se potessi cambiare una cosa (ma una soltanto) del tuo ultimo lavoro, che cosa sceglieresti? Il titolo? Altro?

La stesura di un romanzo è come l’incontro della materia con l’antimateria: annichilisce. Accettare di scrivere e di riscrivere sono alla base, quindi dopo editing a quattro mani, non cambierei neppure una virgola.

Quando scrivi, hai un lettore di riferimento oppure scrivi solo per te stesso?

Non mi pongo affatto il problema. Scrivo e riscrivo.

Tra due ore si parte per un viaggio su Marte: scegli tre oggetti da portare con te e un aggettivo per descrivere l’umanità ai marziani.

Porterei un iPod con tutti i brani dei Depeche Mode; una scatola con la sabbia del mare; un foglio bianco da riempire con tutte le emozioni e i pensieri che avrò lontanissimo da casa. Un aggettivo per qualificare l’umanità ai marziani? Il rischio è di generalizzare in un senso o nell’altro. Mi viene in mente una massima di Albert Einstein: “L’uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi.” Il problema è farla capire al marziano!

La cosa che più ti annoia, quella che più ti diverte e quella che più non sopporti.

Avere raccontato la trama di un film da un conoscente. Ascoltare le risposte date agli adulti dai bambini. La falsa modestia.

Stai già lavorando alla tua prossima pubblicazione? Se sì, ci regali un’anticipazione?

Dato che l’autore di Madre de Dios è uno pseudonimo*, il mio alter ego sta finendo la stesura di un giallo. Punto!

Prima di salutarci, l’ultima domanda è tua. Chiediti quello che vuoi, ma ricorda anche di risponderti.

Federico, ti senti realizzato per quello che stai producendo?

La mia creatività viaggia ancora in pianura e ne sono gioioso.

* Federico Arpad è uno pseudonimo. L’autore ha deciso di adottarlo per separare due generi di scrittura: il giallo dal thriller. Madre de Dios, trova la sua collocazione creativa a metà del 2012, mentre l’autore sta completando di scrivere un giallo. Il testo ambientato nel Vaticano ha richiesto una particolare documentazione ed impegno, con la stesura del romanzo durata circa 2 anni. La revisione è stata affidata alla sua editor Lara.

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Intervista a Delia Altamonte

Nome: Delia
Cognome: Altamonte
Ultimo lavoro: Il nome del rosato (e-book)

Hai carta bianca: descriviti come preferisci.

In effetti convivono in me due persone assolutamente diverse, ma che si amalgamano perfettamente. Una riflessiva, prudente, un po’ rigida, se vogliamo… l’altra un po’ più disinvolta, in apparenza più determinata, in qualche occasione parecchio spericolata. Insomma, le due parti si compensano e si equilibrano a vicenda, un po’ come accade con due amiche.

Ti va di raccontarci il tuo ultimo lavoro?

E’ un libro leggero ambientato in un posto meraviglioso al quale sono legati molti ricordi della mia infanzia. E’ una storia divertente, che si potrebbe paragonare ad una commedia brillante, piena di colpi di scena, come succede nella vita. Diciamo che ha la spensieratezza di certi libri di Woodehouse, di cui sono una grande ammiratrice, con un piccolo tocco trasgressivo.

Quando hai iniziato a scrivere, sapevi già che – prima o poi -ti saresti imbattuta in un romanzo come questo?

Il romanzo è nato quasi da sé, nel senso che dentro di me c’era la voglia di raccontare una storia scacciapensieri che fosse tuttavia credibile e ispirata a personaggi che in qualche modo somigliassero a quelli che incontriamo tutti i giorni o quasi.

Hai mai ballato sotto la pioggia?

No, ma spesso ho camminato sotto la pioggia senza ombrello per il piacere di sentire le gocce d’acqua scorrermi addosso. Naturalmente c’è una parte di me che commenta: “Non scrivere una sciocchezza simile!”

Esiste un libro che avresti voluto scrivere tu?

Credo di far parte di un esercito: tutti quelli che avrebbero voluto essere gli autori del Piccolo Principe. E poi i Nove racconti di Salinger.

La tua canzone preferita è…?

Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, tra le altre.

Che rapporto hai con la televisione?

Ci diamo del lei.

E con il cinema?

Semplicemente lo adoro, con una particolare preferenza per le commedie brillanti. Però… Ho Blade runner nel cuore.

Hai mai parlato al telefono per più di due ore?

Eccome! (Al fisso, però). Anche se una parte di me (siamo due anime, no?) vivacemente disapprova.

Ti piacciono i proverbi? Ne usi uno più spesso?

Nihil difficile volenti… e Per aspera ad astra. Pensa che solo in questo momento mi accorgo che hanno lo stesso significato.

Hai tre righe per dire quello che vuoi tu. Ti va di usarle?

Occuperò molto meno spazio: c’è un solo modo per fare le cose, ed è farle bene. In questo le mie due anime concordano perfettamente.

Ti sei mai rapata i capelli a zero?

Ma non ci penso neppure!

Se potessi cambiare una cosa (una soltanto) del tuo libro, cosa cambieresti?

Qualunque cosa possa inavvertitamente urtare qualcuno.

Tra due ore si parte per un viaggio su Marte: scegli tre oggetti da portare con te e un aggettivo per descrivere l’umanità ai marziani.

Il mio orsacchiotto aviatore, un orologio d’oro molto amato (non per il suo valore materiale), e un libro che si chiama Poeti italiani e stranieri del ‘900, un’edizione Einaudi di tanti anni fa. L’aggettivo? Indescrivibile.

Stai già lavorando alla tua prossima pubblicazione? Se sì, ci regali un’anticipazione?

Un altro romanzo, un po’ diverso, dove alle avventure brillanti s’intreccia una grande storia d’amore.

Prima di salutarci, l’ultima domanda è la tua. Chiediti quello che vuoi, ma ricorda anche di risponderti.

Sto camminando nella direzione giusta?

Almeno ci sto provando.

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Torna a trovarci Antonio Vasselli

Lo scrittore Antonio Vasselli, che VareseNoir aveva già intervistato qualche tempo fa, torna a trovarci insieme al suo ultimo lavoro Una scodella di busecca per il commissario Mezzasalma.

Riecco il commissario Mezzasalma e riecco la Mobile di Saronno: da quanto tempo questa nuova storia ti frullava in testa?

Le trame dei romanzi secondo me hanno sempre un ‘big bang’ come inizio da un qualcosa. Tre estati fa ero al mare in compagnia di una mia amica, la quale raccontò dei ricordi adolescenziali che catturarono la mia curiosità. Nacque l’idea di creare una storia, ma dovetti lasciarla decantare perché ero in attesa di pubblicare il primo romanzo giallo. Dopo la pubblicazione del secondo giunse il momento per il terzo giallo e quindi mi sono presentato al pubblico con questa storia nel frattempo elaborata.

Una scodella di busecca per il commissario Mezzasalma. Le indagini del commissario Mezzasalma. Vol. 3Il via alla vicenda arriva da quello che sembra un ordinario fatto di cronaca nera. Hai attinto dalla realtà, in questo caso?

Sì, la cronaca mi suggerisce l’aderenza dei miei gialli alla realtà. Dietro le quinte è come se cercassi un argomento valido di un omicidio vero per lavorarci sopra aggiungendo la fantasia.

E di solito? Usi il reale per dare vita al verosimile?

L’ambientazione reale è una componente fondamentale. La città di Saronno non è solo sfondo ai miei romanzi, è soprattutto partecipazione di vita quotidiana nel bene e nel male.

In quale momento della stesura del romanzo hai capito che sarebbe uscita una buona storia?

Alla seconda rilettura, durante la fase delicata dell’editing, quando ogni parola va al posto giusto.

C’è un personaggio al quale ti sei affezionato maggiormente?

Amo tutti i miei personaggi, ma uno in particolare: Alessandra Naldi, antropologa forense.

Il motivo?

Ricostruire la stabilità di coppia tra l’autore e la partner nella vita reale.

E quello che hai odiato di più?

Non riesco a odiare un mio personaggio, neanche il peggiore assassino che sinora ho creato.

Come scegli i nomi, spesso strani quanto efficaci?

Di alcuni personaggi inventati per la necessità del romanzo ho mantenuto il nome e il cognome reale. Ritrovarsi nei miei romanzi con ruoli di fantasia può scaturire un’emozione.

In copertina, questa storia è etichettata come la numero tre. La quattro è già in cantiere?

Sì, la quarta indagine la sto scrivendo. La trama si dipana tra Saronno e San Fratello, luogo di nascita dell’ispettore Filadelfio Crivillaro. La crisi economica farà da sfondo sociale con l’avanzare delle attività cinesi e i malesseri italiani. Cercherò di evidenziare la comunità sanfratellana che, malgrado frane geologiche, sembra disgregare il paese, altresì lo trovo paradossalmente coeso tra l’ambizione del riscatto e la tradizione culturale.

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