SOSPETTI MARGINALI di Alessia e Michela Orlando Nicoletti

In uscita per Edizioni Scudo

In una Roma senza tempo, dove potrebbe riapparire il Conte San Germain, un cieco viene ucciso. Era un Rosacroce. E la stampa? Perché tanti articoli per narrare una nuova strana morte?

Altre irruzioni a Nizza, a Palermo, nella collina torinese. E che ci fa, a Bologna, un fotografo con un seno nuovo?

E che c’entrano due prestigiatori… anzi tre?

Questa volta le nostre inarrestabili gemelle, giocano a trasformare loro stesse in investigatrici in un giallo ricco di spunti come ogni loro lavoro. Una matassa difficile da sbrogliare per le nostre autrici-detective che sono destinate a essere rapite dalla spirale ovattata del tempo.

Quando lo scopriranno sarà tardi o servirà? Una suspance che, come sempre nelle opere delle gemelle Orlando, è solo un pretesto per creare situazioni (spesso anche maliziose), imbastire dialoghi, avviare riflessioni.

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411 risposte a “SOSPETTI MARGINALI di Alessia e Michela Orlando Nicoletti

  1. Joe Perfiumi

    Di mattino John aveva la pessima abitudine di pisciare nella pozza dove in genere io, qualche minuto dopo,ficcavo la faccia per fare toeletta.
    John era semplicemente distratto.
    E abitudinario.
    Non penso lo facesse apposta.
    Chiamali se vuoi.
    Sospetti marginali.

    Joe Perfiumi.

  2. alessia e michela

    Si, si…proprio così. E c’era chi si sfregava le mani dicendo tra sé e sé:
    l’abbiamo messo in **** al governo!
    Meraviglioso lavarsi senza pagare l’acqua…
    Alessia e Michela

  3. Pingback: SOSPETTI MARGINALI di Alessia e Michela Orlando Nicoletti

  4. Carlo Muccio

    Ho sempre pensato che articolare un romanzo ambientandolo in svariati posti del mondo, anche se unito da un unico filo conduttore, sia molto complicato e nel contempo chi lo scrive debba essere un eccellente romanziere e possedere un’ampia conoscenza della storia, della geografia e della cultura generale. Ecco, le vispe gemelline Orlando nella loro “fatica letteraria” Sospetti Marginali hanno dimostrato di possedere tutti questi preziosi requisiti. A loro va un caloroso plauso ed un grosso in bocca al lupo.
    Carlo Muccio

  5. Joe Perfiumi.

    Solo per dire che a John non riusciva facile sfregarsi le mani.
    Gliene mancava una, persa con un puma che aveva scambiato per il matto gatto del Ranger Pepsie.
    Differenze marginali.
    John era semplicemente distratto.

    Joe Perfiumi.

  6. Joe Perfiumi.

    Era un puma dal pelame rossastro e argentato.
    John ricorda di aver colto un lampo di amicizia e comprensione nel suo sguardo.
    In effetti si è rivelato poi un puma alla mano.
    E i suoi canini affilati come la lama del coltello di Timtim, il maledetto cuoco di Sumatra ?
    Dispetti terminali.

    Joe Perfiumi.

  7. alessia e michela

    John Perfiumi spesso aveva tentato di raccontarla in altri modi.
    Soprattutto quando andava per mare e non sapeva che pesci pigliare, lasciava andare libere le briglie, incurante di stoccafissi, baccalà, baccarà e surgelati, su cui, ormai esanimi, era stata praticata inutilmente la respirazione bocca a bocca.
    Non si sa se liberasse anche le biglie, nessuna telecamera lo riprese, ma pare che le buche le prendeva tutte. Così lui stessò andò narrando per mari e monti.
    Ci fu chi giurò di aver effettivamente visto una sola mano, ma con sei dita. L’altra mano, invece, c’era ma era morta da un pezzo cadendo da un balcone di Verona. Attaccata dal chirurgo del marito di Lorena Bobbit, pare non desse segni di vita, eccettuata l’alzata, lancia in resta, ogni volta che vedeva passare l’ombra di Giulietta, da non confondersi con l’automobile di Pizzaballa.
    Anche con essa era stata tentata la respirazione bocca a bocca ma pare non l’avesse.
    Un altro, un argentino di bocca buona, quando lo vide, indicandolo con il dito indice saltato nella ultima occasione in cui aveva fatto brillare una mina nel fiume Adice, esclamò: No se puede hacer mas lento…
    La frase aveva sconcertato non poco pure la banda che si era appena lasciata andare al finale della Traviata nell’Arena.
    L’interrogativo verteva sulla frase, certamente, ma anche sul fatto che quello, l’argentino di origini italiane, tanto per cambiare, ma non parente di Maradona, aveva mosso i fianchi lentamente, come avesse voluto accompagnare un pensiero mai morto, malgrado la guerra delle Falkland.
    Il mistero fu svelato e John Perfiumi si arrese all’evidenza quando qualcuno fece il nome di Rene Lavand che di mani ne aveva davvero una sola, malgrado fosse un mago:

    a quel punto non c’erano più dubbi: si trattava di SOSPETTI MARGINALI

  8. alessia e michela

    Fiume ADICE, Ovvia-mente (ma dice più verità di quanto si creda), John Perfiumi si era deciso a cambiare quel nome tentando di depistare, allontanare da Verona.
    Aveva ragionato intorno alla possibilità di aggiungere qualcosa, ad esempio un C.
    Ma il risultato avrebbe confuso i parenti: CADICE.
    Non aveva escluso la L: ALICE…peggio che cantar di notte.
    Si era, infine, orientato verso CALICE e gli parve troppo chiesastico.
    Nottetempo escluse anche il – giacché il risultato sarebbe stato: A-DICE. Era da ritenenersi troppo espressivo, loquace, verboso insomma. E quella A, oltretutto, avrebbe potuto far pensare a qualcosa che veniva sottratta, facendolo diventare contemporaneamente pressocché privo di sensi. Era una situazione assurda, ma non assurta agli onori della cronaca.

    L’asino cascò quando si accorse che si era ormai messo in un guazzabuglio.
    Oltretutto: da Joe era diventato John, con un salto pindalico che lo aveva trasportato da una ambientazione cinematografica gangsteriana a un’altra di stampo politico: John non era forse un Kennedy?

  9. alessia e michela

    Tanto per essere precisi: i sospetti si erano fatti marginali anche intorno a figure di secondo piano.
    Gli interrogativi si erano allontanati e le certezze emergevano, com esplose da un mortaio ancora vivente, in uso insomma, rappresentando la realtà in maniera anastatica.
    C’era un pensiero che lo turbava arrovellandogli la mente, quasi imprimendosi a fuoco nella zona sinistra della testa, dove usava poggiare un indice (pare che così si concentrrasse più facilmente): “Anastatica! Ma dove l’ho sentita questa parola?
    Velocemente rilesse la Divina Commedia, la Bibbia, i vangeli apocrifi e Il capitale, tutti contenuti in un unico cassetto della mente: non trovò nulla di così orripilante!

  10. Joe Perfiumi

    Oggi non setaccio pagliuzze e mi prendo tutto il tempo per leggere ogni cosa.
    Qui tira aria d’ascia di guerra.
    Chi tira l’ascia d’aria di guerra?
    Comincio a pensare che la cosa più importante sia preservare il mio scalpo.
    E i miei baffetti marginali.

    Joe Perfiumi.

  11. Adoro questi dibattiti, sul serio.

  12. Joe Perfiumi

    Proprio mentre mi accingevo a leggere ogni cosa per benino, si è aperto il cielo.
    Mai visto tanta pioggia scaraventata giù in meno di un’ora.
    L’ansa del fiume si è come ingobbita sotto la corrente.
    L’acqua è livida di poltiglia.
    Lambisce l’argine.
    Lo stregone Merlo Anastatico misura il pelo di terriccio che ci divide dai piedi bagnati.
    Forse un mignolo di canoa appena abbozzata.
    Si comprime il margine buono dell’argine.
    Sospetti arginali.

    Joe Perfiumi.

  13. alessia e michela

    Il barbiere di Joe Perfiumi si guardò allo specchiò, dopo l’ultima rasoiata alla zazzera ormai divenuta tricolore, dopo l’ennsimo hennè.
    Il povero cristo dormiva. Quel che sognava era destinato a lasciare un segno indelebile nel destino dell’umanità. Ma ancora non lo sapeva e avrebbe dovuto desiderare di non dimenticarlo.
    E quello, il barbiere, si guardava con sguardo perspicace. Infilò la mano destra sotto la tunica-divisa di lavoro verde e, ad alta voce: “Non c’è niente da fare…lo sapevo che avevamo lo stesso sangue ad agitar le vene: Napoleone, il bono ma solo da una parte, mi avrebbe fatto un baffo…”.
    Fu allora che Joe si svegliò. L’altro non si nascose dietro a un dito e profferì la parola magica: “Allons, allons mes enfant…Liberté, egalité, fraternité”.
    E spirò.
    Joe, esperto in respirazione bocca a bocca pensò e si disse ad alta voce: “Questo si che è un grande attore”.
    Girò i tacchi con fare marziale e si allontanò verso i margini della selva oscura.
    Senza mai girarsi, pur sospettando qualcosa di marginale, comprese che il punctum pruriens era ormai vicino…
    Non sapeva, invece, che era vero, ma lui stava andando verso la direzione sbagl-ita, che è preferibile a quella sbagliata…

  14. alessia e michela

    Aveva, in ogni caso, davvero ragione: il barbiere resuscitò giacché uno di passaggio gridava a tutti “Alzati e cammina”.
    Lo fece e si bevve l’ennesima tazza di brodo verginale.

    E capì tutto: era ormai acclarato, non c’era nulla che non fosse boccaccesco; nulla più poteva salvare il mondo.
    Il sospetto era ancora marginale, ma si profilava l’ombra del NOCCIOLO.

  15. Joe Perfiumi

    Speravo esondasse solo il fiume.
    Merlo Anastatico è rimasto senza parole.
    Almeno lui.

    Joe Perfiumi.

  16. Cosimo Bengala.

    Scusate se mi intrometto nel serrato ‘botta e risposta’ fra Alessia e Michela e Joe Perfiumi.
    Sono un affezionato frequentatore del sito di Paolo Franchini.
    Spesso mi soffermo sui commenti ma in questo caso faccio una grande fatica a seguire il filo del contendere.
    Chiedo al signor Franchini di spiegare il senso del dibattito.
    Spero che voglia accettare il mio invito.
    Ora mi faccio da parte.
    Sono estremamente timido e disabituato alla scrittura.
    Sono reduce, fra l’altro, da un lungo periodo dove un brutto esaurimento nervoso ha minato la mia autostima.
    Saluti cordiali a tutti,

    Cosimo Bengala.

  17. Joe Perfiumi.

    Il matto gatto del Ranger Pepsie ha evitato l’impetuosa ondata di piena infilandosi, non saprei come, nella tana di due innocui topolini del Texas.
    Sorcetti terminali.

    Joe Perfiumi

  18. alessia e michela

    La Compagnia degli Oriundi, si era appena costituita e aveva attaccato già le scarpe al chiodo.
    Merlo Anastatico aveva avuto una “visione fotocopia”, così le chiamava lui che, per la capacità di attribuire nomi, menava vanto.
    Se ne stava seduto all’altezza dell’Isola Li Galli, dove aveva svernato Nureyev prima che il Signore lo chiamasse a sé con voce di Sirena.
    E il mare si aprì.
    Lui provò a dire il suo sconcerto; sdrammatizzò pure sbottando in un “chiudete la porta che questi spifferi mi ammazzano”;
    poi si chiuse in sé stesso e passò a vie di fatto.
    Si mollò quatto sberle e si alzò con sguardo ieratico.
    Si tolse le scarpe; alzò lo sguardo al cielo; congiunse le mani e altri lo seguirono.
    Erano tutti a piedi nudi: Merlo Anastatico, Joe Perfiumi, gongolante per l’evidente collegamento della faccenda con il suo marchio di fabbrica;
    Joe Sentieri un tale che si era appena riaggregato dopo essere scomparso nel nulla per molti anni;
    Joe Cocker, a corto di Zucchero;
    Joe Bonamassa, con in testa l’idea di essere capitato nel posto giusto, al momento sbagliato;
    Joe d’Amato, in crisi di astinenza antropofaga ma felice per aver presentato alla stampa il nuovo progettato: “La bellezza del color carota” , protagonista Lilli Carati da Varese, che avrebbe, pare, chiesto di essere pagata a peso d’oro. In una clausola del contratto si legge: La pesata dovrà essere effettuata dopo il pranzo natalizio del prossimo Natale e quanto a me spettante deve essere devoluto alla ricerca sulle macchie bianche delle unghie laccate nere. E’ fatta riserva di devoluzione ad altre associazioni ONLUS che, siano chi siano, abbiano in oggetto la difesa e il miglioramento estetico, non per via chirurgica, del corpo delle donne.
    C’erano, poi, una cinquantina di Frati Oranti Bellicosi da Joe-annesbourg.
    Erano, ormai, tutti con i piedi nel fango fino alle caviglie, quando il mare si richiuse.
    Divenne immediatamente placido, una tavvola insomma o, se si vuole, una specie di porta messa orizzontale al pelo dell’acqua, che è meglio non lisciare.
    Erano esattamente le ore 13 quando qualcuno a quella tavola, da sotto il pelo, bussò.
    E qualcun altro rispose all’interpello: Aggiungete un posto a tavola.

  19. alessia e michela

    La Compagnia degli Oriundi, si era appena costituita e aveva attaccato già le scarpe al chiodo.
    Merlo Anastatico aveva avuto una “visione fotocopia”, così le chiamava lui che, per la capacità di attribuire nomi, menava vanto.
    Se ne stava seduto all’altezza dell’Isola Li Galli, dove aveva svernato Nureyev prima che il Signore lo chiamasse a sé con voce di Sirena.
    E il mare si aprì.
    Lui provò a dire il suo sconcerto; sdrammatizzò pure sbottando in un “chiudete la porta che questi spifferi mi ammazzano”;
    poi si chiuse in sé stesso e passò a vie di fatto.
    Si mollò quatto sberle e si alzò con sguardo ieratico.
    Si tolse le scarpe; alzò lo sguardo al cielo; congiunse le mani e altri lo seguirono.
    Erano tutti a piedi nudi: Merlo Anastatico, Joe Perfiumi, gongolante per l’evidente collegamento della faccenda con il suo marchio di fabbrica;
    Joe Sentieri un tale che si era appena riaggregato dopo essere scomparso nel nulla per molti anni;
    Joe Cocker, a corto di Zucchero;
    Joe Bonamassa, con in testa l’idea di essere capitato nel posto giusto, al momento sbagliato;
    Joe d’Amato, in crisi di astinenza antropofaga ma felice per aver presentato alla stampa il nuovo progettato: “La bellezza del color carota” , protagonista Lilli Carati da Varese, che avrebbe, pare, chiesto di essere pagata a peso d’oro. In una clausola del contratto si legge: La pesata dovrà essere effettuata dopo il pranzo natalizio del prossimo Natale e quanto a me spettante deve essere devoluto alla ricerca sulle macchie bianche delle unghie laccate nere. E’ fatta riserva di devoluzione ad altre associazioni ONLUS che, siano chi siano, abbiano in oggetto la difesa e il miglioramento estetico, non per via chirurgica, del corpo delle donne.
    C’erano, poi, una cinquantina di Frati Oranti Bellicosi da Joe-annesbourg.
    Erano, ormai, tutti con i piedi nel fango fino alle caviglie, quando il mare si richiuse.
    Divenne immediatamente placido, una tavola insomma o, se si vuole, una specie di porta messa orizzontale al pelo dell’acqua, che è meglio non lisciare.
    Erano esattamente le ore 13 quando qualcuno a quella tavola, da sotto il pelo, bussò.
    E qualcun altro rispose all’interpello: Aggiungete un posto a
    tavola!

  20. Joe Perfiumi.

    Da quando ha conosciuto Joe Sentieri,Joe Cocker, Joe Bonamassa e Joe d’Amato ,Merlo Anastatico pare più distaccato nei miei confronti.
    Finge di darmi pacche sulle spalle e quando se ne va a caccia si prende come socio Capriolo Strabico, che in quanto a mira ve lo raccomando.
    Forse ho perso un grande amico.
    Merlo Anastatico prega il Grande Spirito sul banco di sabbia in mezzo al fiume , fuma la pipa per conto suo e continua a ripetermi, monotono e stucchevole, la solita frase.
    “Bisogna seguire i mocassini dei bianchi come le tracce dell’orso”.
    Mi sono stufato di ascoltarlo.
    Anche perchè quando ho seguito i mocassini dei bianchi sono finito nella tana dell’orso coi mocassini bianchi.
    L’unico orso coi mocassini bianchi nella grande terra dei fieri Pawnies.
    I Pawnies non hanno mai chiesto asilo alle capanne dei Dahcothas.
    Forse perchè con le mogli dei Dahcothas preferiscono appartarsi, senza assillo, sull’Altopiano della Camporella Ululante.
    Su quell’altopiano, nove lune or sono, Mite Cerniera Lampo si accoppiò
    con Lupacchiotto Precoce.
    Spesso le cose accadono in un lampo.
    Ma se capita sempre, allora che questo giovane intraprendente prenda il nome di Lupacchiotto Precox.
    Forse il mio fiacco divagare nasce dallo stupito rancore nei confronti di Merlo Anastatico.
    Non porto sentimenti di vendetta nei confronti delle Combattive Gemelle che gli hanno fatto fare quattro giri di acquavite con Joe Sentieri,Joe Cocker,Joe Bonamassa e Joe d’Amato.
    Cosa dico quattro giri d’acquavite.
    Si sono sbevazzati l’intera botte dell’Oste Molosso, i disgraziati.
    Il saggio Cane Che Abbaia Solo Prima di Cena mi sussurra che ogni cosa si sistemerà.
    Devo solo aspettare che un pezzo di gobba di bisonte sia ben cotta sotto l’albero di Nataniele.
    “E dov’è l’albero di Nataniele?”, gli ho chiesto.
    “Sopra la gobba di bisonte ben cotta”,ha risposto lui, riponendo le lingue di ramarro nella sacca delle divinazioni.
    Preferirei trovarmi con cento furfanti alle calcagna o con Tip Tap nei pantaloni.
    Tip Tap è il ballerino Soux che ha sostituito i rituali delle torture.
    E’ nel suo destino danzare sulle doppie punte.
    La natura gli ha negato i talloni.
    Troppi Joe sono cascati nella vita di Merlo Anastatico.
    Quanto vorrei che gli altri Joe restassero suoi amici diletti marginali.
    E il vecchio Joe Perfiumi ? L’unico amico perfetto originale.
    E’ giunto il momento dell’ora di malinconia.
    A risentirci,forse.

    Joe Perfiumi.

  21. alessia e michela

    L’umanità, basita, si girò verso la tavola.
    Non vi era chi pensasse ad altra faccenda, diversa da quell’evento.

    Il primo a farsi avanti fu Joe Perfiume I, appena arrivato dal polesine, ancora con un senso di appiccicaticcio addosso.
    Sugli altri, sul capo di tutti gli esseri umani, era apparso un punto di domanda.
    Nella testa di Joe, invece, si era accesa la lampadina.
    Era l’unico, il solo, il Migliore quindi, a sapere cosa si dovesse fare. Ine-lu-di-bil-men-te!
    E lo fece.
    Tirò dalla tasca il suo libro di Formule ANASTATICHE IMPRESSE DI MARTEDI, cioè nel giorno in cui non di si sposa e non di parte, essendo consentito solo di-partire.
    Il libro, volgarmente noto AIDM, era davvero scottante.
    Lui se ne accorse.
    La pomata che spalmò sulle dita, a base di vasellina e arnica, si volatilizzò e dalla nube formatasi immantinente prese a scendere una grandinata biblica.
    Non poté far altro che accelerare la lettura scorrendolo lo sguardo velocemente per scartare quelle obsolete:
    “Apriti Sesamo!”, “Simsalabim”,e “Abracadabra”.
    “A-bra-ca-da-bra”?
    Tra se e se, mentre indulgeva sul suono della sillabazione e sul tuono, commento sonoro di una squarciante saetta, sbottò: “Abracadabra…ma che scicchezza…Non avevano altra da fare questi che inventare sciocchezze!”.
    Mnetre il cervello vigilmente ripeteva “Abracadabra Abracadabr Abracadab Abracada” lo sguardo andò oltre:
    -Alohomora per aprire le porte
    – Baddiwasi per pulire i buchi delle serrature
    – Dissendium per schiudere passaggi segreti
    – Expelliarmus per disarmare l’avversario
    – Peskiwichtli Pesternomi per portare rovina e sconfitta
    – Rictussempra per dare la sensazione di essere solleticato
    – Finite incantem per terminare un incantesimo
    Grattandosi il mento, finalmente, giunse a:
    “Hare Krisna, Hare Krisna, Krisna Krisna, Hare Hare, Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare”.
    Pur sapendo che forse era solo un mantra, quel ritmo lo avvolse, lo coccolò, lo proiettò in una DIMENSIONE ALTRA.
    Stavolta l’ummanità fu sommersa da ottomila punti di domanda.
    Ma nessuno rispose.
    Il sospetto marginale tornava ad affacciarsi, imperioso come la lama che scende velocemente verso la testa del condannato a ghigliottinamento…che è un pò come riferirsi al santo gesto della decollazione.

  22. Joe Perfiumi.

    Ora Merlo Anastatico è anche fuori di testa.
    Frequenta un certo Joe Perfiume I, si dice arrivato dal polesine.
    Il guerriero Waxada Rimescola Furore mi dice , giurando su Wa-kon-da,
    che il polesine sia una terra verso l’Orizzonte Blu.
    La tribù che la occupa è imparentata coi Nootka.
    I Nootka secessionisti, quelli che hanno fatto scalpi dei Pawnee, per la festa delle marmotte.
    Una festa finita in un gran sonno.
    Nootka significa “Girare in tondo”, al modo dell’anguilla che resta nella pozza con un refolo d’acqua.
    Il vento di terra è da loro chiamato Serpente Nero.
    Il Serpente Nero è da loro chiamato Vento di Terra.
    Il Vento di Terra è da loro chiamato Aria Che Scantona La Canoa.
    L’Aria Che Scantona La Canoa è da loro chiamata Usa La Pagaia.
    Capisco di essere noioso.
    “Capisco di essere noioso” è anche l’inno nazionale dei Nootka.
    Lo intonano poggiando le ginocchia sui rovi della winnebago , la pianta più dolorosa che ci sia.
    Le parole del canto sono languide .
    Forse un pò ripetitive.
    La strofa tuonante è quella centrale.
    “Ahi,ahi,ahi,
    adesso lui è a caccia
    di penne d’aquila.
    Ahi,ahi,ahi,
    correte e curatelo.
    Mai vista un’aquila così contrariata.”
    La pomata che cura le ulcere da becco d’aquila è di vasellina e arnica.
    Ma questa cosa, forse, l’ho copiata.
    Perdonatemi la digressione.
    Vi dicevo che Merlo Anastatico è fuori di testa.
    Frequenta Joe Perfiume I per estorcergli notizie delle Combattive Gemelle.
    Le Combattive Gemelle vivono nella terra dove il gufo vigila sul tepee conico.
    E in genere, per emulazione, si atteggia a gufo comico.
    Merlo Anastatico ha perfino dedicato una ballata appassionata alle
    Gemelle Combattive.
    Provo un senso di perfida invidia.
    Non è cosa buona.
    Traditrice la ballata.
    ” Non c’è quasi più legna per il fuoco,
    e se ci fosse un campanile della chiesa sarebbe bianco.
    La mia ascia di selce si è spezzata.
    mentre nella tana il Grande Castoro
    ronfa di brutto,
    con gli incisivi fuori asse.
    Affido al corvo ghiotto il mio messaggio
    di simpatia piena di rossore.
    Vola,corvo dal becco rosseggiante,
    e reca i miei saluti
    alle Combattive Gemelle,
    sotto le stelle,
    sopra le stelle.
    Cala la notte
    sulle capre addormentate dopo aver contato pecore.
    Pendono,
    dalla mia cintura,
    i monili di corno d’alce.
    Collane belle,
    per le Combattive Gemelle”.
    Ora ditemi se Merlo Anastatico non è fuori di testa.

    Joe Perfiumi.

  23. Joe Perfiumi.

    Foruncolo Narrante mi ha recitato, prima che ci rimpinzassimo ben bene di fagioli, una cosa bellissima di un suo amico Navajo, Brina Che Tesse.
    “Tra le mani
    ho il polline dell’alba.
    Con esso ho cucito la notte.
    Sulla collina
    nasce la lama pallida
    del giorno nuovo”.
    Merlo Anastatico ha risposto con uno sbadiglio.
    E’ stucchevole.
    Ora disdegna anche i fagioli e squittisce cose insensate.
    Proverò a consultare lo Stregone Flauto Grigio.
    Che Flauto Traverso non ne azzecca una.

    Joe Perfiumi.

  24. Joe Perfiumi.

    Lo Stregone Flauto Grigio mi ha salutato con la sua solita frase augurale.
    “Anigowanotenu”.
    Mi pare che significhi, ben tradotta “Anigowanotenu”.
    Flauto Grigio ha sputato foglie d’ortica e mi ha fissato a lungo,in silenzio.
    Forse per due,tre ore.
    Non saprei.
    Intanto le labbra gli si gonfiavano, a dismisura.
    Flauto Grigio ha ora grossi problemi.
    Forse più grossi di quelli di Merlo Anastatico.

    Joe Perfiumi.

  25. Joe Perfiumi.

    Era nell’aria.
    Merlo Anastatico se ne è andato questa mattina.
    Ha radunato armi e bagagli sul dorso del suo mulo.
    Poi si è accorto che il mulo era il mio.
    Ha scaricato ogni cosa, ha ricaricato il mulo giusto, fischiettando come la cinciallegra con la pellagra.
    “Ciao” ha detto.
    Senza esagerare.
    “Ciao” gli ho risposto.
    Ma era un addio sincopato all’eccesso.
    Merlo Anastatico si è lasciato andare ad una spiegazione che odorava di intralci imbarazzati.
    “Vedi,Joe,vado verso il sentiero che porta al Monte Koonak”ha mormorato.
    “Il Monte Koonak, il grande Monte Koonak. Le nubi scalano le pieghe del suo corpo e le aquile sfiorano i suoi fianchi poderosi” ha aggiunto.
    “E che cerchi sul monte Koonak?” gli ho chiesto, simulando indifferenza.
    “Oltre il monte Koonak, ben oltre ,non cercherò altri monti.Ben altro”.”
    “Andrai dalle Combattive Gemelle che vivono nella terra dove il gufo vigila sul tepee conico ?”.
    Merlo Anastatico ha abbozzato un cenno affermativo, in un movimento stanco.
    “Arrivederci”
    “Addio”.
    Quando la sua sagoma e quella del suo mulo sono diventate movimenti di mosche nella foschia del mattino , mi sono seduto sul posto più sbagliato.
    I resti del fuoco notturno erano ancora roventi.
    Non è bello strinarsi le chiappe , ancora prima di aver fatto colazione.
    Ho percorso la macchia come un fantasma.
    Lo Stregone Flauto Grigio pareva aspettarmi.
    “Anigowanotenu”ha sillabato , sputando liquerizia selvatica.
    Che dell’ortica ne aveva piene le labbra.
    Nel silenzio il vento intonava il suo motivo preferito.
    “Splendido è il mio cavallo
    e la sua coda è una nuvola nera”.
    Flauto Grigio mi ha parlato di amicizia.
    Forse dopo due,tre ore di muta riflessione .
    “Dice Capo Baldan Nembo, della tribù dei Takelma ,sulla sua stuoia tirata dalle braccia della vecchia Chippewa ,rapita agli Algonchini…”
    Silenzio.
    Vento e silenzio.
    “Che dice?”mi azzardo, visto che la notte incalza.
    “C’è sempre un canto del ritorno dopo una lunga assenza”.
    Poi ha sputato liquerizia selvatica sui miei stivali.
    “Porta buono”.
    Mi sono alzato con le articolazioni dolenti.
    Merlo Anastatico calcava forse già le pendici del Monte Koonak.
    E l’aquila gli indicava la via per le Combattive Gemelle.
    “Io rimango qui,
    ma è un attimo:
    ci rivedremo presto.
    Questo è tutto.
    Non parliamoci più”.
    Ho acceso il fuoco.
    Nel crepitio mi è parso di udire il lamento dell’acqua fra i muschi gocciolanti.
    E forse non era il lamento dell’acqua.
    Ma quello del mio cuore.

    Joe Perfiumi.

  26. Joe Perfiumi.

    Gli Arapaho?
    Una tribù tutta occhiaie.
    Stupido fuggevole pensiero, nella notte in cui mi trovo solo come uno
    Shoshone dello Utah.
    Il setaccio,il fucile, la scatola di pomata, la cinghia dei pantaloni.
    Oggetti marginali.

    Joe Perfiumi.

  27. Joe Perfiumi.

    Sono diventato amico di un coyote.
    Bronson il Coyote.
    Ci si parla e qualche volta si litiga, ululando alla nostra maniera.
    Bronson è un tipo tosto.
    Quando poi tocco il tasto di Pitt Bobee, il cacciatore con l’armonica a bocca, apriti cielo.
    Si scatenano le cascate del racconto.
    Bronson lo ha divorato per intero giusto tre mesi fa.
    Speroni degli stivali compresi.
    Lucidati a puntino, anche perchè Pitt non aveva per nulla preso in considerazione l’idea di farsi mangiare da uno stupido coyote.
    Bronson è un vero spettacolo quando beve al fiume.
    Aspira l’acqua sibilando e intanto alimenta l’armonica a bocca che comincia a vibrare, ritmando motivetti insoliti dalle parti del suo stomaco.
    Il mio nuovo socio dal pelo grigio giallastro conosce le buone maniere . Se mangia una carogna putrefatta, ha il buon gusto di masticare alla fine erba medica e mentuccia.
    Bronson il Coyote è soprattutto un raffinato poeta.
    Mi ha dedicato un canto che recita spesso, muovendo la coda come un giunco alla brezza.
    “Nell’oscurità,
    quando la civetta ti racconterà ,
    con ridicolo puntiglio,
    la storia della mia morte,
    e di tutte le morti
    degli amici coyote,
    io verrò,
    caro vecchio Joe,
    a tirarti i piedi
    fino alla coperta dell’Alba.
    E ti dedicherò
    una suonatina d’armonica,
    ricordo di un’epica mangiata.
    L’armonica di Bronson,
    il coyote che non provò mai invidia
    nei confronti
    di chi sapeva ululare meglio e più di lui”.

    Joe Perfiumi.

  28. alessia e michela

    Seppellite il mio cuore; FATELO, PER FAVORE, stava, l’amanuense, per scrivere CAZZO!, ma si censurò e scrisse:
    *****
    SEPPELLITE IL MIO CUORE! Lo disse sette volte (numero magico per eccellenza, secondo i discepoli di Woobinda e secondo gli esoterici di mezzo mondo moltiplicato per due) …seppellitelo *****
    Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, riferendosi al libro scritto da Dee Brown nel 1970. Il testo, letto sia dai camerati che dai compagni, cosa che si poteva dire anche così: testo cuscino sia dai camerati che dai compagni, trattava della conquista del Far West da parte dei coloni bianchi, o “visi pallidi”.
    QUANDO LA NOTIZIA GIUNSE A VARESE, solo un certo noto tomo la lesse; gli altri preferino bollirla. Qualcuno, per la verità, la arrostì.
    Le vicende narrate, non viste dalla parte degli Indiani o dei conquistatori, ma esternamente, sotto forma di libro prettamente storico e non romanzato, fecero gridare allo scandalo. Qualcuno opinò che esistesse davvero la possibilità di leggere il futuro.
    Altri dissero: “scusate, ma non sarebbe meglio scriverlo?”
    Il greco di turno, mentre gli altri guardavano la mezza luna e vedevano il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, in ogni caso fumando e bestemmiando come turchi (sarebbe stato difficile farlo, chessò, come argentini) disse: “Ho finito il gesso e la mia mavro pinacas si è spaccata, giacché era stanca di donne con la vulva e maschi con la nerchia”.
    Pico della Mirandola trovò la soluzione: scambiamo le coppie!
    Femmine con la nerchia e maschi con il pelo vellutato! Questo è ciò che occorrerebbe? E diamogliala, forniamola questa opportunità.
    Se, poi, dovesse presentarsi l’inopinabile, telefonatemi.
    Non è stato ancora inventato il telefono?
    ca*** E allora la solutione (T, mi raccomando, non Z) sarà:
    CALMA E GESSO.
    Il messaggio passò; lo compresero tutti. Infatti nei cessi dell’Impero Romano, chiedo scusa, non nei CESSI, ma sulle porte dei cessi e sulle pareti interne comparve la scritta: LO DISSE DANTE E LO CONFERMO’ , accento sulla O, ACHILLE, meglio una Chia°°°° che una carta da MILLE.
    Fu questa la parola che mandò in crisi il sistema: MILLE! ma non avevano a che fare con Garibaldi che dormì ovunque. Così almeno si dice, e non si capisce come avesse potuto condurre lucidamente i 1087!
    Questo libro è una delle migliori testimonianze delle vicende per le quali è stata sterminata un’intera popolazione.

    “Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’albero sacro è morto.” Alce Nero
    ALCE NERO!
    Ming Hia: UN CORNUTO INSOMMA, che è certamente meglio di UN CORNUTO MOLTIPLICATO O DIVISO PER O
    o ieeeeehhhhhh
    Irrupppe la radio!
    Non c’era ancora?
    e che fa…
    l’imporante è la salute…Anche se il SOSPETTO MARGINALE sussiste, ma solo sul giaciglio di Ulisse, mentre lei, Andromaca, tesse la tela nel Tennesse, nazione appesa all’amaca tra la luna dicionnettale, quindi piena allo spasimo…

  29. alessia e michela

    Andromaca era tutta orecchi.
    La eco ripeteva in continuazione, giacché si era incantanto il disco:
    andro-pausa…andro-pausa…andro-pausa…
    All’improvviso la eco le tese il TRANELLO: andro, paisà!
    E lei dedusse che non ci fosse più mastice per cosere a purchiacca.
    Intanto si era fatto, giustamente, notte.
    Silenzio.
    SSSSSSSSSSHHHHHHHH.
    Notte fonda!
    Quindi: mandolini, lampare, pesci azzurri, funiculì funiculà…
    Ah, quanto è bbona a sor’ r’aAssunta!
    Ma, intanto, Lucia, si affacciò alla finestra e gridò:
    Iesce sole!
    Iesce sole!
    Iesce sole!
    Al terzo tentativo spirò e non seppe se il sole finalmente ubbidì oppure ubbinò…

  30. Il signor Edizioni Scudo dovrà ringraziare tutti, ne sono sicuro: solo ieri, udite udite, sono stati 187 i visitatori di questa pagina. Rapiti dalla favella di voi commentatori, sospetto. Marginalmente, è ovvio. ;)

  31. alessia e michela

    L’osservatore esterno sospettò!
    Certo, è vero, non si può negare l’evidenza: era una faccenda marginale che, come sanno pure le pietre del deserto dei tartari occupoati da Tartarino di Tarascona, dove girò il film quello…come si chiama? Bertoldino daTarallucci e Vino?
    No! Bertollucci da Serindipia che, tutto sommato, con un pò di sapone a tergo tutto indora e pure la parobala fa diventare da punta dell’ice – berg o, chessò, il vertice del triangolo equilatero parente sia dell’Acquila che del Mike, noto come Di Bongiorno Siculo, o al far dell’alba se ha avuto una notte insonne, ma sempre nottetempo, ruba un Fiorello per te…

  32. alessia e michela

    Sulla mavro pinacas era apparsa una scritta enigmatica:
    acquila!
    Il dubbio era potente:
    acquila con una c o con un q di troppo?
    Si decise per un referendum…
    I risultati furono:
    33, 3333 periodico con la C;

    33,3333 periodico con Q;

    33,3333 periodico con una scritta enigmatica: ma che ***** dite?
    Non avete altro da fare?

  33. Joe Perfiumi.

    187 visitatori in un giorno?
    Devo correre a dirlo a Bronson il Coyote.

    Joe Perfiumi

  34. alessia e michela

    il Bengala era esploso!
    Quei fuochi di artificio avevano segnato la fine del buio.
    Il tal Frà Cosimo, cugino del giornalista ex Jugoslavia, Mis Co’O, nell’ambiente noto come Sco’Mio, cugino del formaggino, aveva capito tutto: era impossibile capirci alcunché!
    Acido! Linguaggio acido o linguaccia secca!
    Di questo si trattava, ormai.
    E quello, come ogni vero Maestro saprebbe insegnare, si potrebbe narrare solo con il silenzio.
    L’unico che questa faccenda avrebbe potuto narrarla alle generazioni future si chiamava NINO, noto anche come NINO ROSSO trombettista del silenzio…

  35. alessia e michela

    La faccenda si complicò quando Patty, la Pravo insomma, cantò all’ultimo Sanremo.
    Il suo era un problema serio: bussano alla porta! caffè! Illusione! Inconscienza! Rose…
    Ma che poteva mai sapere quella che non aveva conosciuto Edgar Allan Poe?
    Poe!
    Poe!
    Poe!
    Un giorno il cielo si aprirà….
    jammo ja!
    Ma che sadd’aprì!
    Qui, ormai, è tutto chiuso: le menti, le patte, le pari, le porte, i cinema, i libri, i teatri…
    Di aperto ci sono: i portafogli vuoti e le porte delle magioni blasonate! Nate…ma quasi morte…

  36. alessia e michela

    Gli Arrapaho volavano nelle prateria al suno della tormba di John Martin!
    Custer, ormai, ha deciso di esalare l’ultimo respiro.
    Gli indiani corrono dietro al destriero di John Martin che, repentinamente e senza accendere la freccia, gira a sinistra.
    Ovviamente, per via della forza centrifuga, cadono tutti sui cactus noti come “cuscino della suocera”.
    Gli aculei, di fronte a quel ben di Dio, sconcio e minaccioso, scandalizzati, chiedono aiuto ai cugini Vasel Linae.
    Lo chef De Gustibus, ormai all’apice della carriera e aperto a ogni esperienza, anche a pranzo di domenica, coglie l’occasione al balzo e modifica il proprio menù, divulgandolo anche alla Bicocca che ha scoperto come i maschi siano maschilisti e le femmine femministe mentre gli incerti, politicamente corretti, siano tutti menefreghisti…

  37. Joe Perfiumi.

    Torno dallo Stregone Flauto Grigio.
    Gli racconto il mio sogno.
    “Le Combattive Gemelle erano mute mentre Merlo Anastatico sorseggiava nel tepee conico un infuso cronico.
    E c’erano danze di formiche per far tornare la luna eclissata.
    E dentro il sogno, c’era un altro sogno, un pò più piccolo.
    Con tanti ragni rossi brulicanti a terra.
    Mentre un millepiedi si vantava dei suoi numeri.
    Le Combattive Gemelle se ne stavano sempre mute , e pure il sogno e il piccolo sogno sembravano attoniti per l’insolito silenzio.
    Poi Merlo Anastatico ha detto “Caw-Caw”.
    Lo ha pronunciato con una voce spinta sull’orlo del mondo.
    E nella foga delle immagini che si sovrapponevano ,una folaga si è ingarbugliata dentro il cesto dove si mettono gli amuleti per la nenia funebre.
    E Merlo Anastatico, in un furore logorroico, ha aggiunto “Ho ye”, mentre il pescatore del Lago della Tribù dei Papago si rifiutava di scortecciare il cedro.
    Prima che mi risvegliassi, ho rivisto, per un’ultima volta , le Combattive Gemelle ,mute come le campanule sotto la brina.”
    “Tutto qui?” mi chiede lo Stregone Flauto Grigio , sputando lacerti di erba cucca sui miei gomiti.
    “Porta buono” , sussurra pensieroso.
    Due, tre ore di silenzio.
    Lo stesso silenzio delle Combattive Gemelle nel sogno.
    Poi la rivelazione.
    “Eccoti il senso di tutto,Joe. Il pescatore non ha scortecciato il cedro perchè
    porta male. Così il pesce barbo non abbocca più”.
    Altre ore di silenzio.
    “E delle Combattive Gemelle che mi dici?”.
    “E’ la stessa storia del cedro.Non si possono scortecciare. Sarebbe cattiva pesca”.
    Mi congedo dallo Stregone Flauto Grigio.
    Questa sera niente fegatini di donnola.
    E il prossimo sogno lo racconto a Bronson il Coyote.
    A lui del pesce barbo importa un fico secco.

    Joe Perfiumi.

  38. alessia e michela

    I lottatori di sumo se ne accorsero: “ma che cosa è ‘sta storia!”.
    Il “suno”!
    Sarà forse un suino?
    E la tormba è l’anagramma di “tromba” o una “cosa” tecnologica di nuova generazione?

    La popolazione si arrestò; fermò la corsa lanciata verso il futuro e, nessuno mancò, ad alta voce levò un grido univoco:
    “iammo ia, ‘ncoppa iammo ia…”.

    Ci andarono.

  39. Joe Perfiumi.

    Un chiarimento sui Papago.
    Una Tribù,non un tributo.

    Joe Perfiumi.

  40. Joe Perfiumi.

    Un ultimo chiarimento, per conto di Flauto Grigio.
    “L’erba cucca nel pratone dove ti pieghi per raccogliere l’erba cucca”.

    Joe Perfiumi.

  41. alessia e michela

    Erano più di mille!
    Ma trecento soli erano giovani e forti. Virgulti insomma.
    Gli altri lo pensavano, ma non avevano il coraggio di dirlo:
    Siamo stati tutti giovani. Anche noi che adesso ricorriamo alla pillola blu.

    Il silenzio li interpellò.
    E loro, firmandola insieme, scrissero:
    Blu, blu, l’amore è blu…
    E cantavano, continuando a scrivere:
    Il cielo è sempre piuù blu…
    uuuuuuuuuuuuuuuu
    E il lupo rispose:
    uuuuuuuuuuuuuuu
    Le porte si chiusero e, non essendo stata ancora diffusa la recente invenzione (la televisione…ovvio) nonve mesi dopo ci furono otto miliardi di parti gemellari.

  42. alessia e michela

    La Cina, che come tutti sanno è vicina, fece la conta e decise che i cani la dovevano finire di prendere per il cul (quello, il cul, non è scandaloso, come disse il Dante, che talvolta facian trombetta) e massimo ne dovevano nascere uno per famiglia!

    E così fu.

  43. alessia e michela

    Ah!?
    Così fu?
    Vabbuò:
    AMEN

  44. Joe Perfiumi.

    Corvo Fumante ha una pipa di pietra cretosa annerita negli anni.
    E’ venuto a trovarmi, per farsi raccontare delle Combattive Gemelle la cui fama è volata oltre la Tribù dei Fox.
    Vicini al fuoco, giriamo lo spiedo dove il coniglio d’acquitrinio si è ritrovato infilzato non per caso.
    Mai attraversare il sentiero che percorre Corvo Fumante, cacciatore che fiuta le prede controvento.
    “Ti ho mai raccontato di quando feci lo sgambetto al grizzly fingendomi uno scoiattolo?” mi chiede Corvo Fumante,pipando.
    “No,racconta,se vuoi” rispondo rassegnato.
    Avrei voluto parlargli delle Combattive Gemelle.
    Segue una pausa eterna.
    “Ti ho mai raccontato di quando i 24 colombacci di passaggio si sistemarono tutti sul grande faggio ? Si credevano furbi, perchè venivano dal Kentucky”riacciuffa il discorso Corvo Fumante,pipando.
    “Non mi pare,racconta pure”dico per dire.
    Una pausa più breve.
    Giusto il tempo per croccantare il coniglio.
    “Ti ho mai raccontato di Pantaloni Bisunti alla caccia dei bisonti , dopo aver ucciso tre daini,tre cervi e un gatto selvatico?”.
    “No di certo ,racconta”.
    Lui si abbiocca, e pisola pipando.
    Il coniglio è cotto a puntino.
    E’ un divino mangiare sotto la luna che farfuglia polvere chiara.
    Corvo Fumante esce con un rutto da faina puzzolente.
    “E’ ora che io vada a dormire.Buon riposo, Joe”.
    Si allontana con il suo passo da opossum stordito.
    Mi infilo nel sacco a pelo.
    Vi ho mai raccontato di Corvo Fumante che pensa di raccontare e che non racconta mai?
    Mi addormento di schianto.
    Russando, quasi pipando,sotto un coperchio di stelle.
    E sogno che non mi schiacci il sogno delle Combattive Gemelle.

    Joe Perfiumi.

  45. Joe Perfiumi.

    Dimenticavo.
    Corvo Fumante è solito dire , forse per stupire.
    “Morta una pipa, se ne fa un’altra”.

    Joe Perfiumi.

  46. Joe Perfiumi.

    “Credevo che fosse una folaga in tuffo
    e invece
    è il remo del mio innamorato”.
    E’ una poesia d’amore algonchina.
    Ma io la rovino spesso.
    Ho scarsa e capovolta memoria.
    “Credevo che fosse il tuffo di un remo
    e invece
    è quella folaga del mio innamorato”.
    E’ una poesia d’amore cretina.

    Joe Perfiumi.

  47. Joe Perfiumi.

    Sono felice.
    Un piccione viaggiatore mi ha recato un messaggio di Merlo Anastatico.
    “Dalle Combattive Gemelle si mangia divinamente”.
    Il prossimo piccione mi consegnerà i pensieri di Quaglia Anastatica.

    Joe Perfiumi.

  48. Joe Perfiumi.

    Segnali di fumo dal territorio delle colline oltre le colline.
    Sembra lo stile dello Strambo Giardiniere Vagante.
    “Cercasi Seminole”.

    Joe Perfiumi.

  49. alessia e michela

    Sogni agitati…Ah! Che sbaglio…chi me lo ha fatto fare?
    Il sottofondo era il solito: Mietta che canta.
    Non era più l’auro periodo del trottolino amoroso. Ormai si versava in epoca seria. Dimenticato il disimpegno, l’epoca dell’Impero di Onan III, lei si dava da fare a diffondere il biblico messaggio: fare l’amore mette in pericolo tranquille parole.
    E quelle, le Combattive Gemelle, lasciavano che intere genie di uccelli trasvolassero la curva dell’orizzonte, ormai in preda alla parossistica voglia di trovare il loro castello.
    Fu allora che si affermò l’epoca di Mac On diron Diron Dello,
    E se ne videro di tutti i colori sia tra i trulli che tra la risacca di Iesolo.
    Intanto: a Lecco era stata promulgata la legge che vietava di mostrare le lingue biforcute.
    Di conseguenza sul Carso cominciarono ad arrivare colonie di vipere cornute che fino all’anno prima se ne erano state tranquille insieme alle bagnanti tedesche.
    A Rapallo, invece, era stato interdetto l’accesso ai monaci tibetani votati al silenzio.
    Come più volte era stato previsto dalla tribù dei Piedi Neri, gli zoppi non poterono più accedere nell’area che circondava l’anello del circuito ciclistico di Pordenone.
    In compenso: era stato liberalizzato il culto del dio Andropaus e
    di nuovo interdetto quello dei Cicisbei di Corte: corsi e ricorsi storici intorno ai luoghi delle movide dove, come tutti sanno, i giochi di mano sono considerati giochi di villani ma non di villici o zoticoni.
    Le due, racchiuse nelle tuniche al tungsteno, si guardavano allo specchio, ben sapendo che tutto era ormai solo una questione di lana caprina lavorata a mano, appunto.
    Un sospetto le attinse all’improvviso, come se un cecchino si fosse nascosto dietro al bidè, sotto il tubo ormai divenuto verde-blue.

  50. alessia e michela

    La domanda ronzava o, se si preferisce, frullava come un calabrone, che è nero ma non è detto che sia incavolato.

  51. alessia e michela

    Nella frullata vorticosa della domanda, ben più irruenta del battere di ali di farfalla, qualcuno riuscì a leggere il futuro:
    i giochi erano fatti e tutti potevano verificare che Nostradamus aveva avuto ragione, mentre tutti gli oroscopi successivi erano sbagliati: il tempo non esiste e, era evidente per fortuna, lo spazio risultava importante solo perché si potevano giustificare certi organi maschili che dovevano raggiungere le femmine, prima che fuggissero, allontantanandosi definitivamente.
    Ma qualcuno trovò antistorica la tesi: non era forse meno stancante delegare tutto alla inseminazione artificiale?
    Solo il Nostro ebbe il coraggio di alzare il dito: Sono e mi chiamo Joe Perfiumi I…
    appena profferì la O un proiettile per bisonti gli esplose in bocca.
    E un attimo dopo una bomba energa gli entrò da un orecchio e uscì dall’altro anticipando il “ma vai a quel paese ” della folla, che di certo lo avrebbe ferito di più.

  52. Joe Perfiumi.

    Il quesito è urgente.
    Vado a trovare lo Stregone Flauto Grigio.
    “Sei qui per le Combattive Gemelle?” mi chiede, masticando cicoria e biada.
    Due terzi di biada e un terzo di cicoria, a occhio.
    Poi sputa sulle mie ginocchia.
    “Porta buono”solfeggia.
    Oggi Flauto Grigio è ilare come una cicogna che abbandona i bimbi sotto i cavoli.
    “Ho una domanda che mi tormenta ” gli dico.
    “Parla, mentre io sputo”, risponde sputando.
    “E’ vero che non è detto che un calabrone nero sia anche incavolato?”.
    Flauto Grigio si flette, sputa, riflette, risputa.
    Medita a tutto tondo.
    “Mi parli forse del calabrone nero delle Combattive Gemelle?” mi interroga severo.
    Piego lo sguardo.
    Flauto Grigio mi scruta e sputa.
    E risputa mentre mi riscruta.
    Ormai e un tutt’uno.
    Riscrutasputa.
    “Ti dirò, vecchio Joe.Il calabrone nero delle Combattive Gemelle ,il più delle volte, non è incavolato”.
    La sentenza è pesante.
    “Ne sei certo?”
    “Certissimo.La vicinanza delle Combattive Gemelle non può che fare del calabrone nero un calabrone nero di buon umore”.
    Me ne torno al campo.
    La conserva nei fagioli sembra sangue abbacchiato.
    Vado al fiume.
    Lavo le padelle.
    E nell’acqua scorgo l’ombra delle Combattive Gemelle.
    Questa notte, non sarà una buona notte.
    Sopra la mia testa un presentimento.
    La costellazione dei Combattivi Gemelli?

    Joe Perfiumi.

  53. Joe Perfiumi.

    Foruncolo Narrante corteggia Bambi Punti Neri.
    Stanotte dormiranno assieme , nel campo degli Cheyenne Clearasil.
    Sotto la protezione di Ponfo Sgusciante.
    Che il loro amplesso sia lungo come il respiro di Asma Incalzante.

    Joe Perfiumi

  54. Joe Perfiumi.

    Nella radura incontro Orecchio Lungo.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    E’ un saluto.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    Rispondo al saluto.
    Orecchio Lungo scompare fra il fogliame.
    Saluta i chiurli festanti.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    Saluta la biscia d’acqua.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    Saluta il vecchio guardiano dell’antico faggio.
    Sorride a Cerume Compatto.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    Oggi la monotonia è stata spazzata via.
    “Onga,Wa-zazhe”,canticchia Orecchio Lungo.
    Anch’io canticchio a orecchio.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    E se mi capiterà di incontrare Donnola Intrigante, la saluterò.
    Come?
    “Onga,Wa-zazhe”, le dirò.
    E forse lei mi risponderà con il sorriso dell’osmunda regale.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    Nella radura nessuno si annoia.
    “Onga,Wa-zazhe”.
    A proposito.
    “Onga,Wa-zazhe”

    Joe Perfiumi.

  55. alessia e michela

    Tra un “Onga,Wa-zazhe” e l’altro, mentre molti pellerossa volavano nelle praterie dei cieli e il carrozzone andava avanti da sé, così come canta instancabilmente Renato Zero, a Lecco, dopo la promulgazione della legge che vietava di mostrare le lingue biforcute, la gente era in fermento, come il mosto.
    Di conseguenza sul Carso la lunga teoria di colonie di vipere cornute, inquadrate religiosamente come le mantidi, in fila per due e con il resto di quattro, legate a FILO DOPPIO, noto direttore di orchestra triestino, ogni tanto segnavano il passo. Qualcuna di loro si ricordava dell’anno prima, quando se ne erano state tranquille insieme alle bagnanti tedesche con le cosce depilate in bella vista; profumate di Malva Rosa, di Lavanda e Calendula Greca. Avevano gozzovigliato gratuitamente, nell’ambito di una iniziativa pubblicitaria studiata da specialisti del settore, per aprire velocemente il mercato del turismo anche ai beduini di corte, agli harem e alle escort transoceaniche che avrebbero potuto dare il buon esempio.
    A Rapallo, invece, perdurava l’interdetto accesso ai monaci tibetani votati al silenzio. E, come si sarebbe potuto prevedere, quelli si accalcavano stizziti alle fermate degli autobus, a loro volta ringhianti, lanciando fiamme mute dagli sguardi accesi.

  56. alessia e michela

    Si era aperta tutt’altra realtà.

  57. alessia e michela

    Non potevo più nascondermelo: occorreva dirigersi verso Chiavari per capire quel linguaggio lossodromico e risvolti addirittura endofasici, che ricordavano le stoiche suore Grappiste, potente come la marea di Venditti, fenomeno tsun-amico odiato quanto amato, amato quanto odiato, amato quando mai?, che stava trascinandomi lungo una brutta piega. I rimuginamenti ricordavano l’osceno spettacolo delle mucche ruminanti ai bordi delle autostrade nell’ingorgo ferragostano.
    Il nuovo Universo, parallelo a altri sei, che ogni tanto però si avvitava con convinzione e padronanza di mezzi, essendo profondo conoscitore del libro dell’amore, il Kamasutra, era potentemente rifornito da numerosi buchi bianchi.
    Dai buchi di attribuzioni cognitive di cui erano dotati a iosa e pure ad libitum, eruttavano nuove combinazioni di dizionari di ultima generazioni arricchiti da: ki è, okkì, tp, tbv, tbva, tvbapstspzwetiodpruhg, !!!!!????@ e, dulcis in fundo, £££££££££&&&&&@@òòò££=0; formulazioni poetiche anastatiche pleonastiche e altre fluttuanti non metabolizzate, con un principio di digestione salivale e masticatoria, della cui perpetrazione restavano essenze di trementina e radon nell’aria perfettamente intasata dai tubi di scappamento.
    Per fortuna ogni tanto, seppure da lontano, stanchi di gesti d’amore affrettati e fors’anche affollati, ogni tanto forzati essendo devaselinizzati, sotto colpi di mortai intonsi, da lontano, ma molto da lontano, sotto i vari Soli, che è meglio della brutta compagnia, come sanno i neonati da parti podalici gemellari, si profilava qualcosa di nuovo.
    Replicanti colti nell’attimo di docciarsi, si mettevano supini ad attendere i primi raggi solari, quelli che, seppure ti bombardino a fasci stereotipati e in stereofonia, cioè sia al lato A che al lato B se te ne stai in piedi, sotto gli sguardi allupati nel vedere cose dell’altro mondo come quelle: combinazioni assurde naso-bocca-orecchi che nessun otorinolaringoiatra avrebbe mai potuto soltanto immaginare; antenne bitorzolute e corna ritorte a iosa sia sulla fronte che nelle zone occipitali e temporali, che sarà pure un ottimo potere esorcizzante, ma di certo non si può definire bello: quante tonache svolazzanti per i viali delle tenute vaticane, a scacciar mosche, zanzare e pipistrelli! Quante coppie di oranti mani giunte hanno determinato la potenza temporale? Certo, ogni tanto, a proposito di temporale, qualche fiume a ciel sereno, illuminato dai fulmini da flash incorporati, li spaventava e forse anche li intimoriva, facendogli capire che il loro futuro non sarebbe stato tutto rose e fiori.
    Questo fatto lo insegnavano anche nelle loro scuole a corto di finanziamenti, pur non sapendo cosa fossero le rose, i fiori, i soldi.
    Non che conoscessero le carte di credito o, men che meno, i conti correnti, quelli dietro i quali si corre anche la domenica, nel tentativo di farli tornare oltre la soglia del rosso: essi, moderni ed evoluti come erano, avevano capito che la soluzione migliore era il baratto: una pecora a me? Una polpetta a te. Qualche problema sorse quando Adriano Celentano cantò Per centomila baci.
    Nessuno seppe capire immediatamente che si poteva rendere pan per focaccia, ad esempio, con un calcio nello stinco. Qualcuno, infatti, semplicemente intonò: Hip Hip Hurrà!
    Di bocca in bocca il verso gioioso e festaiolo si diffuse per mari e monti, anche di Venere. Nulla più poteva fermare la ventata rivoluzionaria.

  58. alessia e michela

    Nel clima di battaglia, tra fumi, scorribande, treni veloci, treni fermi, molotov, bandiere ammainate, bandiere alzate, bandiere bruciate, nasi colanti, lacrime, peana e osanna, ci fu chi si chiese da chi era iniziata, da dove provenisse l’input, chi fosse il coraggioso e impavido che aveva fatto scoppiare la scintilla della rivoluzione circardiana che in qualche maniera ricordava quella francese ma non aveva bandiere e neppure ghigliottine.
    D’altronde: mica era una isola felice quella!
    Quante nubi magnetizzate si stavano attraversando? Quanti cieli cupi minacciavano i loro giorni? Anche le pietre svolazzanti sapevano che qualche miliardo di anni prima si erano imbattuti in un cumulo nembo molto più fortemente ionizzato di quanto chiunque avesse sospettato: si parlava di 4 o 5 microgauss.
    Un microgauss, che come tutti sanno, anche le pietre di prima, è un milionesimo di Gauss, una unità di intensità di campo magnetico popolare tra gli astronomi e geofisici di un mondo estinto: quello terrestre. Il campo magnetico terrestre era di circa 0,5 gauss.
    Roba dell’altro mondo, insomma, certamente meglio dell’afgano, del pakistano e di quello coltivato sui balconi di Roma, Bologna, Cosenza, Varese, Milano, Torino, Firenze. In fondo all’elenco: Trebisacce.
    E in quel mondo tal Genoveffa da Alfonsine, nel ravennate, voleva entrarci di squincio.
    L’intenzione era priva di incertezze e lei, davvero motivata fino in fondo grazie a un corso motivazionale e di sopravvivenza frequentato a Bologna in un’altra vita, nella struttura Sala Borsa, vi si avvicinò mettendosi di profilo.

  59. alessia e michela

    Il campo magnetico del Fluff, era lì. L’aspettava senza battere ciglio. Lei non poteva sapere i pericoli che stava per correre, pur stando ferma. Non sapeva che quello, quel campo magnetico cosiddetto del Fluff era ed é fino a 10 volte più forte che quello naturale della Terra, la quale pure ci era passata vicino in più occasioni e poi vi si era avventurata dentro, impavidamente, quando avrebbe potuto rigare diritto. Quel che successe lo sanno tutti, anche le pietre del calvario di Ernst, che nessuno sa chi sia e neppure chi scrive. Questo avrebbe potuto modificare le proprietà protettive dell’atmosfera terrestre e in effetti sembra che sia accaduto intorno ai suoi anni duemila, come scoprì la NASA esattamente una mattina mentre portava i cani in giro a fare le loro sporcacciate. Sulla stampa fu pubblicata la notizia di un buco gigantesco nel campo magnetico terrestre.
    Ma quali potevano essere le implicazioni per la gente sulla Terra?
    C’era oppure no una correlazione con il fatto che da quel momento in poi tutte le ciambelle ebbero un buco?
    Ciò che di certo sappiamo é che esiste una diretta correlazione fra il campo magnetico terrestre e il ciclo circardiano: in sostanza, in presenza di un elevato campo magnetico, la ghiandola pineale produce melatonina. Questo fatto é stato collegato a fenomeni paranormali e alla caduta delle pigne in testa ai passanti i quali dimenticano tutto e regrediscono allo stato scimmiesco.
    Ma non sono mancate, per fortuna, in quel mondo blasonato e araldicamente importante, come emerge dagli alberi genealogici che non lasciano cadere pigne ma qualche pignatta la spaccano, eccome se la spaccano!, le figure di studiosi che lenti di ingrandimento alla mano hanno visto ben lontano, giungendo a una conclusione inoppugnabile:
    In ogni essere fisico il corpo intero è costituito delle forze atomiche del sistema, con la mente di ogni atomo, quando viene costruito, sorvegliata da tutta la mente mentale del corpo, modificato dalle sue diverse fasi e attributi, poiché, come è visto nelle sue analisi, un atomo del corpo è un intero universo in sé, nello stato più minuto.
    Certo, non si può nascondere neppure ciò, i razionalisti portano cappelli quadrati, pensano in stanze quadrate guardando il pavimento, guardando il soffitto e si limitano ai triangoli rettangoli, quelli cantati pure da Renato Zero. Ma, se provassero i rombi, i coni, le linee ondulate, le ellissi – come per esempio l’ellisse della mezza luna – i razionalisti, sempre loro e come tutti sanno, anche se a volte lo si dimentica, porterebbero il sombrero come fatto rivoluzionario perenne o cambierebbero copricapo fino alla fine dei loro giorni?
    Alla domanda si può rispondere solo con un’altra domanda che non significa menar il can per l’aia, ma essere conseguenziali e pertinenti anche se meno abbienti:
    Che cos’è l’ipertiroidismo?
    La risposta, per fortuna, è disambigua:
    L’ipertiroidismo accelera le funzioni corporee. Compare quando vi sono troppi ormoni tiroide in circolo. La forma più nota e comune di ipertiroidismo, anche tra i watussi e i pigmei (chi non conosce il morbo di Graves – Basedow?), è causata da disordini del sistema immunitario.
    I principali sintomi possono essere oppure no:
    – frequenza cardiaca accelerata
    – nervosismo, sudorazione aumentata
    – debolezza muscolare
    – tremori alle mani
    – perdita di peso
    – perdita di capelli
    – aumentata frequenza dei movimenti intestinali
    – flusso mestruale ridotto in quantità e frequenza
    – gozzo
    – occhi che sembrano fuori dalle orbite
    qualcuno si è anche chiesto se quei sintomi debbano essere presenti tutti: scolasticamente va detto che i sintomi dell’ipertiroidismo raramente compaiono tutti insieme. Tuttavia, se una persona riferisce più di uno di questi sintomi e essi perdurano, si dovrebbe consultare un medico.
    L’allarme fu generato dal fatto che uno dei sintomi lo avevano tutti, anche i maschi:
    flusso mestruale ridotto in quantità e frequenza.
    Ciò indusse i teorici a ritornare alla antica sapienza, alle origini della forma -.pensiero nota come “Teoria dogmatica epigonale diaframmatica circense castratoria obsoleta rinata in condizioni di cattività e punti di sutura con filo interdentale non cerato” elaborata in un unico consulto avvenuto in un salto spazio temporale, come si legge nelle copie anastatiche della pubblicazione N: 0, tra:
    -Joe Perfiumi;
    -Lorena Bobbit;
    -Merlo Anastatico, stregone conclamato;
    -Joe Sentieri;
    -Joe Cocker;
    -Joe Bonamassa;
    -Joe D’Amato, per quanto di competenza quale specialista uro-genitale;
    -Capriolo Strabico, oculista e specialista in cornulogia;
    -Mite Cerniera Lampo, che pare lo abbia dato, il parere, solo verso pagamento in natura;
    -Lupacchiotto Precox, che pare sia arrivato sempre in ritardo, stracotto, creando non pochi disagi;
    – Waxada Rimescola Furore, con la sua attrezzatura in rame acciaioso basculato e temprato;
    -Flauto Grigio, stregone capobanda;
    -Umberto Veronesi, Presidente del simposio, che ha imposto all’ordine del giorno di iniziare con una quadriglia nucleare fatta di un passo avanti e uno dietro, uno di lato e uno sopra, uno sotto e uno orizzontale. La proposta è stata accettata alla unanimità e i vari pezzi buttati alle ortiche.
    Questo ordine del giorno, con evidente fenomeno di serendipia, ha potuto svelare che i piedi di tutti, essendosi esposti al sole in piedi, dunque con i raggi che hanno attinto sia il lato A che quello meno nobile B, ha lasciato bianche le piante dei piedi.

  60. alessia e michela

    Da quel fatto nacque una definizione più precisa di SERENDIPIA, diffusa alla Umanità e poi lanciata nello spazio registrata su un supporto rigido e stampata su una lamina di oro:
    Una serendipia es un descubrimiento o un hallazgo afortunado e inesperado. Se puede denominar así también a la casualidad, coincidencia o accidente.
    La stessa definizione è stata anche diffusa nel web e in wikipedia che riceve instancabilmente a braccia aperte le definizioni più attente così come quelle più distratte, ricevendo in cambio ampia visibilità.
    Alla fine la faccenda si è conclusa con una patta anche se è sopraggiunto Luca con un Vangelo secondo Luca, appunto, e, ad alta voce l’ha sparata grossa redde rationem, la locuzione latina ha spaventato tutti. Qualcuno ha preteso la traduzione letterale, sostenendo che nessuno meglio di lui poteva darne una autentica. Al che, con un sorriso sarcastico e pure un poco sardonico, Luca lo ha fatto, con voce stentorea: rendimi conto, significa RENDIMI CONTO.
    Come non bastasse l’evangelista ha poi raccontato di un uomo ricco che aveva affidato la gestione dei propri beni a un amministratore. Quando gli giunsero all’orecchio voci di una allegra gestione del patrimonio affidatogli, lo chiamò al proprio cospetto costipato e gli chiese conto del suo operato dicendo, come ormai si può intuire: “redde rationem villicationis tuae: iam enim non poteris villicare”.
    Chiaramente significa: rendimi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare.
    In italiano corrente, qualche volta alternata, altre continua, si usa come sinonimo di resa dei conti, come per esempio nella frase “Siamo giunti al redde rationem!”
    Alla resa dei conti fu tirato un respiro di sollievo; si strinsero la mano come segno di pace, mentre dalle montagne, si alzavano minacciosi segnali di fumo, forse a opera del pervicace e stilisticamente inconfondibile Strambo Giardiniere Vagante.
    Tornava a dirlo, instancabilmente, malgrado dovesse di certo patire della ormai arcinota patologia detta “gomito del tennista”: “Cercasi Seminole”.
    Solo Baffo Stregante se ne accorse grazie al suo sguardo lungimirante. Tenendo teneramente stretta la mano del figlio Flauto Traverso In Travertino, gli lesse il futuro.
    Gli altri, strizzandosi reciprocamente gli occhi, mentre annottava, o annosettima più o meno, ma certamente non annona, si salutarono con un secco e contemporaneo:
    “Onga,Wa-zazhe”, pronunciato tirandosi il lobo sinistro con la mano destra e turandosi il naso con l’altra.
    Chi ne era privo, rassegnato, si dirigeva direttamente, con piede veloce e malcelato orgoglio da diverso consapevole e maturo, verso la casa di riposo di Busto Arsizio o di Cernusco sul Naviglio, entrambe inaugurate il 12 ottobre 1942, alla presenza del navigatore ambidestro Cristoforo Colombo che, tutti lo sanno, anche se nessuno lo dice, aveva il dono dell’ubiquità e, forse, anche quello della ambiguità; tuttora conserva la capacità di indicare la retta via con l’indice della statua in Rapallo.
    Va segnalato per le – ALTÀ, anche senza trasformarlo in “altolà chi va là”, che anche se su questa faccenda qualche sospetto marginale si può lecitamente suggerire.

  61. Joe Perfiumi.

    Al risveglio, nel filtro un pò cisposo che rende enigmatico l’inizio giornata, ho visto Rastrello Sbilenco che pettinava i rami della macchia, scompigliati dal vento notturno.
    Ho sbadigliato.
    Poi la visione apocalittica.
    Il fiume era scomparso.
    Niente più acqua.
    A valle fluivano solo le parole, le mille centurie di parole, delle Combattive Gemelle.
    E Omega Salmone cercava disperatamente di risalire la corrente.
    Ma un conto sono le insidie delle zampe degli orsi.
    Un conto il campo magnetico del Fluff.
    Omega Salmone piroettava come un grillo attorno alla sua tana.
    Maledetto ostile campo magnetico del Fluff.

    Joe Perfiumi

  62. Joe Perfiumi.

    Anche Rastrello Sbilenco è rimasto vittima del campo magnetico del Fluff.
    Preso il bricco , ha cominciato a versarmi la solita dose di caffè.
    E il caffè se ne è volato via, in una nube compatta di tostatura con le ali, verso la catena delle Cime Inospitali.
    E se vi dicessi che le Cime Inospitali si sono prese la briga di capovolgersi , nella stralunata nottata?
    Fareste bene a non crederci.
    Eppure ora io osservo cime che sono piramidi rovesciate.
    E’ l’incantesimo del campo magnetico del Fluff.
    E grazie alle Combattive Gemelle, niente colazione.
    Con una incazzatura che cercherò di smaltire rasandomi per bene.
    Intanto Omega Salmone è diventato Jalisse, come direbbe il vice capo cuoco Havasupai.
    “Una vittima del fiume di parole , con una minore speranza di maggiorana”.
    Nella sua Tribù c’è gente che mangia strano.

    Joe Perfiumi

  63. Joe Perfiumi.

    Suppongo che il campo magnetico del Fluff abbia il potere di scompaginare le regole di vita.
    Giunge ora al mio campo il giovane cacciapuma Berto Laso.
    E’ un bel ragazzo, nato da un mungitore Abenaki e da una mungitrice Iroquoi.
    Il suo motto è curioso.
    “Un conto è mungere, un altro mingere”.
    Berto Laso appoggia il suo arco e allarga le braccia.
    “Ci sono grossi problemi”dice, vicino alle lacrime.
    “Anche voi alle prese con lo strapotere ambiguo delle Combattive Gemelle?”
    “Hai già capito. Il campo magnetico del Fluff porta le canoe alla pazzia”.
    “In che senso?”.
    “Galleggiano ma non puoi pagaiare”
    “Perchè non puoi pagaiare”.
    “Prova tu a pagaiare sulle parole. Un disastro”.
    E mi mostra una canoa incagliata sull’ansa della Cerbiatta Che Scotta.
    L’imbarcazione è stracarica di stoiche suore Grappiste.
    “E che ci fanno quelle?” chiedo a Berto Laso.
    “Gira la domanda alle Combattive Gemelle”.
    E se ne va.
    Forse a cacciare un puma, forse a mungerlo.
    “Uhff” borbotta il ragazzo.
    “Fluff” risponde orando una pallida stoica suora Grappista.

    Joe Perfiumi.

  64. Joe Perfiumi.

    Le Combattive Gemelle ne sanno una più del diavolo.
    Io sono Joe, il vecchio Joe, un semplice umile cercatore d’oro.
    A modo mio, una certa carriera l’ho pure fatta.
    Mio padre Jojoe era cercatore d’orzo.
    E mia madre Jean cantilenava “Fra l’orzo e l’oro c’è la differenza che a letto trovo fra il tuo didietro e la tua faccia”.
    Non ho mai ben capito se a letto indugiassero nelle differenze o nell’indifferenza della posizione del missionario.
    Per tornare alle Combattive Gemelle.
    Che ci faccio con il setaccio se i miei polpacci sono invischiati nel loro fiume di parole?
    Due minuti fa, per esempio.
    Alzo la schiena, grido, invento un sorriso.
    Quella cosa pareva una bella pepita.
    Macchè.
    Era un frammento di linguaggio lossodromico.
    Quelle due tipe saranno la mia rovina.
    Sono la mia rovina.

    Joe Perfiumi.

  65. Joe Perfiumi.

    La curiosità è pressante.
    Raggiungo il campo delle Stregone Flauto Grigio.
    Lo trovo con le gambe intrecciate e il volto corrucciato.
    Sta masticando grumi di pepe verde con foglioline di bossanova.
    Mi siedo e intreccio le gambe , alla moda del nodo western.
    Se ti alzi di scatto, diventi un cavatappi.
    Flauto Grigio sputa.
    Questa volta resta vittima del campo magnetico del Fluff.
    Il suo sputo è un boomerang.
    Sfiora il mio collo, inverte la marcia e si stampiglia nell’occhio destro dello
    Stregone.
    “Buon segno” dico io.
    “Buon segno”conferma lui.
    “Sei venuto a trovarmi per le Combattive Gemelle o per portarmi tabacco buono?”chiede, senza sputare.
    “Beh, il tabacco buono l’avevo pronto nella scatoletta di latta di mio nonno
    Joejoejoe” .
    Silenzio.
    Tre,quattro ore.
    Forse di più.
    “E dove è finita la scatoletta di latta di tuo nonno Joejoejoe?”.
    “Sulla cima di un faggio. Per la legge del Fluff”.
    Un silenzio lungo come le gelate d’inverno.
    “Grande Stregone.Non riesco a darmi pace. Dimmi che cosa è il linguaggio lossodromico”.
    Flauto Grigio cade in una sorta di sonno controllato.
    Controllato da chi, non saprei.
    Un silenzio lungo come le gelate d’inverno.
    Quando l’inverno è inverno anche di primavera.
    E poi d’estate,d’autunno.
    Senza dover poi ritornare inverno.
    Lo Stregone si risveglia.
    “Torna fra una settimana” ordina severo.
    Mentre torno al campo, schiaccio una generosa deiezione di bisonte.
    “Porcoyotemaiala” urlo istintivamente.
    E questo, signori miei, è tutto fuorchè linguaggio lossodromico.

    Joe Perfiumi.

  66. alessia e michela

    L’interrogativo si faceva pressante litania.
    A quel punto il capo della tribù Shoshone, indiano Piede di Porco, zittì tutti: Siamo stati dei fessi! Accettare la protezione dei Visi Pallidi è sempre e solo l’accettazione di una posizione scomoda.
    E ora, anche ora, lo vedete da voi, ve ne state ancora reclinati a mostrare le parti a tergo dove non prende il sole.
    Adesso basta! Dobbiamo disseppellire l’ascia di guerra. C’è gente che ci può guidare. Io lo so. Manitù mi ha ispirato. Ho visto in video conferenza il resoconto della rivoluzione cilentana del 1828. quelli si che erano uomini con gli attributi.
    Tutti i guerrieri mostrarono interesse e la litania di “Onga,Wa-zazhe” divenne un coro ben orchestrato.
    Piede di Porco accese il suo personal computer. E, ovviamente, dato il calore delle fiamme, esplose.
    Nella nube si cristallizzarono immagini tridimensionali e tutti poterono vedere ciò che accadde nel 1828.
    Molti, sotto la luna cilentana, se ne stavano a pressare carne di uribù cacciati nella selva di Tagliacozzo, nei pressi del rudere dove furono ammazzati il generale Borjes e i suoi uomini dopo aver salutato Crocco, il brigante che sapeva di leggere e scrivere.
    La famiglia Capozzolo sopraggiunse al seguito di otto cinghialotti che avevano potuto vedere all’opera Massimo Troisi con gli altri due della Smorfia: Sparami a me, sparami a me…raccontava il cacciatore! Gli animali così usavano fare davanti alla sua schioppo: Sparami a me, sparami a me…dicevano indicando il petto arditamente come fanno i peccatori alla recita del mea culpa.
    E loro: Fate salumi di noi, fate saluti di noi. Vi preghiamo!
    Lo dicevano con occhio languido, abbacchiato, ovviamente sotto l’occhio del futuro abbacchio Pasquale, essendo ormai prossima, appunto, la santa Pasqua.
    E ora sono in giro nei vari negozi di gastronomia ricercata, con grande soddisfazione, in attesa che qualcuno li sbocconcelli.
    E gli altri, invece, gli indefessi lavoranti delle carni di uribù e cinghialotti ruspanti, finalmente, detergendosi il sudore dalla fronte, mettono mano a fiumi di vino e al tabacco; le cartine fatte con le foglie bianche tenere del granturco; la lingua che sfiora un lembo; il cannone che si avvicina alle labbra; le volute di fumo che si evolvono in pensieri lievi e gioiosi; le risate sguaiate e, così è se vi pare, una fame inaudita, una voglia di dolciumi, di pastarelle e croccantini, di crema al limone, di uva passita, di passiflora e frutto della passione, di zeppole, babà, gelati al pistacchio di un verde speranza beneaugurante e la musica: organetti, cupiti cupiti, tamburelli e grida da ferite al decubito.
    Per uno stranissimo fenomeno di metempsicosi anche i cilentani presero a gridare “Onga,Wa-zazhe” e agli indiani parve possibile darsi la mano con quel nobile popolo europeo.
    Provarono a scambiarsi oggetti: l’esperimento riuscì. Forconi passarono dal Cilento in terra d’America e da lì lance e frecce transitarono nel Cilento.
    Quello era ormai il vero nocciolo della questione: l’approvvigionamento di armi per via magica consentiva ai popoli vessati di unire forze ed esperienze, tornare indietro nel tempo e sconfiggere quelli che li batterono e scrissero la storia.
    L’arma più potente fu individuata dal giovane Pom Po Sella Pezzata: senza volerlo sputò verso il cielo e osservò come la saliva si ripartisse in mille frantumi per poi ricadere su suo viso.
    La lezione spiego in maniera eloquente che occorreva sputare tutti verso la stessa direzione.
    Lo fecero: cilentani e indiani, insieme, uniti a remare verso la stessa direzione.
    Con l’energia atomizzata della salivazione contestuale avrebbero potuto mettere in fuga il Settimo cavalleggeri.
    Lo fecero e le trombe dei trombettieri sembrarono guaiti di cani bastonati.

  67. alessia e michela

    Volevano correre ai ripari, i prodi-tori militi ignoti, quando la notizia si diffuse in tutto il globo.
    E anch’essi prediligevano la via magico-esoterica tracciata da gente come Rol, , il Mago di Arcella e così via. Scelsero una formula reta dal ritmo binario: Pinto, pinto, gorgorito, saca las vacas, de veinticinco.
    Tutto nacque dal fatto che equivocarono un messaggio di fumo lanciato da Strambo Giardiniere Vagante.
    Il fumo alludeva al “cavallo di ferro” cioè al treno, ineludibilmente legato ai binari.
    La formula fu ripetuta mille e una volta con un solo risultato: un acquazzone biblico che spense i loro ardori giovanili.
    Boccheggianti si riunirono in Consiglio di guerra per scegliere a quale santo votarsi.

  68. alessia e michela

    Dal resoconto emergente dal primo dispaccio, emerge che il dito estensore della precedente missiva aveva osato rubare una T, cosicché la retta era diventata “reta”…
    Sarebbe stato meglio scrivere forse sorretta?
    E se avesse scritto, sempre per errore, SORETA?
    Non ci sarebbe stato forse chi si sarebbe incavolato rispondendo per le rime: A me? A soreta, caso mai…

  69. alessia e michela

    Indignati fecero un ultimo tentativo per salvare capra e cavoli dicendo in coro e con voce leggermente titubante:
    “Stabat arbor in medio mari. Et ibi pendebat situla plena-intestinorum humanorum. / Tres virgines circuncibant-duae alligabant, una revolvebat”.
    Simultaneamente partì il controcanto in italiano: C’era un albero in mezzo al mare. E lì era appeso un secchio pieno / di interiora umane. / Tre vergini camminavano intorno / due avvolgevano, una srotolava.

  70. Joe Perfiumi.

    Buone nuove.
    Il fiume sta smaltendo le parole delle Combattive Gemelle.
    Il campo magnetico del Fluff si deve essere indebolito.
    Rivedo la catena delle Cime Inospitali con le cime in cima.
    E’ un segnale incoraggiante.
    Ho un invito a pranzo da Caccola Benestante.
    Beh, resta un invito per uno stomaco forte come il mio.
    Spero che i fegatelli di colombaccio siano più espliciti rispetto all’ultima volta.
    Mi sono pettinato usando la pomata dell’impenitente ribelle.
    E’ una pomata magica.
    Sembra che ci sia anche un unguento lossodromico.
    Chissà se Rucola Canterina mi farà gli occhi dolci.
    Adoro gli occhi dolci prima del dolce.

    Joe Perfiumi.

    Joe Perfiumi.

  71. Joe Perfiumi.

    Una delusione,ragazzi.
    La famiglia di Caccola Benestante si è fatta un pò snob.
    Mi hanno propinato carne di uribù cacciati nella selva di Tagliacozzo.
    “Che roba è ? ” ho chiesto a Rucola Canterina.
    “Una prelibatezza. Viene dall’Artusi delle Combattive Gemelle”.
    Bicarbonato.
    Bisbicarbonato.
    Ribisbicarbonato.

    Joe Perfiumi

  72. Joe Perfiumi.

    Nella radura ho incontrato un tale.
    Pom Po Sella Pezzata.
    Strambo,asimmetrico, con piume d’aquila ai talloni.
    “Sei dei nostri? gli ho chiesto bruscamente.
    Quando ho scorto sulla sua fronte spaziosa il marchio delle Gemelle , ho preferito lasciar perdere.
    L’invasione è ormai esplosa.
    Incrocio una stoica suora Grappista fuori pista.
    Sdraiata su una cunetta di muschio selvatico , sguaiatamente, laida ma non laica.
    Il sito del Pallido è diventato un torrido inferno di interferenze.
    Un coacervo di violazioni, di forzature narrative.
    Intanto sento uno “Struoschhh”acutissimo.
    Finalmente un fatto positivo.
    Pom Po Sella Pezzata ha scelto il tronco dell’ orso nero.
    Per fare pipì.
    Ma l’orso la schiena se la gratta proprio lì.

    Joe Perfiumi.

  73. Joe Perfiumi.

    L’appuntamento con Rucola Canterina è sotto l’ontano.
    Saranno duecento passi, nella macchia delle bacche dove i passeri sorpassano i chiurli.
    E’ raro osservare un passero superare un chiurlo a volo radente.
    Come è raro osservare un chiurlo essere superato da un passero a volo radente.
    E’ meno raro avvistare un chiurlo girare in tondo attorno a una passera.
    Anche se la passera bisbetica non disdegna mai un vada via al chiurlo.
    Quando ci vuole, ci vuole.
    Le bacche della macchia sono color viola ciclamino.
    Spesso le spremo per ricavarne una sorta di crema di bellezza.
    La spalmi sulle rughe , aspetti due ore e vai al fiume a sciacquarti il volto.
    Le rughe rallentano.
    Tartarughe.
    Sotto l’ontano non trovo Rucola Canterina.
    Solitamente è puntuale.
    Mi innervosisco.
    Un saltimbanco dalle piume verdi finge di essere un frutto.
    Non sopporto che uno stupido uccello striminzito mi prenda in giro.
    Gli tiro un sasso.
    Lo colpisco in pieno.
    Ora finge di essere vivo.
    L’ontano è vicino alla tenda di Rucola Canterina.
    Un volo di allodola, grosso modo.
    Un volo di allodola pigra.
    E se Rucola Canterina avesse frainteso?
    C’è un altro ontano, nella macchia.
    Ma lontano, molto lontano dalla sua tenda.
    Non meno di dieci voli di allodola operaia.
    Aspetto ancora, calpestando l’erba con gli stivali che ho lucidato con il grasso di marmitta.
    Meglio di quello di marmotta.
    E poi aspetto ancora , triturando l’erba.
    Comincio a masticare erba, in un’onda anomala di contrarietà.
    Alla fine me ne torno al campo.
    Rucola Canterina?
    Variazione sul tema.
    Carrucola Cretina.
    Le donne?
    Una pepita che diventa un sasso.

    Joe Perfiumi.

  74. Joe Perfiumi.

    “Disseppellire l’ascia di guerra”.
    E’ l’ordine secco di Montone Svitato, Grande capo dei Pueblo Hopi.
    E’ giunto il momento di fare terra bruciata attorno ai cugini di sangue lavativi.
    Morte ai Pueblo Hobby.
    Prima il bagno rituale dello sciamano.
    Poi la canzone dello Scalpo Libero.
    “In un mondo che
    non vi vuole più,
    cugini sordidi
    tutti a testa in giù”.
    E in scia allo sciamano, tutti attorno al più vecchio del villaggio, per la danza
    di Hevebeta, divinità delle nubi.
    Ruga Dopo Ruga, centonove anni portati in qualche maniera, lascerà fra poche ore il villaggio dei Pueblo Hopi.
    Se ne andrà a morire, tutto solo, sul liscio sasso della boscaglia del grande topo.
    Per non pesare alla tribù, in solitaria dignità.
    Ha solo una bisaccia.
    Le provviste sono poco cosa.
    Ruga Dopo Ruga intona la litania della doppia rassegnazione.
    “Ho nugoli di frecce
    per il mio arco,
    ho ancora muscoli
    per la mia ascia.
    Ma lascia
    che la mia ascia
    si posi
    su un ciottolo di fiume.
    Lascia che il falco della morte
    posi il suo sguardo su di me.
    Vi lascio,
    fratelli,
    e il mio lascito
    sono i fiori gialli della prateria”.
    Mento Caustico commenta sempre questi addii.
    “Un bel lascito.I fiori gialli della prateria.E i fiori lilla ereditati dalla vecchia zia?”.
    Meschinità.
    L’ascia di guerra si potrà disseppellire solo quando Ruga Dopo Ruga avrà poggiato le stanche natiche sul liscio sasso della boscaglia del grande topo.
    Solo allora.
    Ma già c’è Gomito Maligno che insinua.
    Poche virtù in questa tribù.
    “Stai a vedere che anche questa volta sbaglia boscaglia”.
    Bassezze, insinuazioni da quattro conchiglie bucate.
    Ruga Dopo Ruga si alza nello scricchiolio delle sue ginocchia.
    E’ curvo come l’uomo che miete.
    Si allontana claudicante.
    “Ecco, vedo la strada
    che mi porterà
    agli avi, con passi lievi.
    Voi rimanete qui,
    ma è un attimo:
    ci rivedremo presto”.
    Quasi tutti i guerrieri, istintivamente, si toccano.
    Si leva ancora la voce idisponente di Gomito Maligno.
    “Che vi avevo detto?”.
    Imbarazzo.
    “Matematico. E’ andato nella boscaglia della grande topa”.
    S’ode un lamento.
    Poi un gridolino.
    “Gli avi possono aspettare,
    non c’è fretta.
    Prima del trapasso,
    vieni topa sul sasso.
    A fornicare,
    a ricordare le tante battaglie
    a larghi cavalcioni
    nella casa fatta
    d’aurora e di tramonto”.
    La guerra ai Pueblo Hobby è rinviata.
    Inghippo di giornata.

    Joe Perfiumi.

  75. Joe Perfiumi.

    Baco Depresso si è gettato con la canoa dalla cascata dell’acqua che ribolle.
    Un salto folle.
    Un volo d’aquila , lungo quanto il nitrito di un cavallo bianco in bianco nella stagione degli amori.
    La canoa si è capovolta, precipitando in un battito a spirale.
    Sotto, nell’isteria delle schiume e nella prepotenza delle correnti, Baco Depresso ha trovato un masso con tutti gli spigoli di Madre Natura.
    Ma non è spirato sul colpo.
    Soccorso da Lancia Obliqua , ha trovato la forza di scambiare le sue ultime parole di conforto.
    “Baco,Baco che hai fatto?”
    “Suppongo di essermi gettato”
    “Baco,Baco, hai la testa fracassata”
    “Per Bacco”
    “Addio Baco”.
    “E la canoa”
    “Un pò malconcia. Ma si sistemerà”.
    “Allora muoio felice”.
    Un atto di pazzia, un atto di eroismo…
    Chi può dirlo.
    Lo hanno sistemato sul baldacchino dei trapassati, nel boschetto della Cruna del Lago.
    Che l’accento si è perso fra le robinie.
    Avvolto nella sua vasta coperta di seta multicolore, pareva reduce da una gloriosa cavalcata bagnata sulla cascata.
    La cavalcata di un Baco da seta.

    Joe Perfiumi.

  76. Joe Perfiumi.

    L’Uomo di Frontiera non ha un nome.
    E se ce l’ha,non lo ha mai detto a nessuno.
    Compare ogni anno alle sei del pomeriggio del 20 marzo.
    Imperturbabile e puntuale come la cacca di un piccione sulla testa.
    Un anno si sbagliò.
    “Ciao Uomo di Frontiera” gli dissi.
    “Ciao Joe”rispose.
    “Oggi è il 19 marzo”.
    Gli vennero quasi le lacrime agli occhi.
    Se ne andò via subito, sferrando un gran calcio al didietro del mulo.
    Da quel momento il mulo odia il 19 di marzo.
    Oggi l’Uomo di Frontiera è in leggerissimo anticipo.
    Forse di due,tre minuti.
    Forse per anticipare la cacca del solito piccione.
    Indossa una camicia a quadrettoni blu e gialli.
    La sua zazzera deborda dalle tese del cappello più unto dell’West.
    “Ciao Joe”dice, e si siede sul solito ceppo tagliato ,porgendomi la consueta botticina piena di biscotti di miglio.
    Biscotti che hanno percorso mille miglia.
    Duri come il sasso, con quella muffetta giusta che conferisce un sapore un pò così.
    “Che hai fatto nell’anno?”, gli chiedo passandogli una grande tazza di caffè.
    Lui sa benissimo che il caffè è caffè.
    Però,ogni volta, ama dire, nel rispetto delle pause.
    “Il buon caffè di Joe”.
    Il primo sorso.
    “Che caffè, vecchio Joe”.
    Secondo sorso.
    “Altro caffè,Joe”.
    Poi fischia e chiama l’inseparabile mulo .
    Gli passa un biscotto.
    Il mulo finge di gradire.
    Ma si vede che i biscotti gli vanno come i calci nel culo.
    Ogni mulo, penso ogni anno, ha la sua croce da portare.
    E l’Uomo di Frontiera comincia a raccontare.
    Non mi fissa mai negli occhi.
    Racconta al suo mulo , mentre io ascolto in tralice.
    “Appena lasciata Santa Candida mi sono detto una cosa. Se non sbaglio,tipo:
    ho lasciato Santa Candida.La via dei greggi di bufali indicava sud-ovest.
    Ho guardato il mulo.Mi ha indicato sud -est. Lui non sbaglia mai.
    Anche perchè altrimenti sono calci in culo”.
    Un fiotto di caffè giù nel gargarozzo.
    Un mezzo rutto d’apprezzamento.
    “Joe,ti devo confessare. Non vengo per te.Per il tuo caffè”.
    Lui è sempre generoso nei complimenti.
    Un altro biscotto al mulo.
    “Le pecore dalla lana color camomilla brucavano l ‘erba sulle sponde del fiume Osage. A ovest c’erano i monti Ozark , a nord la fattoria di Thompson il citrullo. Ho messo giù tenda. Ho mangiato pezzetti di lardo e lingue di bue affumicato per due mesi.Una gran sete. Ma intanto il fiume era lì, a bagnarmi le labbra e le dita dei piedi”.
    L’ultimo sorso di caffè.
    L’ultimo biscotto al mulo.
    L’ultima frase che riassume l’anno.
    “Ho fatto trenta miglia sotto il sole d’agosto e non ho mai visto tante querce nane dai rami neri cercare acqua piegandosi verso il sudore del mio mulo.”
    L’Uomo di Frontiera s’alza e se ne va.
    “Ciao Joe”.
    Mentre si allontana , con i quadrettoni blu e gialli della camicia piena di macchie di caffè, gli urlo dietro.
    “Ehi, è vera la storia delle querce nane?”.
    “Certo che è vera.Chiedilo al mio mulo”.
    Nelle mani stringo un parallelogramma di color bruno carico.
    E’ una tavoletta di quel tabacco che si prepara sulle sponde del fiume James.
    Questa sera si fuma da re.

    Joe Perfiumi.

  77. Joe Perfiumi.

    Mentre fumo da re , Corvo Fumante fuma per tre.
    Abbiamo appena scoperto nell’incredibile cielo di questa nottata la costellazione delle Combattive Gemelle.
    Nove puntini marginali , a nord-ovest.
    Seguiamo le stelle con un dito.
    Disegnano uno scudo.
    Guardo, nel chiaroscuro della fiamma che balla, il volto di Corvo Fumante.
    “Credi che lassù a ogni prateria segua un’altra prateria, e cosi via?”, gli domando.
    Lui scuote il fornello della pipa.
    “E così sia”.
    Come è bello fumare nell’ora di religione.

    Joe Perfiumi.

  78. Joe Perfiumi.

    Guanaco Ammaccato mi raggiunge trafelato.
    Respira a fatica, con la bocca aperta, dilatando le narici da cavallo bolso.
    “Ho notizie di Merlo Anastatico” urla euforico.
    Una certa emozione mi prende lo stomaco.
    Qualche crampo sobbalza nella mia pancia.
    Finalmente una nuova su Merlo Anastatico.
    “Dimmi”.
    Lo incalzo con voce tremante.
    “Ha cambiato nome”
    “Cambiato nome?”
    “Già,cambiato nome”
    “In che senso cambiato nome ?”.
    Detta la novità, Guanaco Ammaccato corre via , come un folletto della prateria.
    Resto desolatamente solo a pensare.
    C’è poco da pensare.
    Merlo Anastatico ha semplicemente cambiato nome.
    Si chiama Fluff Lossodromico.
    Fluff Lossodromico,capite.
    Osservo la costellazione delle Combattive Gemelle.
    Si è spostata ancora di più verso nord ovest.
    Ora è troppo distante per colpirla con un sasso.

    Joe Perfiumi.

  79. Joe Perfiumi.

    Rucola Canterina si infila lesta nel mio sacco a pelo.
    E’ la dolce sorpresa della notte.
    Profuma come una cerbiatta cartavetrata con scaglie di marsiglia.
    Mi porge le sue labbra.
    Sono incerto se baciarla o se dedicarle la ninna nanna che ho scritto per lei.
    Meglio la ninna nanna.
    “Coo-coo-oh,
    piccola cerbiatta,
    coo-coo-oh.
    Il vento culla piano
    i nidi sui rami del pino.
    Il vento ritrova coraggio
    sui teneri pori del faggio.
    Coo-coo-oh,
    dormi cerbiatta
    dai sogni distratta,
    coo-coo-oh.
    Il vento s’insinua e trastulla
    le foglie dell’alta betulla.
    Coo-coo-oh”.
    Rucola Canterina ronfa della quarta.
    Destino del poeta.
    Un’altra notte senza baci.
    Coo-coo-ho.
    Quasi mi vien voglia di darmi del coo -co – glione.

    Joe Perfiumi.

  80. Joe Perfiumi.

    Cuore Matto della Tribù Abenaki ha varato la canoa più maestosa dei fiumi dell’est.
    Una Danacol otto pagaie.

    Joe Perfiumi.

  81. Joe Perfiumi.

    Penna Forbita appartiene alla Tribù californiana dei Serrano.
    E’ un intellettuale solitario.
    Ogni tanto viene a gustare la mia mangusta alla torba.
    La trova di una bontà sconvolgente.
    E’ uomo di grande cultura.
    Da quando, una sera, mi ha parlato della caccia al falimbello,sorta d’uccello non identificato, è diventato il mio idolo.
    Al caffè, ha poi dissertato sulla ecpirosi, che sarebbe la fine del mondo per conflagrazione.
    E prima di accomiatarsi, mi ha stupito per un’ultima volta.
    “La prossima volta si gioca a salincerbio”, ha esclamato.
    “Che è”
    “E’ un gioco di società simile alla biccicalla.Consiste nel salire in cerbio a uno e domandargli con una canzoncina quante dita abbiamo tirato.”
    Silenzio.
    “Tutto chiaro?”
    “Chiarissimo”.
    Devo presentare Penna Forbita alle Combattive Gemelle.
    Prima che il falimbello s’infili nel sacchetto delle mie pagliuzze d’oro.

    Joe Perfiumi.

  82. Anonimo

    Era tutto chiaro; anzi chiarissimo.
    Ed è allora, in quell’attimo topico, che tutto accade.
    La notte calò, prendendosi beffa della presuntuosa luna.
    I giornali avrebbero stigmatizzato la sua arroganza e attizzato la vis polemica: “Ma chi si crede di essere! Che ci frega, che ci importa, se dopo diciotto anni è meno torta e più grossa?
    Il baobab nano, capitato chissà come dall’Anatolia sul balcone di Rosa Rifiorente Russante, si mise a tremare.
    Le foglie, come è ovvio, morirono.
    L’innoceronte lo guardò; il ninoceronte pure; il guardaligne all’ennesima fischiata dell’arbitro si accodò al coro:
    “Cornuto! Cornuto! Cornuto!”
    Al terzo tentativo tentato per smuovere le acque e fargli perdere il self control, dopo aver chiesto parere a Raf, egli, l’albitro, che aveva la erre blesa, si calò i pantaloni e il passamontagna e si diresse verso le Alpi con le chiappe al sole, come quando si cantava “Tutti al mare…tutti al mare…”.
    Il guardaligne, così nominato giacché era finito il gesso, e pure la calma, e le linee, compreso il dischetto, le avevano realizzate con legno riciclarto del cimitero di Campobasso, dove c’era un uomo basso basso.

  83. alessia e michela

    La notte, che normalmente porta consiglio, quella volta si lasciò andare allo sbrodolamento lagnante post tempesta.
    Tutto tremolava; dalle colline più prossime arrivavano approssimativamente 800 ululati al minuto primo, 600 gufate iperbariche, 500 guaiti della intensità corrispondente suppergiù alle pestate dei calli lungo il percorso della processione di San Gennaro alle calende greche, solo andata ovviamente giacché al ritorno ce un fuggi fuggi generale verso i punti di raccolta dove si distribuisce acqua marcia che pare faccia bene alla pelle e ripristini gli stomaci delicati.
    Pom Po Sella Pezzata tentava vanamente di leggere il futuro delle sue genti. Lo strumento che aveva trovato più preciso, la lettura delle nubi, risultava impossibile da utilizzare: era buio e non si vedeva un nubo. Meglio: non si vedeva un tubo, visto che “nube” è difettivo di maschile.
    Non si vedeva neppure con il cannocchiale. Quasi si adirò nello scoprire che non era stato ancora diffuso tra le sue genti e che, quindi, lui non poteva sapere che esistesse (sempre il cannocchiale).
    Qualcosa gli diceva che avrebbe fatto bene a dormire un altro poco, ma ormai il dado era tratto e non poteva più ritrarsi: lui non era certo come l’acqua del mare…

  84. alessia e michela

    Passò a rassegna gli altri strumenti: lettura dei fondi del caffè: non era arrivato neppure quella, anche se gli era capitato, ogni tanto, di sognare la macchinetta del caffè napoletana, restando abbagliato dalla bellezza estetica della forma dell’oggetto; sorpreso dal rumore delle ultime gocce fuoriscite, quasi esplose insieme al vapore cocente; spaventato dal rumore gorgogliante; meravigliato per la capacità di quella bevanda di dargli la sensazione di trasformarsi in un padreterno gassato, sveglio e lucido come la un fulmine allo specchio. Si meraviglia della sua lucida capacità di analizzare qualcosa che non aveva mai visto. E lgi sorse un dubbio: vuoi vedere che sono un veggente?
    Il dubbio era soverchiante e non trovò di meglio che distogliere l’attenzione con la mantrica frase:
    “Onga,Wa-zazhe”.
    La ripeté qualcosa come un tempo infinito dilatato sia in lunghezza che in larghezza.
    Per lo sforzò sudò e dovette cambiarsi la maglia di lana.
    “Onga,Wa-zazhe”: c’era qualcosa di fumoso o di magico?
    Come mai ogni volta gli pareva di sentirsi ebbro di gioia?
    Quale era l’arcano nascosto tra quelle parole?
    Sapeva che di lì a poco avrebbe potuto saperlo.
    “Ora o mai più; quel che c’è da fare va fatto? E facciamolo, per Manitù!”.
    Raccolse il coraggio a due mani; si rimpettì; si tastò per verificare che tutto fosse in ordine; sbatté i piedi per terra ricaricando di energia positiva le sue batterie; respirò rumorosamente a fondo otto volte contando ogni volta fino a dodici nelle inspirazione; contò fino a dodici nelle ispirazioni; sbagliò sette volte, numero notoriamente magico, e per sette volte ringraziò i suoi numi: le sette spose per sette sorelle, che erano stati una volta sette fratelli.
    Sette!
    Ecco dove era la risposta: “sette” che con la sua S blesa pronunciava TETTE!

  85. alessia e michela

    E quel “zazhe”, non poteva forse essere letto come “zezze”, utilizzando l’inflessione dialettale dei Navaho? E “zezze” non era stato forse depennato dal vocabolario delle cerimonie nuziali giacché significava “zizze” ovvero TETTE?
    Ester e Fatto, no!, esterrefatto capì tutto ma non voleva ancora dirselo.
    Si girò intorno con fare circos-petto:
    le foglie erano morte e i manifesti mortuari si contavano a migliaia.
    Eppure la situazione puzzava in quell’ambiente agreste.
    Da mille miglia si sentiva un certo non so che di stantio, o rancido se può sembrare più elegante.
    Il sos-petto, con la dietrologia, anche se assume i contorni della marginalità, uccide ben più di una pallottola in fronte.
    Certo, non è stata una verità facile da accertare. Addirittura si sono svolti due referendum: Si, si muore di più e prima per un sospetto marginale.
    Solo questo il quesito.
    Al secondo tentativo si raggiunse il quorum e il busillis si risolse.
    La notte, dunque, calò e portò scompiglio, mentre la luna, arrogante, Congolava, giacché era la luna sorta nel Congo, la stessa che altre volte aveva, invece, gongolato spavaldamente.
    Grande, certo, non lo si poteva negare; ma anche scialba, smorta, priva di vita.
    A che poteva servire? L’alta marea? I pesci Tornatori Felici, con le lische lisciate di brutto dalle ramazze delle spazzine-operatrici siciliane fatte di erica importata dall’Abruzzo? La struttura filologica e poetica delle canzoni di Carmen Consoli?
    Troppo poco, soprattutto alla luce del fatto che la sua luce bastava a poco e certamente non era sufficiente a dare tranquillità all’innoceronte e al cugino ninoceronte posseduti dal prete don Antonio Pestalozza da Copertino, appena rientrato dalla missione nel Mississipippi Calzelunghe.
    SETTE – TETTE!

  86. alessia e michela

    Sembrava uno sciowlingua, affine se non parente alla lontana di scioglilingua: un dramma per lui che aveva dovuto cedere i diritti di una canzone a un lungagnone italiano era messo meglio di lui: METTER CANZONE
    SETTE!
    Ecco, tornando a bomba alla necessità di leggere il futuro delle sue genti, dopo aver scartato l’ipotesi della lettura della sua mano giacché portava i guanti; dei piedi giacché ogni tanto aveva indossato calzari in cuoio di uribù venuto da laggiù (lo disse guardando il dito indice rivolto verso l’italia); del volo degli uccelli stanziali che, allo spirare del termine previsto, erano andati tutti contemporaneamente in pensione e, quindi, avevano appeso le piume al chiodo dell’albero di Noubs.
    Non gli restava che la lettura delle ossa. Ne occorrevano SETTE. Il numero tornava ma non ancora i conti. Dove poteva trovare sette ossa di notte nel deserto che gli pareva essersi all’improvviso mostrato al suo occhio interiore, al terzo insomma.
    Cominciò a pestare il terreno. Sentì rumori di vario genere: “questo è un sasso”; “questo è un ramo senza spine”; “questo è un ramo di Noubs con le spine, mannaggia la morte”; “questa è…che è sta cosa morbida? Oh, catenazzo! Vuoi vedere che qui intorno c’è un cinghiale?”
    Lo trovò e risolse il problema.
    Le ossa bianche, SETTE, lanciavano sinistri riflessi bianchi e il loro rumore quando si urtavano non gli piaceva per nulla.
    Ma servì quel rito trito e ritrito: “vide” tutto.
    E seppe come anticipare le mosse.

  87. alessia e michela

    Occorreva fornire alla umanità ormai incattivita una hit.
    La canzone di successo planetario, ecco quel che ci voleva, quella avrebbe svolto la funzione di catalizzatore o, se si rpeferisce, sarebbe stato l’oppio dei popoli.
    E quale poteva essere il tormentone estivo se non quello…quello? No. “Quella” bastava quella frase pronunciata a sazietà intervallandola con percussioni sempre più accelerate per far ballare tutti e raggiungere l’estasi per quella via, tutto sommato breve.
    Intanto era giunto allo spasimo, dopo aver sterzato a sinistra, l’urlo di Ginsberg: “Le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo brucianti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte, che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su imbottiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda galleggiando sulle cime delle città contemplando jazz…”.
    Ferlinghetti si mise in sintonia con lui e: “Certe parole sono davvero cattive. Hai voglia di dire che non sono le parole cattive bensì le intenzioni degli uomini!
    Quella, la Parola, non è forse all’origine del mondo sia essa lossodromica o endofasica?
    Se dubbi vi sono essi riguardano il senso di “lossodromico” che, a quanto pare, ha interessato il mondo accademico che, non avendo nulla da fare, si guarda la punta delle scarpe.
    Chi, invece, alza lo sguardo e lo appunta sulla trapunta stellata, ammirando anche il profilo della Terra, sa di cosa si tratti”.
    Aveva fumato.
    Non c’erano dubbi.
    Ma cosa?
    Noi, dopo attenta analisi e prova di DNA giungemmo alla seguente conclusione: Bardana! Un succedaneo formidabile del tabacco o del tabocca se qualcuno pensasse che suoni meglio, come pare abbia detto il D’Amelio.
    Le ore erano passate eppure era ancora notte.

  88. alessia e michela

    Pom Po Sella Pezzata alle prese con le parole e la musica di “Onga,Wa-zazhe” sapeva, ormai, che la catastrofe si poteva evitare ma occorreva costituire un coro formato da tutte le genti del mondo.
    Ciò avrebbe anche rappresentato un omaggio a Manitù che non ne poteva più di intervenire per tentare di sedare i bellicosi spiriti con le sue punizioni.
    Anche lui le aveva tentate tutte: incentivi e disincentivi, minacce come usa farsi in ogni cielo e con ogni dio, bastone e carota, specchietti per le allodole e miracoli eloquenti…nulla era valso a far capire che era meglio grattarsi reciprocamente la schiena invece di spararsi nelle chiappe.
    Pom Po Sella Pezzata, che normalmente la sapeva lunga, stava per prendere un abbaglio oppure no?
    Avrebbe fatto meglio a guardare in faccia la realtà oppure doveva chiudere un occhio, anzi tutte e tre?
    Qualcosa gli dava la sensazione che il suo personal computer si fosse imballato.
    Ma non ne conosceva le cause.
    Gli uccelli, intanto, si risvegliavano.
    Non tutti, è ovvio, lo fecero nello stesso momento.
    Qualcuno non si svegliò per nulla.
    I cinguetti erano abbastanza chiari da decifrare: avevano fame.

  89. alessia e michela

    I Cinguetti: specie di uccello canterino della pampas, emigrati, fagotto in spalla, alla fine dellì’800…
    Anche loro comunicavano con cinguettiiiiiiiiii

  90. alessia e michela

    La visione di Pom Po Sella Pezzata è eloquente; tutti, nessuno escluso, sono tutti nudi! Una lunga marcia di pace che sta per giungere al traguardo. Come per ogni traguardo importante occorre giungerci nudi e con le mani che non sai dove metterle.
    Eccola questa splendida umanità: nuda.
    E ognuno gratta un altro mentre un altro gli gratta la schiena.
    Certo: non sono tutte e solo rose e fiori. Non è facile trovare un bel tomo che davvero sappia riconoscere il punto esatto dove grattarti la schiena. Come si chiama quel punto? Nessuno ci ha mai pensato?
    Beh, essendo deambulante lo si potrebbe chiamare Punto X. Una incognita, insomma, ma esiste.
    Una volta lo trovi più giù, l’altra più su…talvolta non lo trovi e inveisci contro il solito bel tomo. Quanto sarebbe utile un millemani che troverebbe difficilmente guanti a misura, se non prodotti artigianalmente e quindi costosissimi, ma sarebbe almeno utile a qualcosa…
    Altra soluzione potrebbe essere darsi da fare con più persone. Ma sarebbe una vigliaccata all’umanità. Verrebbero a mancare forze e mani per altre schiene.
    Dunque: lui, Pom Po Sella Pezzata sta vedendo l’umanità giunta al traguardo, nuda.
    Ognuno ha dietro di sé un corpo.
    Accipicchia!
    E qui casca l’asino: come fare a fidarsi fino in fondo?
    Non ha mostrato sfiducia, che so, pure il Bennato? L’isola che non c’è!
    Ecco cosa occorrerebbe trovare.

  91. Joe Perfiumi.

    Come temevo.
    La tempesta di parole delle Combattive Gemelle ha nuovamente sconvolto il metabolismo del fiume.
    Che ora corre all’insù.
    E io devo correre alla riunione delle 10.
    E’ una mini convention sulle prospettive dei cercatori d’oro.
    Si parlerà anche di asset allocation delle pepite.
    Il relatore è un tipo che sprizza fosforo dai pori.
    E’ un meticcio.
    Supponente Manager In Doppiopetto Di Gallina.
    Della Tribù degli Uroni.
    Ho detto Uroni.
    Non neuroni.

    Joe Perfiumi.

  92. Anonimo

    Gli Uroni!
    Perdinci, anche loro, che talvolta e senza essere stravolti camminano orizzontalmente alla Terra, Madre ingrata e talvolta pur’essa dolente, ma mai cerebrolesa.
    Per gli Uroni è sempre notte che più notte non si potrebbe.
    E lì, in quelle notti che per principio, ed è lapalissiano, non si vede bene, l’improvviso frullo del passero spaventò il viandante che si muoveva solo con il Bastone dle Comando in mano.
    Lì, dove il sentiero si diparte ma esso sa dove porta, transitava Laida Wa-Palla.
    Si incrociarono, ombre tra ombre e quel che accade nessuno, eccetto Joe Perfiumi saprebbe intuire.
    Fu la fuga precipitosa?
    Fu lo stravolto dietro front?
    Fu un trasalire felice?
    E potrebbe mai entrarci nella storia l’Araba Fenice?

  93. Joe Perfiumi.

    Benedetto break.
    La riunione è di una noia mortale.
    E’ come aspettare che l’istrice esca dalla sua tana.
    Quando l’istrice non ha alcuna intenzione di uscire.
    Manager in Doppiopetto Di Gallina ha tracciato due punti sulla lavagna di pelle di montone.
    Poi ha sublimato la tecnica del silenzio.
    Gli Uroni sono famosi per la tecnica del silenzio.
    Si ricorda Lingua Sedata , addomesticatore di serpenti reietti.
    Ebbe la costanza di stare zitto per sette giorni e per sette notti con sua moglie , Scapola Saccente.
    Alla fine, disse non disse.
    “Boh”, sussurrò, tornando alla pratica del serpente.
    Una convention di dementi.
    Manager In Doppiopetto Di Gallina ha scritto prima ‘A’ e poi’B’.
    Usando il gessetto della miniera dismessa dei gessetti.
    Quella di Piccone Piccante che ha poi scoperto pennarelli e non penne sul sedere dell’aquila reale.
    Alla fine il docente, stremato, ha tracciato un segmento.
    Si è sfilato il doppiopetto di gallina , ha tolto l’uovo dall’occhiello e si è asciugato la fronte.
    E ha detto , nell’aula che pendeva dalle sue labbra.
    “Sembra facile”.
    A seguire.
    “Già,sembra facile”.
    E’ finito il break.
    Ora ritorno a spigolare motivazioni.

    Joe Perfiumi.

  94. Anonimo

    Gli Uroni si rimestavano tra loro e non distinguevano neppure le varie particelle, pronominali e non solo; tra un ce e un c’è, un: mi, ti, si, ci vi e l’altro intercalavano un articolo indeterminativo; poi presero a menarsi schiaffoni che era sw non altro azione meno fredda.
    Al momento di coniugare verbi e farlo (la coniugazione) tra loro, si zittirono:
    qualcosa accadeva altrove e non potevano arrestare il corso degli eventi.
    Suoni onomatopeici invasero il campo della loro attenzione:
    squit…vaschhhhh, patapumpete…cric, croc, allocc…etetetete, zompatazapete, argggggggggggg, urffffffffff, slurpppppppppp e poi, ciò che, ovvero cciocchè oppure ciokkè, nessuno si attendeva:
    slurp, kiss, sbaciuk, ari-sbaciuk…

  95. Joe Perfiumi.

    Il meeting è terminato.
    Manager In Doppiopetto Di Gallina è perfino riuscito a formulare un concetto intelligente.
    Ma si è subito corretto.
    Mi hanno premiato con il setaccino del cercatore.
    Una robina da mettere all’occhiello.
    Ma io non il doppiopetto.
    La sintesi estrema del convegno è fulminante.
    Con l’oro ci si guadagna tutti.
    Soprattutto loro.

    Joe Perfiumi.

  96. Joe Perfiumi.

    Sono lieto che Anonimo Che Interagisce Nel Sito Del Grande Pallido sia dei nostri.
    Mi auguro sia per il gioco di squadra.
    Altrimenti pazienza.
    Anonimo Veneziano.

    Joe Perfiumi

  97. Joe Perfiumi.

    Una precisazione.
    Mi riferivo ovviamente all’anonimo.
    E non al suo omonimo.

    Joe Perfiumi.

  98. Joe Perfiumi.

    Altra precisazione doverosa.
    Non ho nulla contro l’omonimo dell’anonimo.
    Giusto per chiarire.

    Joe Perfiumi.

  99. Joe Perfiumi.

    Poi vado al fiume.
    Molla Virtuosa mi reca un messaggio.
    “L’omonimo dell’anonimo desidera precisare di possedere uno pseudonimo”.
    Gente, se si continua così anche oggi non si produce.

    Joe Perfiumi.

  100. Joe Perfiumi.

    Solo per dirvi.
    Molla Virtuosa non guada mai il fiume.
    Lo salta.

    Joe Perfiumi

  101. Joe Perfiumi.

    Sul rivone sabbioso incontro Tamburino Tardo, della Tribù
    dei Deamici , sparsa in piccoli gruppi litigiosi nelle terre del sud est , dopo essere stata in quelle del sud ovest, e prima ancora in quelle del nord, le distese dei dadi,knord.
    Gente che cambia.
    Tamburino Tardo ha appena ultimato di fabbricare il suo tamburo di pelle d’alce conciata.
    Era conciata l’alce ,malmessa per via di una forma reumatica alle
    articolazioni.
    La pelle è tirata come una corda d’arco che scocca.
    Così deve essere.
    “Gran bel tamburo”,dico a Tamburino Tardo.
    Lui sorride e poi fissa con amore la sua fatica.
    Un capolavoro di vero artigianato tardo.
    “Ora provo il suono”sussurra lui.
    E’ il momento della verità.
    Un colpetto,una minima percussione.
    “Tim”
    “Dovrebbe fare tum”.
    Disappunto.
    Una svirgolata di nocche sulla pelle.
    “Tim,Tim”.
    “Ovvio,dovrebbe fare tum tum”.
    Una svirgolata di nocche sulle palle.
    Tamburino Tardo è imbufalito.
    Sessanta ore di lavoro per un tamburo che fa “Tim”.
    Riprova, isterico.
    “Tim”.
    “Tim”.
    Non c’è una rapa secca da fare.
    Se arrivano le Giubbe Rosse della Telefonia Mobile ,gli rubano
    l’idea.
    Tamburino Tardo s’alza di scatto e scaglia il suo tamburo a fiume.
    Il tamburo galleggia egregiamente.
    Si avvia a valle, dondolando come il fringuello con i problemi all’anca.
    All’altezza dei mezzi salici piangenti, una tinca che non sa fare gli affari suoi guizza sul tamburo.
    “Tum”.
    Tamburino Tardo si scalcia ritmicamente gli stinchi.
    “Tum”, ripete il tamburo.
    E la tinca non si stanca di prendere per i fondelli l’artigiano imbizzarrito.
    Gli porgo una fiaschetta d’acquavite.
    “Se la tinca suona, tu trinca”.
    Non è una grande soluzione.
    Ma funziona.

    Joe Perfiumi.

  102. Joe Perfiumi.

    Tamburino Tardo molla il settore dei tamburi.
    Fatte armi e bagagli, punta verso il territorio degli Stradivari
    che vivono d’archetto, più che d’arco.
    In bocca all’orco , tenero Tardo.

    Joe Perfiumi.

  103. Joe Perfiumi.

    Tempo Perdente se ne è andato sulla rivetta delle raganelle dispettose a spararsi la consueta pennichella.
    Quando prende a ronfare è peggio del mantice del fabbro di Brodgecity.
    Fra due ore si sveglierà con il solito sbadiglio.
    E dirà.
    “Un piccolo sonno non fa male nemmeno all’ultimo degli Ottawa”.
    Tempo Perdente odia la Tribù degli Ottawa.
    La considera una eterna piazzata.

    Joe Perfiumi.

  104. Joe Perfiumi.

    Anonimo Geronimo , Capo in incognito degli Apache , ha deciso, nel Gran Consiglio,di acquistare nuove matite per i colori di guerra.
    Le Apache Caran d’Ache.
    Me lo comunica Ansa Che Informa.

    Joe Perfiumi.

  105. Joe Perfiumi.

    Nel pomeriggio ,nella piana dei cedri scortecciati ma non troppo,
    c’erano i rappresentanti sindacali di tutte le Tribù.
    Una marea di delegati.
    Ho rivisto con piacere Scacco Matto degli Accomac, Membro Uscente dei Pata Opata, Pel Di Karota dei Dakota,Yogurt 0,1 dei
    Bayogula,Chinotto Gelato dei Chinook,Mano Che Spilla degli Umatilla,Lexotan Quieto dei Secotan,Palla Che Rimpalla dei Walla Walla.
    Ho abbracciato il mio vecchio amico Puma Spuma degli Yuma.
    Un vero schieramento di delegati.
    Hanno discusso di quote rosa, delle quote latte , dei falchi in quota e del grosso problema dello zero al quoto.
    Dopo aver fallito un accordo dietro l’altro, sono sciamati via.
    Tutti in treno.
    Grazie a Puma Spuma.
    Quello del treno per gli Yuma.

    Joe Perfiumi.

  106. alessia e michela

    La favolosa Rossa Rosa Tatuata irruppe nel trambusto.
    E silenzio si fece.
    Nessuno si accorse di nulla, pertanto testimoni oculari poterono dire:
    non sappiamo di cosa.
    La perplessità, come tombale silenzio innescato, si rese radente al suolo, peggio del figliuol prodigo nell’attesa della reazione del padre suo, che il nostro sarebbe stato meno indulgente.
    “Non sappiamo cosa” pareva cripto messaggio in vuoto isterico.
    Ricostruendo con esattezza il fattaccio, il magistrato Gis-Tappunto profferì l’inoppugnabile decreto (che si poteva un tempo emettere inaudita altera parte):
    “La chiave di volta o, se volete, l’architrave collegato al tema del contendere era, è e sarà: “E silenzio si fece”.
    La risposta pertinente, dunque, è: “Non sappiamo di cosa” giacché tutti distratti erano.”
    Fece seguito una lunga motivazione ricca di linguaggio traforato, meglio, forense, e, dulcis in fundo, la motivazione.
    L’applauso scattò potente e qualcuno azzordò fosse pre-potente.
    Un esausto spettatore, dalle inesauste attitudini ad analizzare le frasi, si accorse che era costruite con tecnica obsoleta.
    Provò a immaginare una diversa costruzione, magari più ambiga, ma certamente anche più creativa.
    Prese un foglio bianco; scrisse tutto testualmente o, se volete, testualmente tutto scrisse; prese le forbici appena affilate; sferrò una tagliata qui e una lì, valutando come il rumore fosse ogni volta leggermente diverso: zac, zacc, zza, zzacc, zachete, zacchete, zazazzazzazazzakkkettetteete…; prese i vari pezzetti (erano 69, cosa strana giacché avrebbero essere di numero pari considerato che il foglio era stato piegato otto volte prima di iniziare la sequela di sforbiciate); li buttò per aria; attese che cadessero sul pavimento; li raccolse; li accostò a caso; ricostruì una nuova frase dal tenore terrificante, ma proprio terrificante assai…Ebbe egli stesso paura di ciò che lesse. Pensò: ma allora il magistrato ha inteso lanciare un messaggio subliminale!

  107. alessia e michela

    Azzordò faceva rima con sfottò.
    Ciò sognò quella notte il nostro quando il sonno arrivò.
    Ma appena si svegliò si accorse era nudo e sbottò:
    “Oibò, ma addò stò? Che ci fò così combinatò”.
    La erre francese di combinatò lo sorprese non poco e lo indusse a fuggire da se stesso.
    Come un razzo si vide partire gambe in spalla verso la chiesa.

  108. alessia e michela

    La chiesa!
    La chiesa?
    La chiesa, la chiesa, si.
    Ma dai, stava dicendo un tipo a un altro che a piè pari si stava intrufolando in un discorso ironico.
    Ma dai…come fai ad irlo o a dirlo o addirlo?
    Sono quattro pali e un semaforo spento…
    E l’altro: Ma quale semaforo! Non esiste ancora. La corrente alternata non è stata inventata. E’ una candela abbioccata.
    Intanto, oltre la soglia, difesa da un fossato con gli accademicio e rituali coccodrilli finti morti, un bel tomo stava sbraitando oo, sempre se volete, arringando la folla (ottentotti, erano ottentotti, ma solo 3; erano, a ben vedere quattro gatti):
    “Sono. Sono ancora. E mi aggrappo a questo Suolo Sacro. Sono. Sono ancora. E mi chiamo Santo Sassuolese. Mi chiamo e mi ammanterò di questa candida tunica e quanto più in essa mi avvolgerò tanto più sarò nudo, davanti a voi che mi avete visto nascere. Popolo di Sassu Salassà Salassù, fetta di Suolo Sassonico, di questa vituperata ansa di Paradiso, fate di me ciò che volete; mangiatemi pure. Non ci sarà morte più bella se dalle mie carni nascerà la vostra Libertà. Mangiatemi pure. Non ci sarà morte più bella se dalle mie carni rinascerete più fratelli. Mangiatemi pure. Non ci sarà morte più bella se dalle mie carni rinascerete finalmente uguali.”
    Un tipo con ol volto affilato peggio di un rasoio fremeva osservando un foglio. Era una lettera minatoria?
    Era un testamento?
    Nessuno lo sapeva. Neppure lui che non sapeva di leggere e di scrivere.
    Riportiamo il contenuto, ma mischiando le lettere e le parole:
    Xk tien ein mano lettera la sua lettera e rivà al ar momento in cui fu mang fato iato …è uno di fava rosso pecorino sale tira altra l’ una. ;: ” ‘ ) ( – £ & %

  109. alessia e michela

    Sull’altra facciata l’incipit era:
    Car spo ta sta mercan la zia ta ppa lla re con missio te nario…
    Sul resto:
    TOP SECRET

  110. alessia e michela

    Troppi dubbi. E tutti assillanti.
    La faccenda si faceva sempre più complessa e sarebbe stato sempre più difficile prendere posizione, trascurando quelle classiche che vanno dal missionario a quella amata dall’orsetto lavatore detta “della carriola”.
    Ma la domanda più greve alludeva a una ipotesi da respingere con forza: E se fossero davvero nati tutti uguali gli esseri umani, ma identici a quello dal volto affilato peggio di un rasoio? Dove si sarebbe potuto mai trovare tutto il filo occorrente per suturare le inevitabili ferite?

  111. alessia e michela

    E gli aghi!, poi, quanti ne sarebbero stati necessari?

  112. alessia e michela

    E i cerotti sarebbero stati inseriti nel paniere per “misurare”m l’inflazione?
    E le badanti avrebbero avuto o no più occasioni di lavoro?
    Qualcuno andò oltre: “E l’alcool è o no utilizzabile per disinfettare le ferite?”
    “E le mani si devono o no lavare prima di intervenire?”
    La scienza, depressa, svicolava ogni volta escogitando risposte ambigue o sibilline.
    Le enciclopedie mediche scalarono le classifiche di vendita dei libri.
    E scalarono pure le montagne, anche se le più moderne preferivano gli ascensori. Dopo i primi attimi di sbandamento, impararono che chiamarli significava pigiare un bottone…mica si può essere enciclopedici su tutto!

  113. alessia e michela

    Un osservatore esterno, alieno, naturalmente, quanto interessato per certi versi e disinteressato per altri, capì che quella storia sarebbe stato un affare.
    Comprò al mercato nero partite di digitale, tortomaglio, artemisia, vischio, aro, prezzemolo, cicuta (quella che ogni male stuta), rosa canina, euforbia, tarassaco, angelica arcangelica, cannabis e luppolo innestato di cannabis, timo, bardana, pulsatilla, corniolo, corbezzolo, fiori di acacia, pepe rosso, pepe nero, pepe (siccome cuoppo cupo poco pepe cape), nepetella e la sorella erba gattaia.

  114. alessia e michela

    La bilancia oscillava una volta da qui e una volta pure;
    guarda caso.
    E quella la chiamavano giustizia!
    Gli acquirenti, fiduciosi, tornavano a casa convinti di poter preparare l’elisir di lunga vita.
    E a cosa sarebbe stato utile?
    Essi non sapevano che bastava aggiungere solo il rizoma di un’altra pianta e si sarebbe ottenuta LA VITA ETERNA.

  115. alessia e michela

    La vita eterna…
    amen

  116. Joe Perfiumi.

    E’ stata commovente la commemorazione di Omba Omba, smisurato cacciatore Papaia, uccisore in carriera di ventuno orsi dai lunghi corsi , trentotto alci nel paese delle meraviglie,tredici facoceri dal muso opposto, sedici puma montezuma, quattrocentodiciotto bufali dai brufoli parentali e una gazzella escort.
    Omettendo gli scoiattioli volanti.
    Che era come chiurlare il chiurlo.
    E poi uno scoiattolo al volante si schianta in genere per conto suo.
    Fatale fu l’incontro con il possente cinghiale sul ghiaione sdrucciolevole che una volta sputava sassolini rosa.
    Non ci sono piùi sassolini rosa sul ghiaione da quando i trampolieri li scambiano per gamberi di fiume.
    Anche i giganti come Omba Omba incocciano la cuspide del destino.
    Stava Omba Omba accovacciato nella macchia a sgravare l’intestino.
    In quei momenti pensi ai coltelli da lucidare, alle lame da registrare,alle scuri oscurate se non trovi selce al neon, agli archi da rassettare.
    In quei momenti non sospetti certo che il possente cinghiale, guardone setoloso, se ne stia alle tue spalle , pronto a colpirti proditoriamente.
    Glorioso quasi invincibile Omba Omba.
    A volte il destino incrocia le vie dell’intestino.
    E destino e intestino, forse, sono la stessa cosa.

    Joe Perfiumi.

  117. Joe Perfiumi.

    Omba Omba riposa eccezionalmente in una tomba tomba.

    Joe Perfiumi

  118. Joe Perfiumi.

    Pare che il possente cinghiale stia vivendo un forte complesso di colpa.
    Vaga lungo il ghiaione sdrucciolevole recitando una sorta di mea culpa che è una specie di “Grunf”.
    Ma un “Grunf” rannicchiato nel rimorso.
    Il fantasma di Omba Omba lo perseguita.
    Speriamo che le Combattive Gemelle non aggiungano alla penosa vicenda un altro fantasma tutto loro.
    Dadaumpa , ombra di Omba Omba.

    Joe Perfiumi

  119. Joe Perfiumi.

    Manager In Doppiopetto Di Gallina ha azzeccato il primo congiuntivo della sua vita.
    Il budget è pienamente raggiunto.
    Ora gli manca il gerundio ortodosso.
    Ma ha tutte le capacità per centrare anche questo obbiettivo.
    Gallinando.

    Joe Perfiumi.

    Joe Perfiumi.

  120. Joe Perfiumi.

    Chi ti arriva all’ora di pranzo?
    Folletto Invadente.
    Nel momento in cui sfilo dallo spiedo il gallinaccio bruciacchiato , spennellato con polvere di timo.
    Folletto Invadente è della Tribù dei Rompipawa.
    Per campare fa il rappresentante di totem.
    Ma io che ne faccio di un totem.
    Comincia la manfrina.
    “Totem . Totem per tutti”.
    “Ripassa un’altra volta. Non all’ora di pranzo”.
    “Oggi c’è l’offerta. Comperi un totem e ti regalo una talpa impagliata”.
    “La talpa impagliata potrebbe anche interessarmi.Il totem no”.
    “Oggi c’è un’altra offerta.Comperi una talpa impagliata e ti regalo un totem”.
    Folletto Invadente ,non a caso, è cugino di Tafano Impudente.
    Non te ne liberi.
    Se non con un metodo.
    Afferro il solito randello appoggiato al salice piangente.
    Glielo mostro, lo vibro nell’aria.
    Fingo di colpirlo.
    Simulo.
    Abbozzo.
    Rifingo.
    Poi gli mollo il colpo sulla testa.
    Folletto Invadente crolla a terra , diritto come un fuso.
    Il rito della secchiata d’acqua gelata.
    Si riprende.
    “Che ci faccio qui?” chiede stordito.
    Non gli rispondo e addento il gallinaccio.
    Il timo per temoli è stupendo anche con i volatili.
    Folletto Invadente ripone il campionario di piccoli totem nella enorme borsa da viaggio e si allontana imbronciato.
    “Totem,totem”grida sotto il sole che picchia a lama perpendicolare.
    Nessuno lo ascolta.
    Dura la vita dei venditori di totem.
    Anche per quelli con il bernoccolo.

    Joe Perfiumi.

  121. Joe Perfiumi.

    Geppetto Arpeggiante è il titolatore ufficiale di canoe della Tribù dei Collodi , sparsi come macchie di leopardo nel grande territorio dei piccoli laghi ma così piccoli che a volte passano nelle crune degli aghi.
    Oggi si vara la canoa di Grullo Parlante.
    Due sono i nomi in gara , da apporre sul fianco dell’imbarcazione che profuma di resina.
    “Biba” ,quello scelto da Grullo Parlante.
    Ermetico, un pò da cane.
    ” Ilicic,Piricic, Melicic,Pomicic e Titanic”,quello proposto
    da Geppetto Arpeggiante.
    Sono i cinque dei dell’ acqua che canta.
    Poetico,forse estenuante. La discussione divampa.
    “Biba,una porcheria”
    “Bello il tuo salamelecco”
    “Biba,la canoa che abbaia”
    “Ilicic,Piricic,Melicic,Pomicic,Titanic..li leggi, e la canoa si mette di traverso”.
    S’arriva al compromesso.
    Grazie alla mediazione di Duplo Matico, il rasserenatribù.
    “Biba,un nome infantile”.
    Ulteriore ponderazione.
    “Sceglierei Titanic”, suggerisce.
    “E’ il dio dell’acqua che canta le melodie più languide. E poi è benaugurante , nella tradizione dei nostri padri”, conclude austero Duplo Matico.
    Bel nome Titatinc.
    Da canoa nuova di pacca.
    Capo Nastro Azzurro è euforico.
    Al varo , lancia contro la fiancata un otre di pelle di criceto pieno di melassa mollassa.
    Quella durassa scalfisce il legno.
    Alè.
    Galleggia.
    Troneggia .
    Una scheggia.
    Sull’acqua folleggia.
    Ehi.
    Che succede?
    Si inclina.
    Sussulta.
    Ma dai, si ribalta.
    Affonda.
    Sprofonda.
    Si inabissa, col nome che affoga, lettera dopo lettera.
    Titanic
    Itanic
    Tanic
    Anic.
    Nic.
    Ic
    C.
    Borborigmi dal fiume, lacrime negli occhi di Grullo Parlante.

    Joe Perfiumi.

  122. Joe Perfiumi.

    C’è il tempo della carne affumicata, c’è il tempo del digiuno.
    C’è il tempo dell’ aquila reale, c’è il tempo del fringuello spennacchiato.
    C’è il tempo delle parole, c’è il tempo del silenzio.
    Ecco,è giunto il tempo del silenzio.
    A proposito, com’è il tempo del silenzio dalle vostre parti?

    Joe Perfiumi.

  123. alessia e michela

    Melassa Ruggente alzò lo sguardo verso la nuvolaglia. Tentò di rispondere con i fatti alla voglia di dormire o risvegliarsi del tutto e parlò: “Addò stò?”.
    Sorpreso dal suo stesso idioma, appreso in una seduta di Emografia Ieratica tenuta dallo stilita Non Mi Muovo Più, rabbrividì. Quel che stava vedendo era troppo: nel cielo numerosi Navajos camminavano mano nella mano con: Cicciolina; i fratelli Fede, Speranza e Carità; i fratelli Bandiera e il cerusico Don Abbondio da Militello.

  124. Joe Perfiumi.

    “Da dove viene tutta questa melassa?” ho chiesto a Melassa Ruggente.
    “Dalla Grande Mela”mi ha risposto sfuggente.

    Joe Perfiumi.

  125. alessia e michela

    E la mela cadde, ormai matura, dall’albero bonsai, che era buono ma non lo sapeva.
    Nessuna risposta avrebbe potuto mai dare. E la risposta, al probabile “perché?” era ovvia: era boccoprivo.
    Fu allora che il navajo Iracondo, ultimo nato della Stirpe Storpa di Sorbolo di Sotto, tra sé e sé, anche se non avrebbe voluto mai farlo,
    guardandosi allo specchio, disse: “Ma tu, tu, dico a te, senza che ti giri, vuoi più bene a mamma o a papà?”
    La voce sorse spontanea, e la risposta pure: “A Pippppo BBBaudo”.

  126. alessia e michela

    La risposta squallida lo riportò nel torpore lucido o, se si vuole, nella lucidità della sonnolenza profonda ipnotica, catalettica, cachettica, scollacciata, pudica anzichennò, accento sulla o, senza ma e senza perché.
    Ma la misura era colma e non c’erano più gli Squallor che tenessero a freno la fantasia americanense, divisa, come la testa fa con le orecchie, dal canale di panama.
    Joe Perfiumi, accoccolato, come sottoposto alla minaccia della spada di Damocle, stitico conclamato, si sforzava di comunicare con il proprio intestino crasso.
    Gli giunsero le prime note della canzone destinata a tormentarlo fino al patibolo, come aveva saputo da sette ossa bianche al chiar di luna consultate.

  127. alessia e michela

    Non c’era soluzione: occorreva essere operativi, come disse il toro vedendo il drappo rosso, senza guardare in faccia a nessuno, neppure a quelli che hanno la faccia come il cuculo, dove qualcuno volò e si pentì.
    Tuc tuc tuc tuc…cut cut cut…
    il verso strano, tipo one way, si ripeteva accompagnando i piacevoli movimenti ondulatori e sussultori del terremoto che diede i natali a il triangolo delle Bermuda, a il, o se preferita al, triancolo del monte d i Venere e al triangolo della morte.
    Intanto, come è ovvio, la Sfinge continuava a porre domande sibilline, mentre la Sibilla s’era rotte le sactole di essere illuminata da un raggio di luce attraverso la montagna di Cuma.

  128. alessia e michela

    Tra triangolo e triancolo Cola di Rienzo aveva deciso di scegliere.
    Ma non disse cosa.
    Delegò ai trentini di farlo.
    Quelli, stanchi di aria sopraffina, avrebbero preferito morire anziché continuare a sentire la eco della montagna.
    Allo stesso tempo, a mare, c’era chi avrebbe preferito sentire la gatta cantare sui tetti che scottano.
    La carne scottona, ben frullata, si era innamorata.
    Tutto procedeva per il verso giusto, pure a Genova dove Fracchia si era rotto le scatole di quello, come si chiama?, quello che con il panzone va in giro a sparare unguenti sulla faccia degli scorpioni e dei pescecani sdentati…ma se ghe pensa che l’altro, come si chiama?, si, quello quello…minchia con C, pure lui ha a che fare con catta con C che le G costano di più al mercato nero quando è chiuso quello neutro…
    cavalcavano tutti insieme, sempre più fusi: indiani e cartelle 24 ore con le alette, borse capaci e buste di plastica, corpi mozzafiato e il mozzo del Titanic, investimenti decurtati, Muzio Scevola e il Pirata Nero, la pozione di ippocampo e la testuggine di acqua dolce inquinata con fosforo del cervello di Bruno Vespa.

  129. alessia e michela

    Porsenna colse la palla al balzo e sul piatto della bilancia mise Sancho Panza, il corrimano di Pantani, Coppi, Bartali, Zenga, Toni, Di Natale, Rioveggio e quello del curculione che spingeva la palla di sterco lungo la discesa che conduce all’epicentro dell’incendio che accese Nerone suonando la lira pentito per non aver inventato l’Euro.

  130. alessia e michela

    Il primo dopoguerra la disse tutta: sono contento di essere arrivato Uno.
    La eco rispose: E uno, e dddoie, e tre, e quatto…
    Il traduttore, felice, guardandosi in-tordo, con aria circos-petto/pentadattolo, come era ovvio, tradusse: And One, and two, and tree che gli pareva un’altra cosa, forse verde. Ma dove era la differenza-
    Be or tree, that is the question…

  131. alessia e michela

    Joe Perfiumi si sentiva ancora un uomo.
    E si disse, fu costretto a farlo con voce affabile, ma se questo è un uomo, due cosa sono?

  132. alessia e michela

    I due uomini camminavano titubandi per il sentiero irto di ostacoli.
    Impegnati come erano nella analisi del penziero profondo, tutto potevano immaginare ma non la riflessione.
    Il BANDO.
    Per questo erano titubandi, ma in tutù, dato il caldo umido.
    Il penziero, singolare di penzieri, così come prezzemolo lo è di prezzemoli, o, sempre se si vuole, violaciocca di violaciocche e zoppo di zoppi, sorto di sorti, insorto, di insorti, iserto di inserti, indietro di avanti…

  133. alessia e michela

    Ormai era lapalissiano: c’era poco da tentare di parlare sforbiciati:
    ormai le declinazioni saltavano, la erre moscia si induriva, la bussola aveva perso le dirette, le storte e le perifrasi.
    Il commendatore commentava, e il barone barava.
    Il marchese contava marchette, il popolo moltiplicava poli e polis.
    Il risultato, pur cambiando denti, in attesa del giudizio universale, era semore lo stesso.
    Dubbi sussistevano sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci, così come per il risultato alla domanda: “Quanto fa, oggi, zero per zero? ”
    E ieri, sotto la pioggia, quanto faceva?
    E quanto farà domani, con il bel tempo?

  134. alessia e michela

    Le incognite mangiavano pane e acqua.
    Erano messe meglio le asintoti, plurale di asintoto, che se si dicesse gli asintoti sarebbe meno foriero di polemiche.
    Esse o essi o lor mangiavano l’aria, presi come erano da una violenza erpetica cui non si poteva resistere.
    Movimenti endo esofagogitanti, trilogie leopardiane e muschio ferragostano invadevano ikl campo mentre le allodole sstavan o a guardare satanassi e buontemponi petomani, sdilinquanti mentre guardavano il sole sorgere a mezzanotte e tramontare a mezzogiorno.
    Tutto, ormai, rispondeva a una logica stringente, anche la cintura sulla pancia di molti italiani, cittadini del mondo, seduti al desco della premier tedesca, spaventata da improvvisi scherzi radiofonici.

  135. alessia e michela

    Eruttanti ed eupeptiche sostanze man mano invasero la vista di Joe Perfiumi, ormai innamorato della trota che non si faceva pescare senza una esca ammorbidente, dotata di spazzola salvavita, trattenuta tra i denti o le dita del piede posteriore.
    Eppure, lui, malgrado questa prova di amore ineffabile, si sentiva solo, abbandonato al destina impietoso.
    Avrebbe preferito essere segato in tre da Silvan o dal bisturi di Barnard, anziché dover cercare la propria identità tra i riflessi di un fiume che mostrava vitalità solo perché scendeva a valle.
    Bello sforzo, il suo!
    E che ci voleva?
    Anche lui sarebbe riuscito a rotolare come una palla da ping pong, chiaramente facendo, appunto: pin pon, pin pon…
    pon pin pin pon pin pon…
    Così, ripetendo il suono celestiale, finalmnete prese sonno, sapendo che chi troppo vuole nulla stringe.

  136. alessia e michela

    Con occhio aperto e l’altro chiuso, sapendo, perdinci, che se uno perde l’altro vince, e non c’è dente che tenga, malgrado la legge del taglione fosse ancora vigente, Joe Perfiumji vigilava.
    Si avvide del pericolo: passano proprio da lì Rifugio Pericolante e Rasput’ In Fiore. Manno nella mao, man man o che si avvicinavano diventavano sempre più grandi.
    E le ombre si facevano minacciose giacché stava ormai albeggiando.
    Il cricchete e corcchete dei rami spezzati creavano un clima da film di Dario D’Oro di Bologna.

  137. alessia e michela

    David Crockett, che pure, guarda caso passava da lì, imbraccio l’arnese, il ferrovecchio, il fucile insomma.

    Blek Macigno, Salasso, Doppio Rhum, Capitan Miki, Mandrake, Lothar,Tex Willer e Kit Karson, Kynowa, Peter Pan, Lupo Solitario, Dylan Dog, invece no.

  138. alessia e michela

    David Crockett si guardò nello specchio d’acqua limpido del fiume tributario del lago Ontariovario: il fucile non era imbraccio, giacché lo avev acullato tutta la notte, e neppure era imbracciò poiché il tempo presente,m l’azione attuale, era già passata: il fucile era in spalla. Riposava, placidamente e non russava.

  139. alessia e michela

    Per non disturbarlo il bonaccione si mise a giocare al gioco delle tre carte: questa vince, questa perde, questa perde, questa pure, dov’ì quella che vince?
    Non ci indovinava mai!

  140. alessia e michela

    Era stanco, ormai, David Crockett…esaurito; consunto e con i calli alle dita per lo strofinio con le tre carte che, fresche, se la ridevano.
    Aveva la sensazione che potrebbe avere il gallo: si sveglia e il pollaio è costituito da una sola gallina, quella conosciuta (era sempre la stessa storia) in un bordello nelle stanze dell’hotel Astoria, cugina di un’altra che aveva intravisto sull’Oriente Express che era stato indotto a virare verso il Trans-Express Continental.
    La seconda aveva scelto la carriera di scrittrice giacché non aveva problemi con le penne e neppure con i cuscini di piuma intonsa come i libri ancora non scritti: nessuno li mai letti, che sono sfatti oppure fatti e rifatti.
    La parola che lo arrovellava era: antracite.
    Ma non sapeva che significasse quindi si pose un altro dubbio per depistarsi: che cosa è il TNT? Insoddisfatto dalle risposte solo abbozzate, passo dopo passo, passò all’ELLE ESSE DI, nel senso dite la vostra che ho detto la mia, senza censure che ormai la misura è colma, e lo è pure quando il sottomarino è giallo e il pilota è rosso, mentre il mare è nero: o mare nero mare nero mare ne…
    Ovviamente è diversa la situazione dei cicisbei di corte che vivono tra arazzi e gonne lunghe, bottiglie di elisir e falci di luna, pur essa gialla, ma diversa tonalità, soprattutto quando il sole rosso, pure esso, si è già buttato a mare con tutti i panni da diverse ore.
    A quel punto a David Crockett non restava che una sola soluzione; oltretutto, dove fare tutto e subito.
    Finalmente imbracciò il ferrovecchio; controllò che il cane abbaiasse; mise il dito indice della mano destra sulla punta della lingua; passò quel velo di saliva sul mirino; strizzò un occhio; con l’altro mise a fuoco e poi lo chiuse. Cominciò a sparare.
    Tutti, li ammazzò tutti.
    Verificò che fossero tutti morti e, quando ormai stava per sorridere, felice come chiunque abbia raggiunto l’obiettivo più importante, si accorse che l’aveva fatta grossa.

  141. alessia e michela

    Ovviamente fece la faccia da pirla e ascoltò la voce di dentro: nulla sarà più come prima.

  142. alessia e michela

    Sospettò che ormai l’originario sospetto fosse solo marginale.

  143. alessia e michela

    La realtà è scandalo, si lo è, pensò.
    Non è forse vero che una noce sola nel sacco non fa rumore? Non è forse vero che per romperla, invece, occorre eccome se occorre, farlo? Il rumore si intende…
    Non lo aveva detto anche Tito Livio, ad esempio, quando Tarquinio Prisco ottenne il potere a Roma? Non era rimasto sorpreso dalla celebrazione dei solenni giochi con atleti provenienti da tutta quanta l’Etruria, mentre Erodoto raccontava che, dopo la battaglia nel 545 a.C fra i Focesi e la coalizione etrusco-cartaginese, i Ceretani, dietro suggerimento dell’oracolo di Delfi, indissero grandi giochi funebri in onore dei caduti?
    Ma quei giochi, che erano anche di mani e quindi di villani e villici, come di avvocati e politici con tunica candida, erano o no utili al miglioramento della qualità della vita, anche se poi finivano in gloria con orge boccaccesche? D’altronde, come su altre sponde, lo si sa, oltre ai giochi ginnici, in Etruria erano diffusi altri passatempi, solitamente praticati durante i simposi e i banchetti: un gioco da tavolo consistente nel muovere delle pedine su una apposita tavola (la tabula lusoria, che ti fa intravedere ciò che non c’è); le regole non ci sono pervenute, ma le raffigurazioni tombali attestano che esso si caratterizzava per la vedeva sfida tra due giocatori. Un altro gioco molto diffuso era il kottabos, che consisteva nel lanciare il vino rimasto dentro una coppa, cercando di fare centro in un piattello posto sopra un’asta verticale. Il gioco, probabilmente di origine siceliota, era molto diffuso anche in Grecia. Fra i giochi più comuni nel mondo ellenico, in Etruria, erano infine molto diffusi i dadi e gli astragali, entrambi spesso presenti all’interno dei corredi funerari.
    Non c’erano mai armi!, ovviamente eccettuando le armi bianche, lame di ogni foggia (anche Bari) lance, frecce, mazze, clave, catapulte, olio bollente…
    E lui l’aveva fatta grossa…
    Il sospetto si fece ancora più marginale e giunse sino a lambire la sua calvizie incipiente.

  144. Joe Perfiumi.

    Quando meno te lo aspetti.
    Il fiume si è messo verticale.
    L’influenza degli assembramenti di parole delle Combattive Gemelle si è rivelata decisiva.
    Mai visto un fiume da scalare.
    Intanto mi scolo una bottiglia di rum.
    Mi siedo sul sassone.
    E rifletto.
    Le Combattive sono incrollabili.
    Mica come le due Torri.
    E’ una battaglia persa in partenza.
    Comincio a delirare.
    E il sito del Pallido si tramuta in una nuova infinita pagina bianca che non riuscirò a riempire.

    Joe Perfiumi.

  145. Joe Perfiumi.

    Monta la febbre.
    Entro in una fase di delirio.
    Come mi chiamo?
    Joe Perfumi.
    Qualcosa non quadra.
    Poe Jerfiumi.
    Gli gnometti dell’incasinamento mentale ballano il tip tap nel mio cervello.
    Joe Profumi.
    Improbabile.
    Già il tanfo che viene dai piedi esclude la suggestiva ipotesi.
    Joe Trefiumi.
    Troppi.
    E poi e così importante ritrovare il mio vero nome?
    Piuttosto, sono le Combattive o le Infettive Gemelle?
    Brividi squassanti percorrono il mio corpo.
    Diventano Effettive Caramelle.
    Passa una lucertola che mi pare un caimano.
    E quante sono, ammesso che siano, le Incalzanti Gegemelle?
    Due,tre,dieci,cento,mille?
    Ormai la mia fronte è un camino fumante.
    E vedo una distesa di mani di Cocombattive Gegemelle.
    E tutte le mani dimenano le dita.
    E le dita dimenano tasti.
    Chi le ferma più?
    Oppongo resistenza.
    Delirando.
    Urlando.
    Forse Orlando.
    Mi serve un buon dottore.
    Chiamo Bronson il Coyote.
    E riesco a dirgli, per il rotto della cuffia, di correre a chiamare
    Ipotesi Supposta, medico stregone dei Fluimucil ,Tribù vicina
    al lago Dissenten.
    A dire il vero quela lago lo cagano in pochi.
    Corri Bronson,corri.
    Che le Gemelle mi stanno già prendendo le misure con un metro di legno.
    Forse un metrò.
    Che l’hanno trovato sottoterra.
    Corri Bronson, perchè qui ci lascio la ghirba.

    Joe Perfiumi.

  146. Joe Perfiumi.

    Ipotesi Supposta mi trova in uno stato di avanzato delirio.
    Ora sono convinto di essere una biscia d’acqua.
    Ma una biscia fuori corso.
    “Quarantanove gradi” ,dice il medico stregone dei Fluimucil.
    “Febbre oltre la febbre.”
    Mi propina un infuso di peonie, mentabrugola e aspiderina.
    Pronuncia il rituale magico.
    “Aulin, Polaramin Pervalium”.
    In genere funziona.
    E se uno muore, resta comunque il conforto di un buon rituale magico.
    Ipotesi Supposta mi bagna le labbra con l’acqua della sua fiaschetta magica.
    E’ acqua della Tribù Perrier.
    Costa una cifra.
    La attingi dalla casta fonte.
    E la casta costa.
    Le prime ombre lunghe del tardo pomeriggio sembrano restituirmi il senno.
    Anche perchè Ipotesi Supposta, quando si mette alle tue spalle,va oltre le ipotesi.
    E questo disturba.
    Ma aiuta.
    “Come ti chiami?”, mi chiede paterno.
    “Joe Perfiumi”
    “Bravo. Sei sulla via della guarigione”, sospira lui.
    Gli domando le ragioni di questa devastante improvvisa impennata della mia temperatura.
    “E’ una rara forma di influenza.Rarissima”.
    “Infettiva?”
    “No,Combattiva”.
    Le ombre sono diventate così lunghe che occorre dare loro una piegatina.
    Giusto per tenerle nel sipario del Pallido.
    Poi la conferma.
    Era nell’aria.
    “E’ il virus delle Combattive Gemelle”, sentenzia Ipotesi Supposta.
    “Ci si muore?”gli chiedo.
    “Il più delle volte, ci si muore”.
    “Quanto dovrò riposare ancora?”.
    “Sino a domattina. Ora beviti un brodo di porcospino”.
    Cala la notte.
    Mi sento come se mi avessero pestato scientificamente ogni osso
    con la mazza del Grande Capo dei Minchiute.
    La grande mazza del Grande Capo.
    Forse più grande la mazza del Capo.
    Il sonno mi impasta la mente.
    Un ultimo sorso di brodo di porcospino.
    Una vera schifezza.
    Quelle schifezze che ti annodano la lingua per poi evocare il vomito, dandoti di gomito.

    Joe Perfiumi.

  147. Joe Perfiumi.

    Eruttanti ed eupeptiche sostanze man mano mi invadono la vista.
    L’ho già letta da qualche parte.
    Cacchio, ora sono ridotto a copiare.
    Mi è caduto l’orgoglio sotto i tacchi.

    Joe Perfiumi.

  148. Joe Perfiumi.

    Rucola Canterina ha saputo del mio tracollo fisico.
    Mi si presenta con un trionfante mazzo di fiori viola.
    Un viola carico, quasi aggressivo.
    Raramente ho visto un viola così marcato, prepotente.
    Imponenza del viola, quando è viola.
    Un viola forse un pò ripetitivo.
    Tipo moviola.
    Un viola colomba .
    Quella della canzone.
    “Viola,colomba bianca viola”.
    Rucola Canterina mi trova sofferente e dimagrito.
    Due lacrime scivolano sulle sue gote.
    Una lacrima per gota, per la precisione.
    “Eccoti i fiori gialli del mio amore”, flauteggia soave.
    Cavolo, i fiori viola erano fiori gialli.
    Differenze marginali
    Joe Perfiumi.

  149. Joe Perfiumi.

    Foruncolo Narrante mi recita una poesia del suo amico Navajo Brina Che Tesse.
    E’ una sorta di commemorazione del miracolo della mia guarigione.
    “E Joe
    che aveva sconfitto
    turbini e tempeste,
    che aveva preso a zoccolate
    la vita molle della città,
    che aveva cavalcato la sua fortuna
    con l’oro del fiume
    fino all’oro delle stelle,
    e Joe….”.
    Vai avanti , dico a Foruncolo Narrante.
    “C’è un problema”, mi dice.
    “Quale problema?”.
    “A questo punto Brina Che Tesse è stato preso da un’onda anomala di convulsioni”.
    “Influenza?”
    “Già, il virus delle Combattive Gemelle”.
    “E come sta ora Brina Che Tesse?”.
    “E’ totalmente fuori registro”.
    “Fuori registro?”.
    “Da tre giorni.Una dissenteria inarrestabile”.
    Latrina Che Tesse.

    Joe Perfiumi.

  150. Joe Perfiumi.

    Il matto gatto del Ranger Pepsie è finito sulla canoa degli ammutinati della Tribù Babaunty.
    Si è convertito in matto gatto a nove code.

    Joe Perfiumi.

  151. Joe Perfiumi.

    Sulla tomba tomba di Omba Omba si è posata una colomba colomba.

    Joe Joe Perfiumi Perfiumi.

  152. Joe Perfiumi.

    Vado a trovare lo Stregone Flauto Grigio.
    Lo trovo adagiato su una pelle strana.
    “Che roba è?”, gli chiedo.
    “Una trovata di Gerla Sintetica.”.
    Gerla Sintetica, una creativa della Tribù dei Piva Piva, adottata da piccola , dopo essere stata abbandonata nella boscaglia in una gerla sfasata da Zampogna Cialtrona.
    Flauto Grigio sta masticando zanze di zenzero e zaffe di zafferano coatto.
    Mastica con solerzia.
    Poi sputa sul mio naso, centrando la narice destra.
    D’altro canto non ho preferenze, quando uno decide di sputarmi sulle narici.
    “Ti rivedo con gioia.Ho saputo che hai rischiato la vita”
    “Già. Sono stato vittima del virus delle Combattive Gemelle”.
    “Brutto affare”
    “Gran brutto affare”.
    “Bruttissimo affare”.
    Gran bruttissimo non è corretto, così diamo una mossa al dialogo.
    Un silenzio insolitamente breve.
    Non più di mezz’ora.
    Flauto Grigio deve avere una certa voglia di liquidarmi presto.
    “Vedi,Joe..”
    Un fugace quarto d’ora di silenzio.
    “Vedi Joe..ho l’impressione che le Combattive Gemelle stiano condizionando troppo la tua vita…ti dirò di più. Tu hai permesso loro di invadere la tua vita. “.
    Non trovo seri elementi per controbattere l’argomentazione del saggio.
    “Vedi Joe..devi tornare te stesso. Soffia via le Combattive Gemelle, oltre le catene dei monti. Soffiale via e pensa che tu sei Joe, il grande Joe”.
    Già,il grande Joe.
    “Le Combattive Gemelle sono diventate la tua ossessione. E se continuerai a subirle, tutto il tuo oro diventerà sabbia”.
    “Sabbia?”
    “Sabbia. E’ bene che tu lo sappia”.
    Il tempo è finito.
    Mi alzo, saluto con un cenno.
    Torno al campo ,pensieroso e stanco.
    Le mie pepite ancora pepite sono.
    Ripenso alle parole dello Stregone Flauto Grigio.
    Sono strapiene di buon senso.
    Nel cielo, la costellazione delle Combattive Gemelle.
    E allora?
    E’ una costellazione come le altre.
    Uno starnuto,due starnuti, un colpetto di tosse,due colpetti di tosse.
    Cacchio.
    Deve essere la costipazione da costellazione delle Combattive Gemelle.
    Ci vuole un doppio rum.
    Rumino pensieri, ruminando rum.

    Joe Perfiumi.

  153. Joe Perfiumi.

    Ansa Che Informa mi comunica che gli Apache Caran d’Ache sono scesi sul sentiero di guerra.
    Contro i Carioca Dodici Colori.
    Così stava scritto nel grande libro della discordia.
    “Chi vincerà?” chiedo a Ansa Che Informa.
    “O gli uni o gli altri” risponde Ansa che scansa.

    Joe Perfiumi

  154. Joe Perfiumi.

    Rastrello Sbilenco ha incontrato Tagliaerba Tracotante.
    Si sono incrociati senza un cenno di saluto.
    Giardinieri stralunati , strambi e scortesi.
    Niente affetto serra.
    Lo sanno tutti.
    Chiedetelo al bruco dell’ozono.

    Joe Perfiumi.

  155. Joe Perfiumi.

    Tuono Che Tuona rinfaccia sempre a Lampo Che Lampa di non aver studiato.

    Joe Perfiumi.

  156. Joe Perfiumi.

    Rucola Canterina diventa sempre più intraprendente.
    Ieri sera mi ha mostrato il libro della tribù dei Caribù che ne sanno sempre una di più.
    E’ un testo di posizioni amorose.
    L’ho sfogliato.
    Prima con circospezione, poi con ingordigia.
    L’amplesso dei due istrici che si ‘ sovrappongono al contario’ mimava lussuria sotto il riflesso lunare.
    “Proviamo?” , ho chiesto timidamente a Rucola Canterina.
    Ha riso come una rosellina alla prima brezza che anticipa la seconda brezza .
    “Non adesso” mi ha risposto maliziosa.
    “E perchè? Siamo stupendamente soli in questa sera stordente”.
    “La posizione dell’istrice è solo per le ore di punta”.
    Detesto le donne.
    Raggiranti,stupide e crumire.
    Rucola Canterina?
    Brugola Cinerina.
    Le donne?
    Meglio un cactus nei mutandoni di lana.
    A proposito, una volta devo raccontarvi quella del mio raptus nei mutandoni di Lena.

    Joe Perfiumi.

  157. Joe Perfiumi.

    Manager In Doppiopetto Di Gallina ha assunto piccolo capo Tasso Zero della Tribù dei Muti Mutui a passo variabile.
    Strana gente.
    Mai un passo uguale.
    A seconda del vento.
    Una volta praticavano il passo fisso.
    Immutabile.
    Soprattutto nel fare ipotecare le tende della Tribù dei Merli Assuefatti.
    Tasso Zero è un fenomeno.
    Ha già firmato una convenzione con Chisofaosofà , tecnico dei Ferilli delle Zinne Superiori.
    Il budget d’anno è sicuro.
    Producendo danno, d’altronde, non si può fallire il budget d’anno.

    Joe Perfiumi.

  158. Joe Perfiumi.

    Zanzare a zonzo.
    Frotte di zanzare a zonzo.
    Il suolo acquitrinoso è un invito a nozze.
    Lampone Spremuto mi indica la traccia della volpe.
    “Wohoo”, sussurra, dando schiaffi all’aria.
    Wohoo, nella antica lingua della tribù Bengodi , significa , quando prendi a schiaffi l’aria “Questa volpe ci sta prendendo per i fondelli”.
    Poi Lampone Spremuto strappa due foglie di bosso selvatico.
    Le schiaccia fra le palme delle mani callose e ne spreme una specie di pomata con la quale si strofina il collo e la faccia.
    Mi invita a fare lo stesso.
    “Wohoo” ,sussurra, poggiandosi a un tronco.
    Wohoo ,quando ti appoggi a un tronco, significa “L’uomo bianco usa la canfora,l’ammoniaca,l’etere,lo spirito di trementina. Sempre inutilmente”.
    Le zanzare ci assaltano proditoriamente ,succhiano sangue e lasciano il posto ad altre zanzare.
    Un’altra traccia di volpe, cinquanta passi più avanti.
    E sotto la nostra pelle ruvida e spessa , il sangue non è più abbondante.
    Transita un topo lavatore dal muso arcigno.
    Lampone Spremuto si rizza sulle punte dei piedi.
    “Wohoo”,sussurra.
    E quando ti comporti da ballerino, Wohoo significa “Quello è il topo lavatore famoso per avere strappato gli occhi al carrettiere negro”.
    Lugubre.
    Comincio ad averne piene le tasche.
    Le zanzare sembrano le comari di un mercato dove non circolano guardie.
    Questa volta anticipo Lampone Spremuto.
    “Wohoo”, esclamo con tutta la mia cattiveria , cacciandomi un dito nel naso.
    Wohoo, quando mi caccio le dita nel naso, significa “Fanculo le zanzare,la volpe,il mio amico cacciatore e quello strappaocchi di topo lavatore”.
    Non è un modo di dire della Tribù Bengodi.
    E’ un modo di dire tutto mio.
    E quando è un modo di dire tutto mio, significa anche “Fanculo la Tribù Bengodi”.

    Joe Perfiumi.

  159. Joe Perfiumi.

    Rucola Canterina ha due chiappe da Bengodi.
    “Wohoo”.
    E certe volte la traduzione è un inutile esercizio retorico.

    Joe Perfiumi

  160. Joe Perfiumi.

    Sulla riva del fiume.
    Con Gola Bianca.
    Madre di Saila Lenta Un Corno, la fanciulla nata settimina , forse dal seme di Lumacone Trapanante, forse dal seme di Soia Boia, forse dal seme di Ululato Mezzofiato , forse dal seme di Pannocchia Che Scrocchia.
    Una settimina enigmistica.
    Gola Bianca piange.
    Ha finito di sfogliare tutte le margherite della grande prateria.
    Chi sarà mai il padre di Saila Lenta Un Corno?
    “Gli occhi sono quelli di Lumacone Trapanante. La bocca è di Soia Boia.
    Le orecchie uguali a quelle di Ululato Mezzofiato. Il mento? Lo stesso di Pannocchia Che Scrocchia”.
    Nella corrente che corre a valle il pianto notturno dei temoli.
    “E se fosse un insieme di seme?”.
    Ai temoli non par vero di poter tradurre il pianto in riso.

    Joe Perfiumi.

  161. Joe Perfiumi.

    Notte,pallida luna.
    Notte Pallido Narratore.
    Notte, callipigia Rucola Canterina.
    Notte, Combattive Gemelle.
    Notte, Bronson il Coyote.
    Notte, stelle bigotte.
    E vabbè, eccovi un’ultima preghiera.
    “E così sia”.
    Breve,concisa.
    Una cosina da prateria.

    Joe Perfiumi.

  162. Anonimo

    L’abero della libertà osservava. E ascoltava…
    Gole profonde; respirazioni aspirate allungate ad libitum, vicino a Ligonchio.
    Nulla, da dietro quell’albero null’altro che ansimanti respiri e violenti colpi retrodattili.
    Il gay, amico fraterno, voleva divertirsi alle spalle dell’oste che subodorò l’inganno o la piacevole sorpresa.
    Fuggì! O intes esolo rendere il gioco più intrigante?
    Ante, pensò, ante, ante…
    ma ante non è andiamo adelante e davanti?
    No? Ante no? E che è? Ah, dici che sia solo una ante – prima di diventare dopo?

  163. Anonimo

    Noi!, disse il Majestatis plurale, status nobile quanto incerto, Noi, voi, essi, loro…

  164. alessia e michela

    Perbacco! Disse Joe Perfiumi, cominciando a contare con le dita applicando il metodo cinese.
    Perbacco!
    Perbacco!
    E si fermò a 1079 volte credendo di aver superato il numero oscillante dei garibaldini.
    E pensò di nuovo che lui, notoriamente parco, anche quando frequentava i marciapiedi della costruenda prima stazione ferroviaria, l’aveva fatta grossa…Qualcosa gli sfuggiva, come granelli di sabbia tra le dita delle mani.
    Sorpreso della vena poetica mattutina, prestò l’orecchio e non ebbe mai indietro: i rumori celestiali che proveniva da dietro a un cespuglio lo trasportarono in una dimensione altra.
    Facevano più o meno: rantolatontotorantolato tarantolatonota…consuntobisuntobisonteghiacciobollenteaspiarpolverebalbuzienteciecopersemprevolletentaremanonnuocelamenteèscemaeilpiedediporcopiuremanonlescautferrodastirosbuffodivaporelanguelanguidamentemadicemailveroselovuoledalloditaccoedallodipuntacosìdisselasorelladiassuntaiescesoleaccipicchiaquantoèlungoquestorumore…

  165. alessia e michela

    Le voci sembravano quelle di un consesso stregonesco sotto un albero beneventano. Ma ebbe il sospetto che qualcuno ci marciasse, senza aver bevuto alcun intruglio a base di unghie incarnite di cefalo cornuto.
    Il sospetto si fece ancora più marginale e giunse sino a lambire la sua calvizie che si era fatta ancora più incipiente per le innumerevoli graptatio captum. Captò contestualmente cinguettii da uccelli alla polenta. Altri versi gli ricordano l’iracondo serpente della Anacondia, osservato attentamente in bocca giacché era dotato di otto lingue biforcute: pare fosse il record dei record. Il serpente che aveva potuto ammirare era morto di indigestione. Sapeva anche scrivere come poteva ancora verificare da un reperto che leggeva ogni mattina: Sono e mi chiamo Mefistofele; giuro di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. Lo giuro sul verro di mia cognata.
    Così, con la spettacolosa mente dedita a sospettare, ingordo di verità equipollenti, mai sazio dik riflessi stonati, di onde curate, di cerchi concentrici, di donne di malaffare e di affari prorompenti benpensanti, scolasticamente redarguito da se stesso nei momenti topici, giurò anch’egli, nuovamente, con tono solenne aggiungendo parole di verità pettorute e signorili: Io me ne frego.
    Finalmente soddisfatto, bevve l’ennesima tazza di cicuta campestre e si strofinò le mani al ritmo di stornelli romani, virando verso inflessioni celtiche e villanelle campane. La chiusa fu effettuata con la simulazione dei fuochi di artificio detti “spagnoli”, quelli terra terra, insomma: bam bam bam patratac tracckete sbuam sbuuuuuuuuam sbuuuuuuuuuuuuuammmmmmmmm sbuammmmmmmmmate comefacettemammetaosacciomeglioete tetetettetetetteesppappaapspsspaspa calmaapparentes calmaapparentenuovamentesbuammsbuammmsbuammmmmm SBUAMMMM.

  166. alessia e michela

    Adesso, satollo di buone e gioviali sensazioni pregò: Fa che un giorno possa, caro amico Manitù, se mi ami tu ti amo anch’io, come te e anche di più bello e perlopiù gioviale.
    Si arrese all’evidenza guardandosi allo specchio retrovisore del coltella arrapaho: il suo viso di porco del Tennessee era ancora più maialone del solito; il grasso gli colava anche dall’intestino tenue, dallo sguardo sbavosamente veritiero angelico gaelico rincitrullente, dalle orecchie lupo narranti, dalle gote o mare nero mare nero mare ne…, dalle labbra rifatte di gesso bollente, dagli zigomi sporgenti.

  167. alessia e michela

    Come una arma avvitante alla mostro tecnologico – avanzato, a doppia filettatura ramata da micrometro misurata con esattezza per la sua efficienza eterna, somigliante a un antico “war game” rivolse lo specchio verso la pancia contando otto onde di grasso spesso venti centimetri l’una. Le gambe non le vedeva ma sapeva che dovevano essere due.
    La “commenda” l’aveva chiamata suo zio Ernesto Fuori Come Un Balcone.

  168. alessia e michela

    A menadito le conosceva certe onde, ancor più bene dei suoi otto denti sporgenti con buchi da carie stonate di testa di caribù appeso al muro.
    Decise che di lì a qualche tempo avrebbe fatto qualche seduta di liposuzione e quel trofeo lo avrebbe appeso accanto alla testa del caribù. Per anticipare il tempo si mise a succhiare entrambi i pollici, malgrado fossero sporchi.
    Il sapore paradisiaco gli parve sterile e contemporaneamente fecondo.
    Il gesto, pure.
    Il cane che di lì passava, anche.
    L’ombra di qualcuno enorme che all’improvviso notò, pure.
    L’OMBRA!
    O catenazzo…
    A piè pari scattò come un centometrista che voleva barare, prima sbarrandogli il passo, all’ombra che voleva acchiapparlo, poi deviando verso destra, poi deviando verso sinistra, zigzagando, insomma, riuscì a mettersi in salvo nascondendosi sotto un mortaio che pareva ancora efficiente.
    Ma chi o cosa era quell’affare? Di che arnese poteva mai trattarsi?
    Avrebbe mai saputo rispondersi?

  169. alessia e michela

    Il silenzio disse qualcosa, ma il giurista precisò che chi tace non dice niente. Altro che acconsentire!
    Il silenzio, rotto era ormai, rotto da ogni punto di vista e qualcosa pareva voler rompere anche i timpani.
    Da ovunque giungevano voci canterine:
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”

  170. alessia e michela

    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”

    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”

    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe”
    “Onga,Wa-zazhe” “Onga,Wa-zazhe”

    Era ormai un tormentone anche nella tormenta: ferragosto, meno 24 gradi al sole.
    Non era mai successo prima: 24 gradi sotto o zero!
    Cantare era l’unica soluzione, l’unico modo per evitare che congelassero le falangi, le fangine, le falangette e le mascelle.
    Eppure ci fu chi disse: “Questa storia è strana. A me pare che tra le righe, tra le parole in controluce e pure in filigrana ci sia un messaggio subliminale. Arguto, era arguto Asta Saltellante. Lo pensò, lo disse e lo ribadì: “Qui gatta ci cova”.Non ci dormì per tre notti e tre giorni; impiegò il tempo circumnavigandosi. Infine ebbe la visione decisiva: vedeva e rivedeva due binari che, come sempre, correvano, ma paralleli senza incontrarsi mai. Un asintoto, insomma, un po’ monco giacché quello classico si incontrava all’infinito.
    La visione si trasformò in parole che, per chissà quale strana alchimia, congiunzione astrale e magia etnico-apotropaica-musical-popolare-antropologizzante consunzione bisestile, era ogni tanto soverchiata dallo sferruzzare di ruote metalliche su binari altrettanto rigidi:
    Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
    con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
    quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
    ma nella fantasia ho l’immagine sua:
    gli eroi son tutti giovani e belli,
    gli eroi son tutti giovani e belli,
    gli eroi son tutti giovani e belli…

    Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:
    i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
    i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
    sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso
    lanciato sopra i continenti,
    lanciato sopra i continenti,
    lanciato sopra i continenti…

    E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
    che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
    ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
    sembrava avesse dentro un potere tremendo,
    la stessa forza della dinamite,
    la stessa forza della dinamite,
    la stessa forza della dinamite..

    Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
    parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
    e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
    la bomba proletaria e illuminava l’ aria
    la fiaccola dell’ anarchia,
    la fiaccola dell’ anarchia,
    la fiaccola dell’ anarchia…

    Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
    un treno di lusso, lontana destinazione:
    vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
    pensava al magro giorno della sua gente attorno,
    pensava un treno pieno di signori,
    pensava un treno pieno di signori,
    pensava un treno pieno di signori…

    Non so che cosa accadde, perchè prese la decisione,
    forse una rabbia antica, generazioni senza nome
    che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
    dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
    la bomba sua la macchina a vapore,
    la bomba sua la macchina a vapore,
    la bomba sua la macchina a vapore…

    E sul binario stava la locomotiva,
    la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
    sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
    mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
    con forza cieca di baleno,
    con forza cieca di baleno,
    con forza cieca di baleno…

    E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
    pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
    Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
    e prima di pensare a quel che stava a fare,
    il mostro divorava la pianura,
    il mostro divorava la pianura,
    il mostro divorava la pianura…

    Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,
    nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
    ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
    “notizia di emergenza, agite con urgenza,
    un pazzo si è lanciato contro al treno,
    un pazzo si è lanciato contro al treno,
    un pazzo si è lanciato contro al treno…”

    Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
    e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
    e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
    “Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
    Trionfi la giustizia proletaria!
    Trionfi la giustizia proletaria!
    Trionfi la giustizia proletaria!”

    E intanto corre corre corre sempre più forte
    e corre corre corre corre verso la morte
    e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice,
    aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
    della grande consolatrice,
    della grande consolatrice,
    della grande consolatrice…

    La storia ci racconta come finì la corsa
    la macchina deviata lungo una linea morta…
    con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,
    esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
    lo raccolsero che ancora respirava,
    lo raccolsero che ancora respirava,
    lo raccolsero che ancora respirava…

    Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
    mentre fa correr via la macchina a vapore
    e che ci giunga un giorno ancora la notizia
    di una locomotiva, come una cosa viva,
    lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
    lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
    lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!

  171. Joe Perfiumi.

    Sarò telegrafico.

    Joe Perfiumi.

  172. alessia e michela

    Elton Jolly patì molto per quel successo.
    Ah! Quanto patì; quanti mal di testa con la mano sulla fronte! E si chiese più volte perché e per chi stesse tremando la campana, mentre il batacchio suonava note alla rinfusa.
    Cerbottana Esilarante interruppe i suo giochi erotici con la carta stampata e Soave Frutto d’Inverno decise che avrebbe indossato il cappotto, per coprire le sue nudità ormai note a tutti per essere stata disegnata finanche sull’unguento emorroidario.
    Si accorse che il suo airbag tirava a sinistra e allora decise di farsi gonfiare meglio.
    L’operazione non risultò dolorosa e lei tirò un respiro di sollievo con il deretano, convinta che l’aria salubre potesse salvare capra e cavoli.
    Ma i guai erano solo una invenzione o corrispondevano sempre in maniera anastatica alla realtà?
    E la realtà ha a che fare con le principesse?
    E le principesse hanno a che fare con i fagioli, i materassi, gli uccelli, le mele avvelenate, le scarpe di vetro, il pane e mortadella che alle 13 circa sarebbe meglio non nominare?

  173. alessia e michela

    Quel che di certo si poteva dire stava nel fatto che c’era un eccesso di offerta delle parole e chiunque poteva prenderne senza spendere quasi nulla, senza dover accendere un mutuo o un fuoco fatuo.
    Bastava aprire un solo orecchio ed entravano turbini saltellanti di concetti astrusi quanto surreali e magicamente ricchi di buon senso.
    Strano. Tutto era strano.

  174. alessia e michela

    C’era qualche certezza apparente.
    Ma poche le convinzioni assolute.
    Per evidente connessione tematica: gli sparagnini che fine avevano fatto?
    E i critici, gli agnostici, i latitanti, i perbenisti, i genuflessi, gli incavati di viso, gli scafati, gli scafisti, i preti, gli spretati, i vescovi, i pedofili, i ricchi poveri, i poveri ricchi, i dolenti, i guariti miracolosamente, dove erano andati?

  175. Joe Perfiumi.

    Ho avvistato una diligenza western.
    Stavo radendomi ed ero nella negligenza western dei miei mutandoni di lana.
    Opposti marginali.

    Joe Perfiumi.

  176. alessia e michela

    E così, all’improvviso, apparvero: uno a uno, un pò per volta, mezzi claudicanti e mezzi saltellanti.
    C’erano anche mezze botte e botti piene, bicchieri mezzo vuoti e altri, lo dice la parola stessa, mezzo pieni.

    C’erano anche belle signore, e come si sa, la signora s’ignora, con un balletto peptico e altri erpetici sul labbro inferiore, mentre quello superiore, leggermente tribolante, si alzava per assumere un’aria ieratica, da santa donna emancipata solo nella pettinatura.
    Ma lo sguardo ? Malo sguardo, malo sguardo…malo sguardo…ineffabili cenni di disponibilità, incontenibili voglie di accasarsi supine, prone, di lato e pure alla garibaldina o con il salto del bersagliere .
    Vere militanti della odissea nello spazio tra un lenzuolo e l’altro…

  177. alessia e michela

    Militanti militesente di una volta, auto munite.

  178. Joe Perfiumi.

    Mi sovviene la storia di Scafo Rotto, meticcio marinaio.
    Spesso alticcio.
    Due botti al garrese.
    Un giorno decise di mollare tutto.
    Prue,poppe, reti da rigovernare,mozzi da spazzolare,ancore e sartie.
    Tutto mollò.
    Cozze,vongole,vongolette.
    Mitilesente.
    E arrivò in questa terra, a cercare oro.
    Ma non cercò mai.
    Cerchiò semmai.
    Le doghe delle botticelle di rum.
    Il rum, l’autentico oro.
    L’oro migliore.
    Rumore.
    Nel silenzio della prateria che è zeppa d’erba che nasconde il mare.

    Joe Perfiumi.

  179. Joe Perfiumi.

    Falco Falciante osserva il falco.
    E la sua falcata, ampia e rotonda, nel cielo azzurro.
    Il falco plana sulle felci.
    Felci Azzurre della Tribù Paglieri.
    Borofalco.

    Joe Perfiumi.

  180. Joe Perfiumi.

    Ho deciso di tenere un diario.
    Oggi lo inauguro.
    Prima pagina.
    “Caro diario, voglio parlarti delle Combattive Gemelle..”.
    Cacchio, mi si è già spezzata la punta della matita.
    Devo chiamare Temperino Zelante.
    Sempre che non si sia imboscato con la solita Wasserlack HB9.

    Joe Perfiumi.

  181. Joe Perfiumi.

    Mocassino Rosso ha un roano blu.
    Mocassino blu ha un roano rosso.
    Scudo Oscuro ha un baio castano.
    Scudo Castano ha un baio oscuro.
    Ginocchio Ribelle ha un sauro tranquillo.
    Ginocchio Tranquillo ha un sauro ribelle.
    Nella tribù dei Palominos si litiga sempre per i cavalli.
    E per le donne.
    Ma sulle donne, prima o poi, ci si mette d’accordo.
    Anche sotto.
    E’ una banale questione di posizioni.

    Joe Perfiumi.

  182. Joe Perfiumi.

    “Ha la bocca a pappagallo”.
    Si dice di un cavallo dalla mandibola che chiude oltre la mascella.
    “Parlava come un pappagallo”.
    Si dice di una donna dalla mandibola che è stato un bene fratturare oltre la mascella.

    Joe Perfiumi.

  183. Joe Perfiumi.

    Jibbha Jibbha è il migliore periziatore di cacche di bufalo dell’ intero West.
    Si ferma sul sentiero, si china, annusa.
    Il coacervo fumante di erbe della prateria ben assimilate è una sorta di libro aperto .
    “Bufala di otto anni , segno zodiacale vergine”
    “Vergine?”
    “Certo,vergine , anche se la mandria preme “.
    Jibbah Jibbah avvicina una pallottola di sterco alle narici.
    “Si direbbe che ha brucato da sei, sette ore”, sentenzia.
    Il periziatore è tutto olfatto.
    “Deve avere vissuto una infanzia difficile. Rapporti complessi con i nonni , bufali suonanti e annoianti. Bufali zufoli “.
    E’ straordinario.
    Eppure, ogni volta, quando si allontana, sospetto sempre che mi abbia propinato una bufala.

    Joe Perfiumi.

  184. Joe Perfiumi.

    “3,5,1,9,7,2,8,4,6”.
    Così parlò Sudoku Fritto, Gran Capo dei Pitagoras.

    Joe Perfiumi.

  185. Joe Perfiumi.

    Segnali di fumo dalle Minime Catene Piumate.
    Messaggi strani.
    Leggo.
    “Il fumo nuoce gravemente alla salute”.
    Devono proprio essere i segnali di Prevenzione Montante.
    Sempre in lotta con i Nicotjnas.

    Joe Perfiumi.

  186. Joe Perfiumi.

    Lamento dello sciamano Ombelico Ovale.
    “I nostri Little Pony ci sono stati sottratti dal Viso Pallido , con la promessa di un baratto”.
    Fermento di un lamento.
    “Ma che ce ne facciamo dello scalpo di Little Tony se ha invaso di brillantina le tende, le stuoie, le riserve di cibo e le cinture dei guerrieri più valorosi?”.
    Fermento di un lamento in aumento.
    “Non c’è scampo dallo scalpo di Little Tony. Ridateci i nostri Little Pony”.
    Scompensato è il cuore matto dello sciamano Ombelico Ovale.
    E intanto nel tepee grufola il suo pianto Colesterolo Espanso.
    Un pò per lo scellerato baratto.
    Un pò per la cotica renale.
    Un pò per motivi strettamente suoi, che non è male.

    Joe Perfiumi.

  187. Joe Perfiumi.

    “Da quando i Chiricahua…”
    “Chi?”
    “I Chiricahua , e non interrompermi”.
    Guasti di una interruzione intempestiva.
    “Da quando i Chiricahua sono stati trasferiti nella brulla riserva di Rio Mare , il dolore di Capo Rotula Sgominata si taglia con un grissino”.

    Joe Perfiumi.

  188. Joe Perfiumi.

    Bella Scamosciata riparava la tenda con l’ago d’osso , dall’interno, spesso con niente addosso.
    Raccoglieva legna per il fuoco e prendeva legnate senza prender fuoco.
    Paziente e tollerante era Bella Scamosciata.
    Raddrizzava la freccia con lo scovolino di procione, sapeva digiunare per settimane, lisciava la coda dei cavalli.
    Mettendosi in coda , se c’era altra gente nella staccionata.
    Paziente e tollerante era Bella Scamosciata.
    Strozzava l’oca grassa con grazia e riempiva l’anfora d’acqua
    fresca alla fonte.
    Raccattava la forfora di Casco Grasso, concimava i fiori con l’eleganza di chi non concima, lucidava lo scudo con la spazzola abrasiva , dote senza data della nonna materna , caduta in una cisterna.
    Paziente e tollerante era Bella Scamosciata.
    Ora tutto è finito.
    Tutto, tutto ora è finito.
    Bella Scamosciata è in una casa di tolleranza.
    Pazienza.

    Joe Perfiumi.

  189. Joe Perfiumi

    Mi limito a riportarvi il legittimo sfogo di Gufo Datato.
    “Maledetti i tempi che corrono.
    Maledetto il progresso che irride la flemma di Manitù.
    Maledetto il malsano modernismo degli invisi visi pallidi.
    Maledette le novità che spazzano via le tradizioni come l’uragano che strappa i faggi secolari.
    Maledetto Piccolo Capo Telematico dei Packard Bell.
    Per inviare insulti, digitare: Siouxplus@custer.com

    Joe Perfiumi.

  190. Joe Perfiumi

    Lippa Lip Pi, l’ambulante cinese, mi ha ancora messo nel sacco.
    Altro che faccione tondo da gonzo.
    Cervello fino.
    Fino per Joe il cretino.
    Mi è costato una cifra il giubbotto verde di lana.
    Già,lana.
    Lana una lippa di Lippa.
    Quando l’ho indossato, ho cominciato a saltare.
    Come un fesso, come un ossesso .
    E sulla piana delle marmotte che spettegolano , se la ridevano tutti.
    Giubbotto di lana un bel lazo di corda sbertucciata.
    Giubbotto di rana,era.
    La lana di rana di Lippa Lip Pi il cinese.
    Joe Perfiumi è caduto nel tranello delle consonanti.
    Un tlanello pel Joe Pelfiumi.

    Joe Perfiumi.

  191. Joe Perfiumi

    Una dolorosa aggiunta.
    Lippa Lip Pi mi ha pure condito via con un ammorbidente perlana.
    Dieci dollari stirati con le suole lise dei miei sudici stivali.
    L’ammorbidente per rana è servito per le ninfee dello stagno.
    Le inorgoglisce nella verzura.
    Poi sulle ninfee salta ciospo il rospo , a zig zag di lepre. La leple di Lippa Lip Pi che se la ride.
    Che gli caschi la Muraglia sui piedi piatti.
    Canaglia di un cinese.
    Se penso a quando ha fatto esplodere i fuochi artificiali nella tana di Decibel
    l’orso.
    Mai visto un letargo interrotto dalla dissenteria più invasiva della prateria.

    Joe Perfiumi.

  192. Joe Perfiumi

    Non c’è nulla di più struggente, di più malinconico, di più deprimente, del canto del Navajo che abdica.
    “Non odo più cantare le donne
    mentre preparano il pranzo.
    L’antilope non c’è più,
    i pantani dei bisonti sono vuoti.
    La sottana della mia bella
    non gira sui ricami della ruota del pavone.
    Si sente solo
    l’ululato del coyote,
    sopraffatto
    dall’ululato del cavallo di ferro
    dell’uomo bianco.
    Siamo come uccelli
    con un’ala spezzata.
    Questo è l’esito finale.
    E lo sciamano predice
    la sciagura finale
    del codice fiscale”.
    Con l’avvento del codice fiscale finisce la grande storia dei nativi delle grandi praterie.
    Sulla lapide di Lince Monca , il passante legge il pedante tributo ai burocrati di Custer.
    LNCMNC51D28F450J.
    Patita Iva, moglie di Lince Monca,giace senza lapide.
    E tutto sommato, è meglio così.

    Joe Perfiumi.

  193. alessia e michela

    Non gli mancava nulla, a Joe Perfiumi. E noto era il suo acume ben più strabordante delle punte acuminate.
    Certo, come sempre accade, qualche imprecisione si notava qui e là, là e qua, qua qua, qui quo qua, quaquaraqua.
    Ma aveva forse intuito ciò che non si poteva più evitare:
    la fine era prossima. Solo otto giorni insieme; ancora otto giorni di amori trasversali, incondizionait, candeggiati.
    Ma anche otto giorni di odio lievemente ordito, da fedrifraghi fratelli siamesi divisi dal destino.
    Otto giorni insieme…
    Solo otto giorni insieme nel loro futuro.
    Ce ne era abbastanza per piangere.
    O per ridere?

  194. alessia e michela

    La notte volgeva al termine e il buio si faceva austero, montando velocemente come gli albumi girati vorticosamente in groppa al cavallo.

    L’ottavo giorno stava per nascere.

  195. alessia e michela

    Il linguaggio lossodromico di Joe Perfiumi si era fatto mirabile e guardava al concreto come gli strabici di frontiera, così tanto amati da Annibale e i suoi elefanti, Goffredo il Buglione, Ernesto, Calindri, Eros Ramazzotti, Franco Costipane, Giorgio de Chirico, Antonio Costipane, Armando Costipane, Maria Costipane e tanti altri mangiatori di pane a tradimento.

  196. alessia e michela

    Lui, dunque, oculato come mai era stato, speculava sulle cose della vita e si informava di tutto: gli interessi andavano dal tostapane inceppato all’azienda di Ferro Vecchio fallita quando nacque la plastica; dalle condizioni di tempo sul Nebraska a quelle sulla luna, nelle tasche e tra le braghe del solito Eros Ramazzotti, ma non perché curioso bensì per il nome…

  197. alessia e michela

    Le altre due, di cui ogni tanto sfuggiva il nome ed era inutile tentare di inseguirlo, invidiosa lo tacchinavano per mari e monti, pieni o vuoti che fossero, per riempirli di contenuti evanscenti se non iridescenti…ma sempre strabici dopo varie perizie del enervo ottico riannodato ad arte.

  198. alessia e michela

    Si ricordavano della frase di Jacques Prevert, ormai deprivato della vita, “Bisognerebbe tentare di essere sempre felici, non foss’altro per dare l’esempio”, e si chiedevano se lo fosse ancora.

  199. alessia e michela

    Tiziano Ferro si era imbattuto nella prosa a tratti stregonesca, a tratti addirittura mefistofelica, a tratti e punto come l’SOS.
    Basito aveva scritto un’altra canzone desiderando fortemente farne una hit per ballarla insieme a tutti i ggggiovani del mondo e, perché, anche con i vecchi anchilosati.
    Partì dalle prime parole:
    La la la la la la
    ola ola ola
    la la la la la la
    ola ola ola
    uè uè uè uè
    star bene
    io e te
    uè uè uè
    voglio te
    the the the
    te te te

  200. alessia e michela

    Poi la canzone virava verso qualcosa di allusivo:
    Voglio rosso Tiziano
    mutande traforate
    su spalle blasonate
    appese ad asciugare ammirando le stelle
    senza mani sbellicate risate
    sotto pelle tracce di te e di me
    riarse labbra d’amore a cuore
    circondate da fiumi di parole
    farò di te
    il varo della vita
    ma anche delle cosce

  201. alessia e michela

    Te te te te
    me me me me
    faro farò facendo follie falliche
    disperse nel vento
    sotto i piopppppppppppi
    dove le ossa e gli ossi riposano
    al fresco delle rose
    racchiuse nel pugno
    che non disse e non si aprì
    in una carezza
    refolo di giuggiola morente
    occhio pesto senza dente

  202. alessia e michela

    Ora si va
    a fotografar la guerra
    e chi la fa
    getta qua getta
    le cartacce che di te son fogli estinti
    eredità perverse
    scene perse sui tramonti rosso fuoco
    te te te
    me me me
    te te te
    me me me
    oie oie oie
    okkey
    okkey
    okkey
    daumpa
    daumpa
    dadadadadaumpa
    dadadadaumpa
    papapapapapapapa
    pappapapapapapppapapappppapppaapte tutto ciò
    oooohhhoohhohh
    ohhohhohoj
    oj oj oj

  203. Joe Perfiumi

    Le Combattive Gemelle citano un bel gruppo di mangiatori di pane a tradimento.
    Ma vi assicuro che Maria e Armando Costipane non appartengono a questa categoria.
    Mi spiace che le Combattive Gemelle siani incappate in questo minimo refuso.
    Forse è semplicemente un anticipo di refuso orario.
    I Costipane sono stati i primi in assoluto ad aprire una panetteria nel vecchio West.
    Blackbread si chiama il loro negozietto.
    Maria e Armando hanno ufficilizzato il paniere delle materie prime.
    Farina,lievito,sale,acqua,integranti e olio d’oliva.
    Hanno fatto fortuna , nel tempo.
    Dei Costipane è la Fondazione “Magnifici Fornarini”.
    E loro è il monumento del Pane Giallo Raffermo , eretto nella piana della pagnotta liscia.
    Una piana dove ora i bimbi giocano sereni a scalpo libero.
    Perchè prima non si poteva, per via della mignotta liscia.
    Questo e altro sono i Costipane.
    Tutto fuorchè mangiatori di pane a tradimento.

    Joe Perfiumi.

  204. Joe Perfiumi

    Molti mi chiedono, inopportunamente, dove bazzichi ora mignotta liscia e
    per quale puritano motivo io abbia deciso di toglierle le iniziali maiuscole.
    Comunque si è accasata.
    Con un Costipene.

    Joe Perfiumi.

  205. Joe Perfiumi

    La mania di grandezza di Pepi Tepi , architetto Cheyenne, non trova più limiti.
    Oggi pomeriggio sono stato all’inaugurazione di un imponente, e forse sconvolgente, grattatepi millepiedi.
    Una cosa mai vista, a memoria d’uovo.
    Come notava Dietro Di Gallina.
    Un tepi è alto, di media, 10 o 12 piedi.
    I più importanti raggiungono i 20 piedi e servono più di quaranta pelli per la loro copertura.
    L’intuizione di Pepi Tepi è comunque geniale.
    E il suo progetto da brividi.
    Ha pensato, la testa pensante, di sovrapporre mille tepi.
    Uno sull’altro, capite.
    In espansione verticale.
    Una magnificenza.
    Ogni tepi è incernierato all’altro con una tecnica rivoluzionaria.
    Sulle pareti, pittogrammi come se piovesse.
    Scene dipinte da Pelo Acrilico.
    Si sussurra che sia già pronto il cantiere per un nuovo grattatepi millepiedi.
    Identico all’altro.
    E quando Coniglio Precoce mi confida che alla fine queste due infinite righe che pungono il cielo si chiameranno Torri Gemelle, mi prende un vortice di agitazione.
    Forse presentimento.
    Non saprei di che.
    O forse è solo il fastidio ,cronico ma necessario, delle Gemelle .
    Le Combattive Gemelle.
    Come le formiche nella scatola rossa dello zucchero.
    Non mancano mai.
    Le combattive formiche.
    E anche quelle, nel loro piccolo, si incazzano.

    Joe Perfiumi.

  206. Joe Perfiumi

    Il caso,a volte.
    Nella scatola rossa dello zucchero ho trovato due formiche gemelle che si azzuffavano.
    E la lotta era piena di complessi rituali.
    Lossodromica,direi.

    Joe Perfiumi.

  207. Joe Perfiumi

    Anagrafe Tributaria è stato immerso in un pozzo pieno di liquame dalla sua gente.
    Una buona idea per contrastarne una pessima.

    Joe Perfiumi

  208. Joe Perfiumi

    Dopo due settimane di immersione mefitica, Analisi Tributaria ha rivisto le stelle.
    Tanfava come una capra in calore.
    Si è dissetato e ha chiesto un piatto di lenti.
    Poi ha proposto una analisi incrociata dei dati della tribù.
    Dopo le lenti, rapidi lo hanno ricalato nell’alveo del liquame.

    Joe Perfiumi.

  209. Joe Perfiumi

    Quello di Analisi Tributaria è diventato un tormentone.
    Dallo stretto fondo del pozzo puzzolente , ha chiesto al Grande Capo Anatra Muta di convocare una riunione per dibattere sul prodotto interno lordo della Tribù degli Sfigatoa.
    PIL, lo ha chiamato.
    La risposta?
    Giù altro liquame.
    Nove botti di liquame.
    Dovevano essere otto.
    Ma Anatra Muta è un fautore degli errori compensativi.

    Joe Perfiumi.

  210. Joe Perfiumi

    Cagnotto Selvatico è pescatore tosto ,cresciuto nella sapiente perizia dei segreti del nonno Pennacchio Comacchio, ipnotizzatore d’anguille.
    Nel pomeriggio mi invita a una battuta di pesca con la fiocina.
    L’ampiezza dei boschi circonda l’acquitrinio , pieno di rane che gracidano strane alle schiere di oche .
    “Nella foga la folaga si impelaga”, dice Cagnotto Selvatico.
    I suoi proverbi sono famosi.
    Anche oltre frontiera.
    Un nido galleggiante di morette vagola alla deriva.
    “Morette, amanti perfette”,ansima Cagnotto Selvatico.
    Ansima perchè sente la carpa vicina.
    Arriviamo alla lanca , così ricca di vegetazione da sembrare una palanca.
    L’acqua dormicchia, indolente e stagnante.
    Un turbine di insetti acquatici segnala forse la presenza del gigante.
    Insetti delatori.
    Si scorge un’ombra giallo verdastra a due metri dalla riva.
    Un barbatello si avvita goffamente in aria.
    Saltimbanco da un dollaro bucato.
    Cagnotto Selvatico diventa una scultura immobile.
    A fiocina alta, già orientata sulla giusta corsa diagonale.
    Misura il tempo scorrendo la scarpata dell’argine.
    Poi il colpo.
    Secco e preciso, asseconda il movimento della prima virtù del fiocinatore.
    “Scaglia e non fare rumore”.
    “E’ una carpa di sette piedi, Joe”
    “Forse otto”
    “Anche nove,forse dieci”.
    “E se fosse di dodici piedi?”.
    La carpa, alla fine, diventa la bugia più grossa nel raggio di cento miglia.
    Questa sera racconterò della preda a Rucola Canterina.
    “Non era meno di sedici piedi”, le dirò con indifferenza.
    “Già, i piedi del nano della Tribù dei Bagonghi”, risponderà lei con impudenza.
    E poi faremo l’amore.
    Alla nostra maniera.
    In punta di piedi.

    Joe Perfiumi.

  211. Joe Perfiumi

    Due cosette.
    Alla misurazione ufficiale, la carpa è risultata lunga diciotto piedi.
    Un piede del nano della Tribù dei Bagonghi è il classico mezzo piede.
    Per cui, a voi piacendo, la carpa risulta lunga trentasei piedi.
    Dalle parti dei Bagonghi.

    Joe Perfiumi.

  212. Joe Perfiumi

    ” Refolo di giuggiola morente
    occhio pesto senza dente”.
    Se nel sito del Pallido le parole delle Combattive Gemelle sfuggono alla regola gravitazionale ,la colpa non è certo mia.
    Forse servirebbe una pausa di manutenzione.
    Vista la collisione.

    Joe Perfiumi.

  213. Joe Perfiumi

    Analisi Tributaria, ancora fresco di liquame, ha abbassato il rating della Tribù degli Sfigatoa.
    Da tripla A a doppia A.
    Gli Sfigatoa si sono attenuti al criterio della ritorsione inversa.
    Dosando i quantitativi da immettere nel pozzo.
    Da doppio Liquame a triplo Liquame.
    E nel pozzo, questa volta, Analisi Tributaria ci dovrà stare per sei lune.
    Pare che lui sia sereno.
    Si sarebbe assicurato presso la Tribù dei Lloyd’s.

    Joe Perfiumi.

  214. Joe Perfiumi

    Nella tenda di Argano Sedentario dei Delaware, siamo accovacciati a cerchio.
    Un cerchio disarmonico poichè l’enorme massa di Ganascia Frenetica dei Choctaw pare accerchiare, a sua volta, la mingherlina sagoma di Mestolo Mesto dei Tuscarora, seduto alla sua destra.
    Io sono stato sistemato in mezzo a Atto Osceno degli Araphao e a Poco Che Vaga dei Pawnee , l’unico giunto all’accampamento con un cavallo senza colori di guerra ,avendo inteso , dai segnali di fumo , che l’incontro fosse per la Festa di Primavera.
    Festa che si chiude in genere con una pantagruelica mangiata.
    Oggi è giorno di Gran Consiglio e si discute se fare guerra a Ape Maia dei Maya ,alleatosi al Pallido Narratore dei territori dove governa soprattutto la notte.
    Nella tenda il fumo si è fatta massa e vaga un oppiaceo odore di erbe aromatiche e di nicotina sbarazzina.
    Ci si passa il calumet in senso orario e poi, giunti a Ganascia Frenetica, in senso antiorario.
    Ganascia Frenetica non fuma.
    Mangia e basta.
    Il fornello è rovente .
    Di argilla nera, a T rovesciata.
    Circolano le consuete frasi di saggezza da pipata.
    “La guerra è guerra, se pace non è”
    “Gli indiani dei laghi e dei fiumi vogliono che l’arco diventi duro”
    “Arco duro,nemico insicuro”
    “Gli indiani delle foreste hanno cataste di frecce al quarzo”
    “Freccia di quarzo, morte di marzo”
    “Questo tabacco è tosto. Gratta la gola”
    “Gli indiani della piccola selvaggina hanno ornato di frange le faretre”
    “Per tirare, tira. Avrei preferito il cannello di legno scavato”
    “La guerra tosa le criniere dei mustangs”
    “I tendini disseccati dei Maya non sono stringhe per mocassini”
    “Se sono stringhe,stringheranno”
    “La guerra brucia le canoe saldate col pruno selvatico”
    “”Se nel deretano del guerriero nemico infilo radici di tamarack, che dirà poi la mia donna che predica pace?”
    “Guerra chiama guerra”
    Il calumet è ustionante.
    E le perle di vetro aggiunte al cannello si sono liquefatte.
    ” Il Pallido Narratore ama il doppio gioco”
    “Ha donato il suo sito alle Combattive Gemelle”
    “Amiche della gente Maia?”
    “Già,come un wampum sul corsetto d’ermellino”
    “Non ci sono più corsetti d’ermellino”
    “Ora si chiamano blusa”
    “C’è per caso del tabacco meno tosto?”
    “La guerra rovescia la pelle del nemico per infilare le gambe nella sua guaina”
    “Guaina stretta, nemico valoroso”
    Ho osservato il volo dell’aquila, nella nebbia del primo mattino”
    “Cosa ti ha suggerito?”
    “Pace,pace,pace”
    “Se rimetto il tomahawk nella reastrelliera, mia suocera mi stacca la testa
    con il pugnale delle polpette”
    “Chi teme la suocera, teme la pace”
    Il fornello del calumet non è più una T rovesciata.
    Un grumo di fuoco, una fiamma con dentro tabacco.
    “Lasciamo la parola al più anziano carico di gloria”
    “Che dici Renna Ottuagenaria?”
    Renna Ottuagenaria è sordo come il gufo della Tribù degli Amplifon.
    Capisce rane per rame.
    E il catarro gli impedisce di parlare.
    “La guerra è un sacco di chicchi di caffè succhiato dallo sfintere di un lupo cattivo”
    “Sfintere petulante, luna calante”
    “E tu che ne dici,vecchio Joe?”
    Finalmente Filetto Pressato dei Crow mi chiede un’opinione.
    Devo trovare assolutamente una frase ad effetto.
    Comincio ad essere stanco di questo parossistico girotondo.
    Ho le labbra ustionate dal calumet e i testicoli urticati dalle frasi delle Tribù.
    Chino il capo e rifletto.
    Cavallo Che Scatta si piega impercettibilmente.
    Scarica un venticello di fagioli mal masticati.
    “Quando si è sotto vento, è come avere un pugnale nel cuore”,dice Molletta Sbiancata dei Cayuga.
    Prima che Cavallo Che Scatta ne faccia un’altra delle sue, parlo.
    “Ho conosciuto il Pallido Narratore. Era l’inizio dell’inverno ed aveva cavalcato ininterrottamente per cinque giorni”
    “Giorno e notte?”, chiede Iena Ieratica dei Natchez.
    “Giorno e notte. Soprattutto la notte. E Freddie, il suo cavallo,si era accontentato solo di un piccolo dono. Il femore di un tacchino selvaggio”
    Si commuovono in molti.
    “La parola di Joe è sempre la parola di Joe. ”
    “Considerando che si chiama Joe”.
    Ora tutti concordano che una persona che cavalca un cavallo di nome Freddie non può essere malvagia.
    “Ho sognato questa notte il femore di un tacchino selvaggio.Vibrava, accanto ai lacci del traino delle fionde a doppia corda”
    “E che diceva la vibrazione?”
    “Pace,pace,pace”
    I delegati sembrano sollevati, in un’onda di ritrovata serenità.
    “Che i Maya vivano sereni , mescolando ragù di cinghiale nel retro dello scudo decorato”
    “E le Combattive Gemelle?”
    “Non alimentiamo altri sospetti marginali”
    Quando esco dalla tenda, l’aria mi sembra la benedizione del buon Dio.
    Mi allontano fischiettando.
    Rucola Canterina mi sta preparando bistecche alle erbette.
    La luna è piena.
    E poi faremo l’amore.
    Questa notte si prova la posizione di quel treno per Yuma.
    Pieno di pecore.
    Ma il pensiero del macchinista non era quello di tosarle, mentre le menava a Yuma con le pulsioni di un puma.

    Joe Perfiumi.

  215. Joe Perfiumi

    La danza del buon raccolto è una ridda di ballerini che simboleggiano gli animali del buon raccolto.
    Orsi,aquile,antilopi,cigni,serpenti,castori,avvoltoi e lupi.
    C’è un senso di grandiosa magia.
    Ed io, Joe, sono l’unico bianco ammesso a questa cerimonia dove le pitture sui corpi nudi esaltano la strana bellezza di questi uomini statuari.
    Statuari e giganteschi.
    Poi arriva un tipetto con un perizoma d’ermellino.
    Piccolo Don Lurio, della Tribù dei Tuca Tuca.
    Tutto si contamina nella sdgradevole sensazione di quella sana improvvisazione estromessa da un supponente professionista.
    Piccolo Don Lurio.
    Giunge, oltretutto, dalle montagne delle Gemelle Kessler.
    Meglio tornare al campo.
    Rucola Canterina sta lavando le mia camiciona rossa.
    La abbraccio , sorprendendola alle spalle.
    “I polsini sono lisi come il carapace di Tartaruga Che Si Sfrega”, mi comunica contrariata.
    Ci immergiamo in un dadaumpa.
    Nel gemito delle padelle dove friggono le frittelle.
    Le Combattive Padelle Gemelle.

    Joe Perfiumi.

  216. Joe Perfiumi

    Vi ho mai raccontato dello scotennamento del capitano Brown?
    E’ improbabile.
    Sono terribilmente a corto di quel fatto.

    Joe Perfiumi.

  217. Joe Perfiumi

    Curioso.
    La lingua algonchina non prevede il gerundio.
    Non esiste “Cavalcando”.
    Si rifugiano nel participio presente.
    “Cavalcante”.
    Per cui non scendono mai di sella.

    Joe Perfiumi.

  218. Joe Perfiumi

    L’ennesima esplosione d’ira di Raccolta Differenziata, la più vecchia dei Seminole delle Aiuole.
    Per me quelli della sua Tribù ci marciano.
    La vegliarda ha tutte le ragioni.
    “Gli scalpi dell’uomo bianco? Nell’umido si buttano,nell’umido”.

    Joe Perfiumi.

  219. Joe Perfiumi

    Circolano voci che il capitano Brown si sia salvato dallo scotennamento.
    Si era messo sulla testa bionda un tubicino in lattice.
    Dicono che preservi dallo scalpo.
    Devo sentire Blatta Pettegola.

    Joe Perfiumi.

  220. Joe Perfiumi

    La distesa incontaminata di fiori gialli, a larghi petali, mi commosse.
    Un delirio armonico di fiori gialli.
    Solo fiori gialli.
    Folate di corolle gialle.
    Tutto il giallo del mondo.
    Appassionatamente giallo.
    Chiusi gli occhi.
    E pensai come tutto sarebbe stato più bello con una punta di nero.
    Una cornacchia, per esempio.
    Già,una bella cornacchia nera.
    Che poi avrebbe chiamato altre miriadi di cornacchie nere.
    E tutto sarebbe diventato un sublime pianoro nero.
    Tutto nero.
    Perfino le creste degli alberi.
    Superiorità del nero.
    Così delittuosamente dedito al lutto.
    Il vero nero senso del mondo.
    Avrei rinnegato per tre volte quel paesaggio.
    Ed ancora oggi lo rinnegherei.
    Prima che il giallo canti.

    Joe Perfiumi.

  221. Joe Perfiumi

    L’educazione del piccolo Indiano ha inizio non appena sia in grado di reggersi in piedi.
    E’ rude,dura,qualche volta brutale.
    Allora il piccolo Indiano ricomincia a gattonare.

    Joe Perfiumi

  222. Joe Perfiumi

    L’orecchio del Pellerossa distingue tra mille rumori una voce,un segnale,un indizio.
    Famoso è il caso di Padiglione Smodato che seguiva di notte la pista degli animali tastando il suolo dove erano impresse le impronte.
    Erano le stesse impronte a parlargli.
    Eppure quella notte maledetta, Padiglione Smodato non udì Micia Lasciva
    che ululava pazza di piacere con il suo amante Papago.
    Erano nella stessa tenda, sotto la stessa coperta di bisonte.
    E Padiglione Smodato non sentì il gemito gridato a polmoni pieni dalla sua donna che lo tradiva.
    E se Padiglione Smodato non sentì, sentirono i cavalli da domare nella staccionata, sentì l’orsa nella tana a dodici miglia di distanza, sentirono le capinere delle Vette Che Svettano Vetta Dopo Vetta.
    E sentii anch’io.
    Risvegliato di soprassalto dai mantici del godimento.
    Ora mi subentra un dubbio.
    E se avesse dato spago a quel tale Papago?

    Joe Perfiumi.

  223. Joe Perfiumi

    Una Tribù ha risolto la mancanza del gerundio con Geronimo.
    Ora mi rilasso.
    Mangiando con l’algonchino Mangiante.

    Joe Perfiumi.

  224. alessia e michela

    Tra acronimi e salassi lillipuziani, belle tipe toste per via della carbonella ingerita sul fare del mezzogiorno, presero a divagare.
    E così, tra un ancata di qui e l’altra di là, presero anche a liberarsi delle scarpe dotate di tacco a spillo che è una eresia dire dotate di tacchini; mentre si potrebbero dire dopate.
    Da lì nacque tutto: dal topos.
    Il signor Erminio Nandrolone dei Tostapane Salassati, passava per caso avendo lasciato, otto anni prima, la moglie con il pranzo pronto in tavola, e dopo aver buttato la pasta.
    Chiaramente, il Nandrolone che sapeva bene come ingannare il tempo, non poté far altra che cantare richiedendo con fare subornante l’aggiunta di un posto a tavola.
    Gli era giunta notizia di u successo one one one, eppure si ostinava a far girare nella mente altri generi musicali:
    ” Refolo di giuggiola morente
    occhio pesto senza dente”

    Giuggiola morente di refolo
    dente pesto senza occhio

    Refolo morente di giuggiola
    pesto occhio senza dente

    Morente refolo di giuggiola
    pesto dente senza occhio

  225. alessia e michela

    Rucola Canterina e Joe Perfiumi: quando si dice la coppia perfetta!
    Avevano tutto dalla loro, anche la fantasia.
    E ci erano andati giù pesanti nel suo uso, provandole tutte.
    Accantonati i kamasutra, i manuali d’amore e i resonti dei viaggi di Gulliver, Vespucci, Colombo e Derrick, provarono anche a inventare loro posizioni creative.
    Giunsero fino alla tappa insuperabile: quella della lima e della raspa.
    Si era partiti da una ipotesi conclusasi con una domanda: ma quel che tu togli a me e quello che io tolgo a te, che fine fa?
    Insomma: la lima e la raspa, a furia di sfregare, assottigliano il pezzo di legno o, se adatta, di metallo. Che fine fa tutta quella roba? Vuoi vedere che qualcosa di utile si potrebbe trarne?
    Discorso utiliratistico…Certo, di quello si trattava, giacché nessuno fa nulla senza niente in cambio.

  226. alessia e michela

    I resonti sono fatti così.
    Cugini dei bisonti, fanno a meno volentieri dei Conti.
    E anche delle rese, con o senza resto o ascia sotterrata.
    I due si diedero un attimo di pausa guardando tutte le bottiglie vuote. Un tempo non lontano avevano contenuto una quintalata di rhum.
    Si guardarono con aria interrogativa.
    La domanda che si cristallizzò tra loro fu: ma quante sono esattamente?
    Provarono a contarle. Lo fecero per sei notti di seguito senza trovare opinioni comuni.
    I numeri oscillarono tra il secco 100 e il 86 sottostimato fino al sovrabbondante 899 che come si sa è pericoloso, non poco pericoloso per le tasche dei telefonisti italici.
    Senza sapere come il discorso sforrò verso altri temi e descrittive situazioni; enigmatiche faccende si profilarono nelle loro menti bacate e poi ripristinate con pagliuzze d’oro e lische di carpa di allevamento da 899 cm.
    La taglia, tipo wanted, era esagerata ma tutto sommato contenitiva.
    Toccò alla donna esordire con sguardo acceso e mani volitive agitate nel vento finalmente tiepido o, volendo, tippe e tappe, toppe troppe, bora e scirocco ti tolgo il malocchio.
    Senza tergiversare, insomma, andando a bomba e mettendo l’audio a palla:
    Lasciate che mi presenti così come sono, nuda; poi proseguì: sono donna, non sono una santa.
    Le ultime parole vennero pronunciate balbettando.
    Si materializzò il cancelliere di turno, fiscale e notarile come un atto testamentario in barile ritrovato e scrisse: Disse la siringa epidurale alla linea della spina dorsale sante parole, prima di penetrare in una analisi profonda.
    La vedeva chiaramente quella lieve successione di anelli congiunti miracolosamente ma meno enigmaticamente delle sinapsi del cervello.
    Vedeva anche le chiappe storte e obsolete, ricadenti ma tenere, con atteggiamento scostante, come vedesse il demonio.
    Infatti si fece scappare:
    Vade retro, Satana!
    Lei, la donna proseguiva imperterrita, come fosse impotata e anche laminata, inamidata, perforata da particelle subatomiche quindi inattendibile, anche a riposo e non solo in posizione di attenti, nonché irremovibile :
    E come tale, donna e strega, sono soggetta a forze oscure, presagi naturali, degli inferi e del cielo che tutti ci contiene.

    Con poco sforzo potrei farmi spuntare le ali, ma la coda, anche se mi è di impaccio quando cavalco, mi conferisce un passo da regina indiscussa, autorevole anche se ape.
    È per questo che amo la coda, anche se alla vaccinara: l’incedere in questa società fondata sulle chiacchiere e sulla disoccupazione, è importante. È veramente più importante è apparire che essere, come sanno i pozzi petroliferi.

    La coda mi è congeniale anche perché è utile: mi dà maggiore equilibrio e la penso sempre, anche dormo.
    Non c’è neanche un problema estetico, giacché quando indosso i pantaloni la tengo arrotolata e si vede solo una specie di protuberanza appena accennata. Nessuno può, quindi, aver paura o sorprendersi per la stranezza.

  227. alessia e michela

    Sono nata e per questo mi chiamo spesso.
    Non fatemi ripetere il nome altrimenti mi disperdo in ricordi nostalgici.
    Pensiamo alla salute!
    Infatti, essendo identificabile con alcuni speciali segni di appartenenza, varie tipologie di marchi di fabbrica, non posso, non potrei farlo a nessun prezzo, negare di appartenere alla nobile stirpe delle streghe italiote.

    Tra tutti il più visibile spiega anche la mia vera identità, le mie propensioni sia notturne che diurne: narra come io sia incline a cedere agli appetiti. Tra questi la buona tavola. Difficilmente indulgo in pratiche oscene e a voli notturni con il capro.
    altro segno esplicativo consta nel mio ombelico. Esso è arrotondato e sporge come il capo nero di una spia da dietro l’albero di acero rosso.
    Potrebbe essere uno gnocco, un cappelletto, un rizoma…

  228. alessia e michela

    Ascella Spezzata, specialista in messaggi fumosi e comandante in seconda della barca, fin che essa va, si ostina a lanciare lo stesso messaggio da tempo immemorabile. Attende risposta? O si è incantato il disco? A proposito di disco: ma sul desco di domenica in quelle lande che si accosta per limare l’arrosto?
    Limare fa rima con partire, con ca…re, con spogliare, con battagliare o con cantare?
    Ecco testualmente il messaggio, che non è certo una novità:
    “Poi la canzone virava verso qualcosa di allusivo:
    Voglio rosso Tiziano
    mutande traforate
    su spalle blasonate
    appese ad asciugare ammirando le stelle
    senza mani sbellicate risate
    sotto pelle tracce di te e di me
    riarse labbra d’amore a cuore
    circondate da fiumi di parole
    farò di te
    il varo della vita
    ma anche delle cosce”.

    La parola più ambigua è “cosce”. Si riferisce forse a un pollastrone? Non manca chi opina che si riferisca a un maschio cerebroleso e affettato!!!

  229. alessia e michela

    Lo disse Dante, lo confermò Carlotta, meglio una coscia che una polpetta.

  230. alessia e michela

    Lo disse Carlotta, lo confermò Dante, meglio una accettata che dente per dente.

  231. alessia e michela

    Lo disse il giurista e lo confermarono Carlotta e Dante:
    chi tace non dice niente.

  232. alessia e michela

    E tutti in coro dissero anche che è meglio da soli che male accompagnati.

  233. alessia e michela

    E così, raggiunto l’agognato accordo, malgrado il dito alzato del cognato, aprirono le quinte e uscirono tutti insieme a guardare il profilo lossodromico, alta essenza della bellezza anastatica, vera energie anestetica delle sparute pariglie trainanti le carrozze con marchi reali, ormai rarissime ma ancora proiettate verso il futuro da ombre cinesi stilizzate.

  234. Joe Perfiumi

    La posizione della lima e della raspa?
    Bella pensata, non c’è che dire.
    Ma volete mettere la variante della lama e della ruspa?

    Joe Perfiumi.

  235. Joe Perfiumi

    Sono stato al concerto dei Winneboga, nell’anfiteatro delle pelli di vacca.
    Canti di guerra e di morte.
    “Un repertorio allegro” , commenterebbe un interdetto ai lavori.
    I Winneboga sono un complesso depresso, nato per la cacofonia.
    Un pò isterico il suonatore di tamburo ,quasi mistico Dado Rotolante con il suo sistro di scaglie di crotalo.
    Ispirati gli zufoli e i flauti.
    Il brano più bello?
    “Tolto il totem ci resta poco”.
    Orecchiabile il refrain.
    “Si può dare di più
    mio guerriero Sioux.
    Si può dare di più
    se con te è Manitù”.
    Trenta dollari per un sasso in prima fila.
    Comunque ho chiuso con i Winneboga.
    Cacofonici.
    Cacofonici all’eccesso.

    Joe Perfiumi.

  236. Joe Perfiumi

    Dopo il concerto, un tragico incidente.
    Dado Rotolante ha ingerito una scaglia di crotalo.
    Dado Rantolante.

    Joe Perfiumi.

  237. Joe Perfiumi

    Analisi Tributaria è sfuggito al supplizio del pozzo di liquame.
    La piccola Tribù degli Irpef, una costola della grande Tribù degli Sfigatoa, gli ha concesso asilo e ospitalità benevola.
    E già circola puzza di nuove imposte.
    La più iniqua,quella sull’ossido di ferro.
    Gira anche voce di una tassa sul blu.
    Il colore della pace,della felicità.
    Analisi Tributaria è la vera malattia del nostro pacifico territorio.
    Questo pomeriggio terrà una conferenza sull’indice di indebitamento dei Seminole.
    Il Nostro picchia terribilmente sugli indici.
    Indici di liquidità,indici di rotazione del capitale,indici di solvibilità.
    Molti guerrieri, visti tutti questi indici, gli hanno giurato il medio.
    E la media mobile di dieci dita di pellerossa incacchiati lascia ben sperare.

    Joe Perfiumi.

  238. Joe Perfiumi

    Capocollo Che Caracolla è un saggio osservatore delle cose della vita.
    Viene a trovarmi al campo.
    Gli offro un buon caffè dei miei.
    “Caffè”, dice lui, dopo averlo sorseggiato rumorosamente.
    E’ un modo per esprimere il suo apprezzamento.
    “Caffè”,ripete.
    Gliene verso un’altra spanna abbondante, nella vecchia tazza screpolata.
    “Caffè”, mormora.
    Ci sono volte in cui il nostro dialogo si limita al caffè.
    E se anche gli offrissi altro, penso che a Capopcollo Che Caracolla piacerebbe riaffermare il suo orientamento di base.
    “Caffè”.
    Un becerino del salice suadente sfiora la sua fronte e vola alto.
    Beh,alto.
    Quei tre metri che gli bastano per arrivare al nido, sopra di noi.
    “Il caffè mi aiuta a riflettere”,osserva il mio amico pensatore.
    “Gli indiani devono tacere,potere e osservare. Per arrivare a questa padronanza, occorre sottoporsi a un autocontrolllo rigoroso”.
    Anche il becerino ascolta.
    E sembra annuire.
    Mi capita spesso di non intendere dove Capocollo Che Caracolla voglia arrivare con le sue brevi galoppate filosofiche.
    Ci frequentiamo da venti anni e, al momento, ho una sola certezza.
    Lui ama il caffè.
    “Caffè”.
    Capita che il becerino del salice suadente si comporti con fare impudente.
    Il pensierino del becerino centra la tazza.
    E’ un piccolo chicco di aereo caffè.
    Una correzione voluta dal cielo.
    Una minima deiezione in una massima argomentazione.

    Joe Perfiumi.

  239. Joe Perfiumi

    Mi sono iscritto a un corso di linguaggio figurato.
    La necessità del silenzio ha fatto escogitare al Pellerossa un complesso linguaggio a segni, grazie al quale riesce ad esprimere qualsiasi cosa senza emettere un suono.
    Ricola Succhiata è una insegnante paziente.
    Anche bella.
    Di una bellezza che ti rende impaziente.
    La prima lezione è dedicata ai modi di presentarsi dei vari clan.
    Lo Cheyenne(dito tagliato) fa il gesto di tagliarsi un dito.
    Il Comanche(serpente con la coda tagliata) imita lo strisciare del rettile ferito.
    Il Powhatan(lingua tagliata) apre la bocca e mima il dolore.
    Il Delaware (piede tagliato)saltella su una gamba, frenetico in tondo.
    Stressante questo corso di linguaggio figurato.
    Attiro l’attenzione di Ricola Succhiata e strabuzzo gli occhi ,agitando le palpebre.
    Che significa?
    Significa che Joe taglia la corda.

    Joe Perfiumi.

  240. alessia e michela

    Tra folaghe, vascelli, barche, argani arrugginiti, rime, raspe, ruspe, fuochi fatui, garresi, Varese, mani giunte, mai rese, arrese stoppate,
    polli ruspanti, cosce senza funghi trifolati e men che mai velenosi, Appennini e Ande anche, Andalusia e calumet della Pax Domini o della Pece Bollente, figlia di Calzolaio Preso al Lazo, da Oltre Tomba giunse un testo esplicito, davvero scritto e cantato dall’amato Gaetano Rino:LA ZAPPA IL TRIDENTE IL RASTRELLO
    Vecchi solai e ciminiere lavatoi al decimo piano
    Fumo che sale il paradiso e gli angeli cadono giù
    La zappa il tridente il rastrello la forca
    l’aratro Il falcetto il crivello la vanga
    e la terra che spesso t’infanga
    una mansarda in via Condotti moquette plafond cassettoni
    giovani artisti e vecchie tardone
    si realizzano nel nobile bridge
    La zappa il tridente il rastrello la forca
    l’aratro Il falcetto il crivello la vanga
    e la terra che spesso t’infanga
    giovane e bello divo e poeta
    con un principio d’intossicazione aziendale
    fatturato lordo la classifica che sale
    il resto lo trova naïf
    La zappa il tridente il rastrello la forca
    l’aratro Il falcetto il crivello la vanga
    e la terra che spesso t’infanga
    castoro visone il conte dell’acqua
    salmone caviale champagne
    la grande soubrette Brigitte La Cagne
    coperta di cincillà
    La zappa il tridente il rastrello la forca
    l’aratro Il falcetto il crivello la vanga
    e la terra che spesso t’infanga
    La zappa il tridente il rastrello la forca
    l’aratro Il falcetto il crivello la vanga
    e la terra che spesso t’infanga
    La zappa il tridente il rastrello la forca
    l’aratro Il falcetto il crivello la vanga
    e la terra che spesso t’infanga
    La canzone pareva essere il manifesto delle cose buone, dei sentori agresti avvertiti da pescatori allupati, intenti a guardare la luna e i riflessi nei fiumi pescosi.
    Offriva a iosa frutti maturi e mani callose abituate a carezze graffianti e dolci leccornie accarezzate, annusate, slinguazzate, mordicchiate, origliate, digerite e di nuovo disperse per i campi dorati.
    Chi potrebbe mai resistere al ritmo sempre più travolgente e non agitarsi dimenando fianchi e braccine? Non è, forse, una fotografia che restituisce il clima agreste della mietitura?
    Per non dire di amori proibiti in camporella o in carrozzella o nei primi ascensori a vista.

  241. Joe Perfiumi

    La seconda lezione di linguaggio figurato termina subito.
    Con gesti eloquenti, chiedo a Ricola Succhiata di spiegarmi il suo nome.
    Mima Ricola.
    Tutto chiaro.
    Mima Succhiata.
    E subito arrossisce.
    Io mi imbufalisco.
    Me ne vado.
    Avrei bisogno di una insegnante meno navigata.

    Joe Perfiumi.

  242. Joe Perfiumi

    La terza lezione di linguaggio figurato termina prima di iniziare.
    Quando vengo a sapere che c’è una nuova carinissima docente.
    Il suo nome?
    Patata Bollente.

    Joe Perfiumi.

  243. Joe Perfiumi

    Mi spiace per le Combattive Gemelle.
    Ma LA ZAPPA IL TRIDENTE IL RASTRELLO è dei Winneboga.
    Parole e musica di Dado Rotolante.

    Joe Perfiumi.

  244. Joe Perfiumi

    Freccia Danzante mi svela i segreti dei colori sulla pelle.
    E’ un grande onore per me.
    Il guerriero dei Labrador porta una piccola fiaschetta al collo.
    Me la porge, porgendomi anche il collo.
    Sorseggio.
    Rum alle bacche di ginepro.
    Io ricambio con il solito immancabile caffè della casa.
    “Vedi,Joe. Il giallo è figlio delle argille di ocra”, dice Freccia Danzante.
    “Il blu è figlio del carbonato di rame naturale”.
    “Il verde è figlio di un decotto di diciotto piante diverse ricche di clorofilla”.
    “Il rosso vermiglio…”, e si interrompe.
    Che il rosso vermiglio sia figlio di nessuno?
    “Il rosso vermiglio è figlio del solfuro di mercurio.E nei tempi andati,del sangue seccato”.
    Un Labrador mi sta aprendo la porta sull’arcobaleno della sua Tribù.
    “Il nero è figlio del miscuglio polverizzato di legno e ossa”.
    Il rum alle bacche di ginepro solletica le gengive.
    Freccia Danzante salta sul suo cavallo con l’agilità del puma che danza il rito della morte attorno al cucciolo d’antilope.
    “Ehi,Freccia Danzante.Io conosco un altro tipo di nero”, gli grido dietro.
    “Di che nero parli, vecchio Joe?”
    “Il nero figlio del Pallido Narratore”
    “E dove lo trovi?”
    “Nel suo sito”
    “E dove resta il suo sito?”
    “Chiedilo alle Combattive Gemelle”
    Un pò di mistero è come il miele per l’orso.
    A proposito.
    Devo dire all’orso che dalle parti delle Combattive Gemelle si trova dell’ottimo miele.

    Joe Perfiumi.

  245. Joe Perfiumi

    Geronimo ha restituito il gerundio agli Algonchini.
    Geronimando.

    Joe Perfiumi.

  246. Joe Perfiumi

    Il bufalo , prima di caricare, scava la terra con le corna e con lo zoccolo,coprendosi il muso di terriccio.
    Il becerino del salice suadente, prima di caricare, scarica, coprendo il mal fatto con il terriccio.
    Temperamenti diversi.

    Joe Perfiumi.

  247. Joe Perfiumi

    “E’ un grosso errore credere che l’uomo scalpato non possa sopravvivere.
    La ferita in se stessa non è poi così grave.
    Riguarda una parte di cuoio capelluto vasta come il palmo di una mano”.
    Questo mi confida Bobby ,il parrucchiere fallito.
    Aveva un negozietto per soli uomini scalpati nei paraggi dei roccioni scolpiti.

    Joe Perfiumi.

  248. Joe Perfiumi

    “Ho attraversato a cavallo
    tutto il Dakota,
    su una sella a brandelli,
    e la borraccia dell’acqua
    era una tortura per le labbra,
    perchè l’acqua
    era il fantasma
    della mia sete.
    Quanto è vasto il Dakota,
    quanto è ostile il Dakota,
    quanto è quanto il Dakota”.
    Questa è l’ultima dei Winneboga.
    Il titolo?
    “Idiota, eccoti il Dakota”.
    Una profezia dell’incartapecorito Fegatino Sminuzzato, divino pronosticatore dei Mohawak, predice ricchezze smisurate per il complesso dei Winneboga.
    Lo sciamano vede i nipoti dei loro nipoti attraversare il Dakota, in un futuro lontano.
    “Dentro una buffa enorme scatola marchiata Toyota. Scorgo musi gialli nel progetto degli dei degli spostamenti”.
    Buon per i Winneboga.
    Anche se sono troppo cacofonici.

    Joe Perfiumi.

  249. alessia e michela

    Pendevano, ormai, tutti dalle labbra del labrador; la VERA BOCCA DELLA VERITA’, figlia di Lavanda Zozza, si asciugò la farfalla, ovvero quella che se aperta dà (famiglia grammaticale del dadaumpa, verbo infinito cercopitetico) aria alla bocca; se chiusa la costringe al mutismo logorroico tipico dei procioni quando stanno a pancia all’aria per rubare gli ultimi tepori ai raggi del sole ormai morente (il funerale si sta organizzando ed è previsto tra 5 miliardi di anni; deciso di cerebrarlo un pò in ritardo per sintonia con le disposizioni testamentarie di Liz Taylor Burton). Così, ormai quasi verginedipendente per eccesso di igiene stereotipato, stralunò e abbacchiò; poi virò verso la sonnolenza criptico-traslucido-deferente-lungimirante-intravedente parossistiche letture del pensiero.

  250. alessia e michela

    Quello che poteva apparire come una stage inutile, si palesava, ormai, come l’unico modo utile per utilizzare il tempo altrimenti perduto sull’arca.
    Le supposte di nitroglicerina, colorate con peperoncino di Cayenna, nero di seppia, pepe verde dell’isola di Pasqua, con screziature gialle ottenute dalle ginestre profumate di Castrovillari e altre verdi, profumate, ottenute con lavanda raccolta sulle pendici di Monte Cavallo di Laurino, erano state prima utilizzate per fare un fritto misto di interiore di gallina faraona e amanite falloide edulcorata con amanite muscaria.
    Ora se ne stava in bella mostra nel tepee, pronte all’uso.
    Chiaramente la infermiera di turno era pronta con clisteri al miele cistercense: l’unco antidoto per la stitichezza congenita acquisita.
    Intanto Rossi Vasco declinava verso il nero ruzzante e Piero La Francesca scopriva i colori psichedelici all’acqua fresca, detti anche acrilici.

  251. alessia e michela

    Se ne stava!
    Si!
    SE NE STA VA…
    Vacca Carla pure, anche se sostenuta dal buon umore di S-Abute ‘N ‘Kule.
    Ma la domanda andava posta: come mai prima le supposte erano in tante a ballare l’alligalli e ora, inopinatamente, era rimasta sola?
    Perché una se prima erano in due, tre, quattro…a ballare l’alligalli?
    Le news di Radio RSC evidenziarono la verità:
    come si potrebbe immaginare un fritto misto di certe esplosive sostanze senza che le stesse si riducano a unità?
    Eppure in quel blog se erano lette e intraviste di VALIGIE DI CARTONE DELL’ATTORE partire per terre assai lontane con bastimenti stracarichi di balle.
    Balle?
    Ma balle di che?
    O balle come fandonie svolazzanti?
    Un consulto veloce tolse ogni dubbio e bastò cliccare qui:
    http://www.zazoom.it/blog_rsc/post.asp?id=259
    chi era, a chi apparteneva quel volto nero come il Carbone?

  252. alessia e michela

    Non potevano esserci risposte, senza domande pertinenti.
    Magari impertinenti, ma almeno adeguatamente stimolanti per appetiti estinti.
    Si trattava di cogliere essenza, fiori rari e malattie incipienti.
    La topica domanda, che nulla aveva a che fare con code, peli fulvi, denti roditori e così via:
    L’amore, collegando vistosamente rovi, more ed e congiuzioni, era e sarebbe stato sia il busillis eterno che l’inganno obsoleto.
    L’amore
    Ah! ke kosa è kuesta kosa?
    Subentrò chi poteva dir di più, anche se da un pulpito un poco scomodo:
    L’amore è un gioco ad incastro…
    Devi trovare il pezzo giusto, devi inciampare e continuare a cercare, come il mare che abbraccia la sua spiaggia, perché senza di lei non ci sarebbe lui…
    Era Giulia VCarcasi che, cercandosi, sotto un cielo di stelle, si perse tra strade perverse…

  253. alessia e michela

    Equidistanti equini stavano di stanza in un reggimento di fanteria.
    Erano tutti dotati.
    Ognuno di loro aveva in dotazione un diploma equipollente cartonato e incorniciato.
    Che avrebbero potuto mai farne visto che lo avevano conseguito in una scuola privata convenzionata?
    Era carta straccia, carta igienica a rotolo di infinito futuro o poteva essere riciclata e conseguire una Laurea Magistrale, magari trattata al fulmicotone?

  254. Joe Perfiumi

    Adoro i trucchi di alcune tribù.
    Prima dell’attacco, gli Apache si celano al limite delle foreste sotto fronde che fanno avanzare impercettibilmente.
    Solo una volta si è vista una fronda correre.
    Era Pancia In Subbuglio che cercava di appartarsi, incalzato da un’esigenza impellente.
    I Comanche si aggrappano nudi ai cavalli in modo da non riuscire visibili, e li lasciano apparentemente vagare come una mandria in libertà sino a quando l’obbiettivo non è che a due passi.
    Fermento Lattico è stato l’unico Comanche, a memoria d’uomo, a risultare così invisibile da indurre il proprio cavallo a capovolgersi per verificare se c’era poi veramente qualcuno sotto la sua pancia.
    Resta famoso e inimitabile il trucco dello Yamassi Carta Scompaginata.
    Si travestiva da cameriere d’alto rango , abbordava il nemico e lo massacrava.
    Non disdegnando di chiedergli, poco prima di finirlo, la mancia.
    Da qui il proverbio ” La mancia allo Yamassi non evita i trapassi”.

    Joe Perfiumi.

  255. alessia e michela

    Sintagma…sintagma…ma cosa è questo sconosciuto?
    La eco insisteva, ma non c’era verso di capire cosa davvero fosse, che senso avesse, da dove venisse e dove volesse andare a parare.

  256. alessia e michela

    Sintagma…sintagma…sintagma…
    litania profetica o rompimenti di scatole?
    O solo sole bio?

    La catena di plusvalenze preponderanti, come ogni catena si Sant’Antonio ruotava intorno alla velocità compositiva al ritmo di: E uno, e due, e tre, e quattro (One, two, tree, for). Il sintagma, come unità minima di questa catena sintattica, costituiva visibilmente una stringa di suoni dotati della stessa funzione logica all’interno dell’enunciato. Per esempio, nelle frasi “Pierino ha mangiato la mela» e «L’ha mangiata Pierino», le parole L'(ha) e mela avevano la stessa funzione logica di complemento oggetto.
    A questo punto della faccenda occorreva far fare un salto di qualità alla prosa e alla scelta tematica.
    La capacità di autodeterminazione di Joe Perfiumi e delle Gemelle che per gerundio fanno Orlando, nel senso che indulgono nel ruotare intorno all’orlo, senza urlare, anche per fare davvero male, decisero di rivolgersi a Capo Wi Chi Pe Dia.
    Fu lui, novello sposo di Sapienza Enciclopedica a gettare la luce della creazione:
    La parola fondamentale di un sintagma, senza la quale questo non sussisterebbe, è chiamata testa. Gli altri elementi sono detti modificatori.
    Nella frase: il mio gatto ha fatto indigestione di sgombro, il sintagma che indica il soggetto della frase è “il mio gatto”. In questo sintagma la testa è gatto, mentre il e mio sono modificatori.
    I sintagmi vengono classificati a seconda della categoria grammaticale a cui appartiene la parola che funge da testa…
    Gli altri ascoltarono a bocca aperta, così come ogni volta accade quando lo Spirito Santo della Sapienza ti si ferma sulla testa in forma di fiamma e la pieghi un poco per sentir puzza di bruciato da follicoli e peli.
    E quello proseguì:
    “Il mio gatto” sarà un sintagma nominale, in quanto gatto, un nome, è la testa
    “ha fatto indigestione” è un sintagma verbale, poiché la testa in questo caso è ha fatto
    “di sgombro” è un sintagma preposizionale, in quanto la testa è “di”.

  257. alessia e michela

    Sintagma…sintagma…sintagma…
    nei cieli sfatti a base di zabaione mortale qualcosa cominciava a intravedersi.
    E si cominciava a capire che:
    Il sintagma non è una struttura rigida, in quanto può essere scisso o raggruppato in unità logiche maggiori o minori a seconda del riferimento logico da cui parte l’analisi dell’enunciato.

  258. alessia e michela

    Sintagma…sintagma…sintagma…
    Joe Perfiumi prese carta e penna e scrisse qualcosa.
    Noi sbirciammo.
    Solo due cifre; solo un numero, per noi del tutto insignificante:
    69.
    Lo leggemmo all’unisono e ad alata voce arrendendoci alla evidenza. Alzammo le mani e ripetemmo:
    SESSANTANOVE!

  259. alessia e michela

    La eco rispose:
    SETTANTA

  260. alessia e michela

    Sintagma…sintagma…sintagma…sintagma…
    Le parole che costituiscono un sintagma possono anche trovarsi in posizione non contigua nella sequenza della frase, e in tal caso si parla di sintagmi discontinui. Un esempio è l’enunciato me ne resi subito conto, dove il sintagma “me ne resi conto” è in sequenza discontinua. Questa sequenza è frequente in varie lingue, come in Inglese: she takes her coat off, in Tedesco: ich rufe morgen wieder an , in Latino: adgnosco veteris vestigia flammae.
    La confusione adesso era totale.

  261. alessia e michela

    Parole sante e conseguenze portavano alla follia che è peggio dell’andare per funghi tra campi seminati ad anaconda e ibridi di vipere cornute, serpenti a sonagli e sonagli da bambini di mesi tre ciascuno.
    Tra i sintagmi sussistono inoltre diversi legami logici, che ne denunciano l’accordo o la reggenza. Tra due sintagmi sussiste spesso un rapporto di dipendenza sintattica, in quanto uno dei due non potrebbe esistere senza l’altro. Il sintagma indispensabile viene chiamato dominante: nel sintagma il mio amico di Genova è arrivato ieri, il sintagma il mio amico è dominante rispetto a di Genova.

    Legami? Oppure legami? Insomma rapporti affettuosi o sado-maso? Lacci e lacciuoli, catene, manette e bavagli o solo amori ingenui?

  262. alessia e michela

    Genova?
    Genova, Genova…
    Si, quella dei blue jeans insomma…

  263. Joe Perfiumi

    Gli Onondaga hanno per totem il ragno, gli Irochesi la tartaruga,gli Ottawa la lepre, i Titoba il daino, i Dakota la volpe della prateria,i Sioux l’alce.
    E’ massimo il culto del totem.
    Solo i rozzi Borinowa non hanno totem.
    Nè culto.
    S’usa dire di questa brutta gente “E’ come dire al totem vada via il culto”.

    Joe Perfiumi.

  264. alessia e michela

    Il culto totemico esplose tra testa e collo, cogliendo in fallo GENOVA e segugi intrattenitori.

  265. alessia e michela

    I deprivati cultori totemici…
    quello si che era un tema serio e interessante da approfondire.

  266. alessia e michela

    E noi si perdeva tempo intorno ai sintagmi!
    Che però andavano affrontati e chiusi in un angolo.
    Alcuni sintagmi, al contrario, appaiono slegati da qualsiasi connessione logica e denunciano solo una connessione “a senso”, come il genitivo assoluto in greco o l’ablativo assoluto in Latino. Esempi di sintagmi connessi a senso in italiano sono per esempio le costruzioni cosiddette “implicite” con il gerundio e gli anacoluti.
    Anacoluto.
    Anacoluto?
    Anacoluto!
    Anacoluto!?
    Con tono ormai abbacchiato si dovette convenire: A N A C O L U T O
    Ormai la misura era stracolma e la pazienza stracotta senza fumo che è meglio dell’arrosto per morire di over dose anni ’50 di nozionismo che non è detto sia meglio della overdose di NANDROLONE tanto amato dai ciclisti nostrani, e non solo, che poi vanno alla Spallanzani o allo Slappanzani che dir si voglia, dove non usa contribuire alla giusta causa fornendo pappette di sangue emoglobinato autotrasfuso, che si venda sia sfuso che all’ingrosso nelle farmacie ambulanti del deserto e del west side story.

  267. alessia e michela

    E qui naturalmente si ritornò al linguaggio endofasico, ma a ragion veduta, visto e considerato che una siringa per iniezione intramuscolo sarebbe stata troppo invasiva, invadente, invano desiderata, invincibile, invisa, invogliata, inorgoglita, insozzata, inattesa, internata,
    Il sintagma verbale è quello che ricorre con maggior frequenza. Può essere formato da un verbo coniugato (per quelli non sposati meglio lasciar stare…) o da un verbo unito ad altri modificatori. Questi possono essere nomi, aggettivi, avverbi oppure sintagmi preposizionali strettamente dipendenti da quello verbale.
    In un enunciato come è arrivato il mio amico, il sintagma è arrivato si trova in posizione predicativa, in quanto indica una qualità o un´azione inerente al soggetto intorno al quale viene effettuata la comunicazione. Normalmente all´enunciato possono essere aggiunti altri sintagmi che fungono da completamento, o altri modificatori. Quando il sintagma è composto dal solo verbo, esso corrisponde al predicato verbale: Gianni corre, oggi è nata una stella.
    Nel sintagma verbale può essere compreso anche l´oggetto dell´azione. Così, nell´enunciato Pierino mangia la mela, avremo due sintagmi: il primo, nominale, che comprende “Pierino”, il secondo, verbale, che comprende “mangia la mela”.
    È ugualmente un sintagma il costrutto copulativo, formato generalmente dal verbo essere (ma in tedesco p.e. sono verbi copulativi anche werden (diventare) e bleiben (restare). Presentano dunque sintagmi verbali gli enunciati è bello, non sembra facile o, in latino, pulchrum pro patria mori e in arabo hūa jamīl.
    Il sintagma verbale può essere formato da una testa verbale e da modificatori avverbiali, come in espressioni quali vado via o nel caso dei verbi idiomatici inglesi (to take off) o tedeschi in alcuni contesti (anrufen anziché ich rufe wieder an).
    Allo stesso modo il significato del sintagma verbale può essere integrato da sintagmi determinanti la cui testa è una preposizione, che può essere quindi accessoria e funzionale al contesto, come in l´auto sta andando al massimo, dove il sintagma preposizionale funge da modificatore avverbiale rispetto al sintagma verbale, nel quale il verbo mantiene il significato fondamentale. In altri casi invece i sintagmi possono essere legati inscindibilmente: p.e. quel prodotto è andato a ruba, dove il sintagma preposizionale è parte integrante del sintagma verbale, che nel suo complesso assume un significato preciso e diverso da andare.
    Ogni enunciato deve comunque sempre tenere conto del contesto in cui viene formulato.
    Era il baillamme, era la festa al finire della giornata dopo i bagordi luculliani, era la necessità di starsene a pancia all’aria per ridere. Oppure per piangere. Ma l’importante era importare un po’ di buon umore, possibilmente coniugato magistralmente dopo anni di convivenza, nel senso di sposato bene.
    Ma Capo del, come cavolo si chiama, andiamo a controllare… (due secondi dopo): Si, lui.
    È proprio lui: Capo Wi Chi Pe Dia, stava solo prendendo un attimo di pausa.
    Bastò solo una sferzata di ossigeno che entrò nei polmoni vituperandoli e fracassando budella e cervella dal west a Cancello Arnone, senza trascurare il Lato Side B, riprese con ancora più enfasi e con l’argento vivo addosso che mi pareva una sarda presa all’amo appena esce dal pelo dell’acqua inquinata:
    Un sintagma nominale può a sua volta essere compreso all´interno di un sintagma verbale, sia quando questo ha forma predicativa che quando questo ha forma copulativa.
    Copulativa!
    Copulativa?
    Copulativa!?
    Copulativa, copulativa…sempre con il solito tono abbacchiato ma con la voglia di fuggire da quella battaglia ormai estenuante, malgtrado fosse davvero battaglia d’amore e coltelli tipo la carne pèer le salsicce lucaniche.
    Velox ad impetum.
    VELOX AD IMPETUM.
    Ci voleva un sarcofago di cemento armato per mantenere intatte quelle voglie di sapienza.
    Ci voleva.
    Ci voleva forse anche un gelato al pistacchio per eliminare l’arsura da discorso collegato a una lectio magistralis.
    Ma tutto ormai declinava al tempo passato.
    Si stava per volgere al termine?
    Si stava forse aspettando il colpo apoplettico o quello di genio?
    Ma man mano che il tempo passava non si avvicinava forse sempre più il momento della dipartita?
    A quel punto occorreva dare fondo a tutte le energie,. Dire tutto ciò che poteva servire e chiudere il discorso senza se e senza ma e senza neppure parentesi tonde, quadre o graffe che fossero.

    Nell’enunciato Piero e Gianni sono i miei amici di Genova, per esempio, il sintagma verbale è propriamente costituito da sono i miei amici di Genova, che è a sua volta scomponibile in un nuovo sintagma verbale (copula sono) e in un sintagma nominale, i miei amici di Genova; quest´ultimo può essere a sua volta scomposto in un sintagma nominale (i miei amici) e in uno preposizionale (di Genova).
    All’interno dei sintagmi nominali è la testa a determinare l’accordo morfologico dei suoi eventuali modificatori (il mio amico genovese – i miei amici genovesi) o di eventuali sintagmi aggettivali (p.e. i miei amici sono genovesi). Nelle lingue dal sistema flessivo ridotto, come l’inglese, i modificatori sono invariabili.
    Ma purtroppo la parentesi tonda riapparve e tratteneva nel suo senso, peggio che fosse un serpente, un segreto eterno:
    Copula “sono”!
    Copula “sono”?
    Copula “sono”!?
    Copula “sono”, copula “sono”…la eco era abbacchiata, stavolta pur sapendo che copula era e copula sarebbe rimasta, ma lo stolto recitante uomo con il bastone del comando sempre tra le mani, mentre noi stavamo sempre tra i piedi per carpirne il silenzio, i segreti, le esegesi, le rughe ormai sfatte e, come lui, forse strafatte, non eravamo ancora sazie di conoscenza, quella tanto a lungo bramata, tipo il riso adatto alla paella.
    La resa dei Conti era vicina.
    Pallavicini, curato di campagna, noto anche come “ vaso di coccio tra pezzi di ferro temprato”, cugino di Don Abbondio da “Sposi Promessi e suoceri pretermessi”, adocchiò una panca e lì finì i suoi giorni giacché: senectus ipsa est morbus.

  268. Joe Perfiumi

    Sintagma Nominale considera massima virtù non cedere nè alla paura, nè alla collera, nè al desiderio,nè alla promessa della tortura.
    Sintagma Nominale ha un’unica debolezza.
    Si agita alla presenza delle Combattive Gemelle.

    Joe Perfiumi.

  269. Joe Perfiumi

    Patata Bollente mi ha regalato una sacca ricamata Chipewa.
    Mi piace un sacco.
    Patata Bollente.

    Joe Perfiumi.

  270. alessia e michela

    Stanche, prive di energie per gli sforzi interpretativi, si immaginò che il futuro sarebbe stato roseo:
    ormai la prosa era tratta, meglio: sottratta alle spire del difficile, nozioni idiote quanto iodio dipendenti andavano bandite.

    E così si pianificarono interventi brevi, ma succulenti, nel senso di durate precoci di cibi precotti che è il vero cibo delgi dei.
    E dei totem senza tabù.

  271. Joe Perfiumi

    A sedici anni, il giovane guerriero deve procurarsi da sè il proprio scudo.
    Non è una operazione facile.
    Gancio Esitante si sta preparando all’avventura ,con uno slancio che lascia il sospetto che abbia una fionda al culo.
    Il sedicenne degli Hopi si alza di buon mattino.
    “Il buon mattino ha il cloro in bocca” lo saluta la saltabeccante nonna, strofinadogli i denti con l’impeto dell’uragano.
    “Al diavolo la poltiglia del Capitano Durbans”
    “Alito del mattino,alito da damerino”.
    Gancio Esitante s’incammina imbronciato ,ciondolando come un fagiano ferito fra le frappe, e raggiunge l’aula aperta sotto il grande faggio .
    Oggi Sedano Annoiante impartisce lezioni di scudo.
    “Primo.Andare a caccia.Uccidere con l’arco un vecchio bisonte maschio.
    Che sia maschio. Altrimenti è tutto da rifare.”
    Un giochino da ragazzi. Come spiaccicare una mosca sul tamburo da cerimonia.
    “Secondo .Trascinare il bisonte al campo. Senza sbuffare.Le donne lo squarteranno e taglieranno la parte dove il cuoio è più spesso.Il mantello sul dorso.”
    Trascinare un bisonte ? Basta immaginare che sia una fascina di arbusti secchi.
    “Terzo.Tutti i guerrieri si riuniranno in cerchio attorno a una linea tracciata sul terreno. Voi sedicenni starete al centro.Che sia chiaro.Al centro, davanti a un buco scavato nel suolo”.
    E Gancio Esitante fantastica buchi scavati in cielo.
    “Quarto.Sul buco viene fissata la pelle, con pioli o punte di freccia. Il fuoco acceso nel buco scioglie la gelatina estratta dagli zoccoli di bufalo”.
    Gelatina dagli zoccoli, vermetti dai broccoli.
    “Quinto. La gelatina viene sparsa sullo scudo per ammorbidirlo. A questo punto i presenti invocano lo Spirito del Fuoco affinchè garantisca saldezza e durata al vostro scudo.Chiaro?”.
    Gancio Esitante spalanca la bocca e poi sorride.
    Quante volte si è masturbato sotto il grande faggio?
    “Sesto.Per una settimana si lascia seccare il cuoio. Lo si decora con pitture riproducenti il totem della tribù.”
    E se non secca il cuoio, io muoio.
    “Settimo.Fissare lo scudo al braccio con una banda di pelle , larga una spanna e tinta di rosso”.
    Sedano Annoiante ha terminato la lezione fiume.
    Roba da darsela a gambe.
    Con il rischio di farsi rincorrere da Gambe di Sedano.
    Il ragazzo Hopi aggiungerà al suo capolavoro piume d’aquila e scalpi.
    E le sue incredibili storie di battaglie vinte , di lotte impari, di mazzate pari e dispari, di trionfi mai tronfi, di ululati di giubilo dalle pozze del sangue nemico ,saranno materia di limacciosi circumnaviganti racconti attorno al fuoco.
    E se proprio andrà bene , un giorno arriverà nella sua tenda un corriere delle Edizioni Scudo.
    Per il definitivo lancio del Gancio Esultante.

    Joe Perfiumi.

  272. Joe Perfiumi.

    Raggio di Sole dei Navajo si è fatta obesa.
    L’ho incrociata al campo.
    Ormai è un cerchio perfetto di lardo.
    Rischia anche di subire la cerimonia dell’umiliazione del ‘soprannome squalificante’, nell’area riservata ai dileggi.
    Raggio per Raggio per Treequattordici.

    Joe Perfiumi.

  273. Joe Perfiumi.

    Oggi è il mio compleanno.
    Sessanta primavere a cercare oro.
    Chi sarà il primo, o la prima, a farmi gli auguri?
    Per la miseria, ecco sopraggiungere Sfinge Ermetica.
    “Augh”.
    Si allontana.
    Sono quasi certo che intendesse ciò che mi aspettavo.
    “Aughuri!”.

    Joe Perfiumi.

  274. Joe Perfiumi.

    Per festeggiare il mio compleanno, Rucola Canterina si è cosparsa i capezzoli di miele.
    E immerso nello sciame delle api impazzite , non riesco più a capire di chi sia la festa.
    Mai visto tanto opportunismo su due obbiettivi teoricamente
    riservati al vecchio Joe.

    Joe Perfiumi.

  275. alessia e michela

    Sfinge Ermetica poneva interrogativi a iosa.
    Nessuno sapeva rispondere.
    Ma un bel giorno dal fogliame emerse lo sguardo di Tonuzzu Bellacosa.
    Tutto sapeva, ma non lo diceva.
    Usava annuire.
    O negare.
    Di lui si conosceva solo lo sguardo. Il resto era tinto di nero e di blu, felice di stare lassù.
    Nel blu dipinto di blu, il resto c’era, o forse no.
    Gli è che si, gli è che no, la foglia era larga e la via era ristretta come il brodo di giuggiola.

  276. alessia e michela

    Sfinge Ermetica, cachettica essenza rampante in involucro strabordante, voleva far carriera, ma senza pagare il prezzo del successo.
    Nei vari camerini di Spuma Slinguazzante si era negata più e più volte: “non so di cosa tu parli, a cosa alludi, dove sia, se davvero esista la cosa che tu invochi…”.
    Quello cercò di aiutare la sua memoria anche con i disegni.
    Ma lei si distraeva in continuazione.
    Non gli restò che chiudere il taccuino e scriverla nel libro nero; ci mise la croce sopra e la cacciò dalla porta principale.

  277. alessia e michela

    Aveva fatto i conti senza l’oste!
    Rimase intruppata, se si preferisce incastrata, tra gli stipiti.
    E lì, guarda caso, si ricordò della cosa e anche del resto.
    Sapeva per filo e per segno come nascessero i bambini; ricordò che la madre le aveva detto tutto.
    Ma ormai il dado era tratto.
    Che poteva fare per aiutare il corso degli eventi?
    Non c’era sfinge in grado di risolvere il dilemma o di porre domande suggestive che aiutassero l’individuazione della soluzione.

  278. alessia e michela

    Si divincolava, la poveretta.
    Ma dopo qualche ora l’unico risultato era stato disseminare calcinacci e gocce di sudore dappertutto.

  279. alessia e michela

    Spuma Slinguazzante, come era intuibile, si dava da fare imperterrito e impertinente.
    Le sue mani parevano otto; non si risparmiava nessun tentativo sperando di ottenere le grazie di Sfinge Ermetica.
    Gli sarebbe bastato anche un risultato ottenuto per il rotto delle cuffie.
    Si ostinò e sbatté una volta di qua e una volta dall’altra parte.
    Ma nulla! Nulla la rendeva più malleabile.
    Ostinata, resisteva quale baluardo difeso a oltranza con il vessillo della santità.

  280. alessia e michela

    Spuma Slinguazzante le studiò tutte.
    Assunse anche l’atteggiamento del Temporeggiatore, fingendosi attratto da altre faccende.
    Poi, a tradimento, sferrò il colpo finale:
    si erse ritto sulla punta dei piedi; fece appello a tutte le forze; si concentrò praticando il vuoto mentale e, finalmente, profferì le magiche parole: APRITI SESAMO.

  281. alessia e michela

    Non avrebbe dovuto farlo.
    La debacle l’attendeva.
    Le pareti della porta si aprirono e il corpo di Sfinge Ermetica, finalmente liberato, dilagò in ogni dove, sparendo lungo il canale di Suez.

  282. Joe Perfiumi.

    Posso capire che alle Combattive Gemelle non importi un fico secco del mio compleanno.
    Ma un mezzo ‘Augh’ me lo sarei comunque aspettato ,da due tipe toste come loro.
    Sostituisco le sessanta candeline della torta con sessanta candelotti di dinamite.
    Forse qualcuno si accorgerà finalmente del vecchio Joe.
    Immagino.
    Un gran botta.
    E mille brandelli di Joe, come fuochi artificiali.
    “Avete visto come è esploso il vecchio Joe?”, chiederà Padre
    Wilson Pronobis alle Combattive Gemelle.
    “Esploso? Ci è parso uno starnuto” ,risponderanno loro.
    “Era forse coperto da una scudo?” ,domanderà Padre Wilson Pronobis, benedicendo distrattamente.
    E le Combattive Gemelle non risponderanno.
    Facendosi scudo delle Scudo.
    Edizioni,quelle.
    Non stilettanti clausole assicurative firmate da un cercatore d’oro.
    Tapino e sprovveduto.

    Joe Perfiumi.

  283. alessia e michela

    Le Orlando, attardandosi lungo l’orlo, tergiversavano.
    Ma la domanda agitava le coscienze: 60?
    E che cosa sono!
    Mica esistono gli anni…
    Quello, Joe Perfiumi, la sapeva lunga e menava il can per l’aia, certe volte addirittura lo menava per l’aria, altre volte lo menava e basta.
    Cosa poteva pretendere…poteva mai pensare che quelle se la sarebbero bevuta?
    Ma iammo, ia…

  284. Joe Perfiumi.

    Segnali di fumo dai monti Jobbs.
    Mi riempio di commozione.
    Leggo, nel susseguirsi delle nuvolette ,gli auguri dei Nero Giardini.
    Molto più sensibili e raffinati dei Piedi Neri.
    “Auguri,Joe. Gli auguri più cari per i tuoi strepitosi sessanta anni”.
    Piango come un bambino.
    Poi la fatale aggiunta.
    Nei tre ultimi maledetti sbuffi di fumo.
    “Errata corrige . Strepitosi leggasi dignitosi”.
    Un compleanno da segatura negli occhi.
    Con un rinforzino di pece fra le natiche.

    Joe Perfiumi.

  285. Joe Perfiumi.

    Mica esistono gli anni…
    Ci devo riflettere.
    E potrei anche convincermene, alla fine.
    Bene, ammettendo che gli anni non esistano, andiamo al nocciolo della questione.
    Convincetemi adesso che non esistono le Combattive Gemelle.
    Mica esistono le Combattive Gemelle…
    Mi devo flettere.

    Joe Perfiumi.

  286. Joe Perfiumi.

    Tutto d’un botto mi piomba addosso Molla Virtuosa.
    “Auguri” ,mi grida nelle orecchie.
    E mi porge un pacchetto.
    Lo scarto con trepidante curiosità.
    Un libro.
    Molto bene,un libro.
    Il problema è il titolo.
    “Sospetti marginali”.
    Ma allora le Combattive Gemelle esistono.
    E insistono.
    Stasera sfoglierò la trama del nemico.

    Joe Perfiumi.

  287. Joe Perfiumi.

    Patata Bollente mi ha regalato un paio di mutandoni di buona lana.
    Li avrei preferiti di buona lena.

    Joe Perfiumi.

  288. alessia e michela

    Sul biglietto augurale qualcuno ha maldestramente scritto:
    meglio flesso che fesso o peggio ancora genuflesso…
    Questi scherzano e non sanno cosa s’anno da dire alla fine di ogni santo anno i malcapitati festeggiati quando vanno via gli invitati.
    Peggio di loro solo i menagrami…e chiaramente ognuno è libero di tastare o ferro toccare (rima forzata?).

  289. alessia e michela

    Certo meglio sanno che s’anno o s’hanno…
    e lo scrivano disse che s’adda fa pe’ campà…

  290. Joe Perfiumi.

    Non sopporto Jeff il parrucchiere.
    Odio quel suo cartello sbilenco sulla porta chiusa.
    “Non torno subito”.

    Joe Perfiumi.

  291. Joe Perfiumi.

    Fegato Dolente si è strippato trentasei uova al tegamino.
    Poi si è addormentato secco e stordito.
    Quando è spuntato il sole ,confondeva ancora il lume dell’alba.
    Albume.

    Joe Perfiumi.

  292. alessia e michela

    Al Bume, nipote di Al capone, usava andare in bianco.
    Ma non se ne duoleva, caso mai di adombrava.

  293. alessia e michela

    Al Capone e Al Manone mancava solo la parola per essere capaci di comandare che pare sia meglio di fot…fot…fotte…
    Re è la nota che più viene usata nel giro di Do.
    O no?

  294. Joe Perfiumi.

    Non sopporto Jeff il parrucchiere.
    Soprattutto quando bercia beffardamente Nano Scapigliato: “Un’altra accorciatina potrebbe risultarti fatale”.

    Joe Perfiumi.

  295. Joe Perfiumi.

    Jeff il parrucchiere ha sfasato le basette dello Sceriffo Bonny Birillo.
    Poi ha rasoiato un solco nella carotide.
    Alla fine si è perso nella sfumatura del ciuffo , prendendo una strada sbagliata.
    “Bel lavoro Jeff”, gli ha detto lo Sceriffo uscendo dal negozio.
    E’ una pasta d’uomo , Bonny Birillo.
    Anche quando gli lucidano la stella con la cartavetrata che s’usa per raschiare le resistenti squame delle carpe del fiume.

    Joe Perfiumi.

  296. alessia e michela

    Pistololen Arrugginito, spaesato, non poteva far altro che tendere la mano alla donnola che aveva sposato.
    Fondina Intruppata, spaesata, non poteva far altro che accettare la mano tesa del porcellone che aveva sposato.
    Loro figlio, Infradito Stretto, spaesato non poteva che cercare di fuggire da loro.
    Loro figlia e sorella, Menadito Sconosciuta, spaesata, non poteva far altro che cercare di fuggire da loro, prendendo una direzione opoposta a quella del fratello che, con il fagotto in spalla, se la ridacchiava sculettando in maniera accentuata.

  297. alessia e michela

    Jeff il parrucchiere, quello che aveva sfasato le basette dello Sceriffo Bonny Birillo, decise di non por tempo in mezzo: lo baciò in fronte e, a tradimento, gli sfilzò la zazzera.

  298. alessia e michela

    Jeff il parrucchiere ha sfasato le basette dello
    L’altro, lo sceriffo Bonny Birillo, che aveva appena subito da Jeff il parrucchiere la sfasatura delle basette e la sfilzatura della zazzera, sorpreso dal languido bacio, senza por tempo in mezzo, chiuse gli occhi e aprì la bocca.
    Quel che successo dopo fu schifosamente erotico…

  299. alessia e michela

    Jeff il parrucchiere ha sfasato le basette dello…
    Lo sceriffo Bonny Birillo si farebbe in quattro per lui.
    E lui, arrossato, lo farebbe volentieri a pezzi.
    Lo strumento ce l’ha: il rasoio è affilato e non ha intenzione di limitarsi al taglio dei capelli.
    La svolta horror è ormai prossima.
    Pure le fronde degli alberi torti e nodosi tremano di paura.

  300. Joe Perfiumi.

    Jeff il parrucchiere ha deciso di imprimere una svolta epocale alla sua attività.
    Resterà aperto di lunedì.
    Chiuso gli altri giorni.

    Joe Perfiumi.

  301. Joe Perfiumi.

    Si monta la testa.
    Intanto ai clienti la smonta.
    Adesso si chiama Jeff Coiffeur.
    Con taglio netto alla francese.

    Joe Perfiumi.

  302. Joe Perfiumi

    Il piccolo Smorfia Trottolante non riesce a prendere sonno.
    E mamma Blatta Che Legge gli racconta la solita tenera favola.
    “I Mandan furono quasi per intero sterminati dai Sioux, aiutati dagli Arapaho e dagli Cheyenne. E quando non vi furono più Mandan da distruggere, gli alleati del giorno prima divennero avversari. I Sioux misero a ferro e fuoco il campo degli Cheyenne e gli Arapaho massacrarono un gruppo di Sioux nella strettoia dove la cunetta segue il dosso.E gli ultimi sopravvissuti stanarono i penultimi sopravvissuti, annientandoli a colpi
    d’ascia. e quando le mosche della morte giunsero a sciami…”
    “Notte mamma”
    “Notte tesoro”.
    E morirono a lungo felici e contenti.

    Joe Perfiumi.

  303. alessia e michela

    Incubi cubici e poco civici dilagarono nelle menti di quei poveretti.
    La mosca della morte…le mosche delle morti…i morti uccisi…i morti mangiati dai vermi…i vermi divenute mosche…le mosche che iniettano uova…e lo splendido ciclo si riavvia come ogni corso e ricorso storico.
    Si tratta solo di uccidere ancora, e ancora e ancora fino a che non si intravede l’ancora della salvezza.

  304. alessia e michela

    Uccidere, il mio, il nostro, il vostro e il loro incubo.
    Ma in che senso chiese l’uomo che passava?
    Il passator cortese era forse distratto o aveva colto un sottile distinguo?
    Semplifichiamo:
    UCCIDERE IL MIO INCUBO.
    Si pretende uccidere l’incubo?
    O l’azione dell’uccidere è un incubo?

  305. alessia e michela

    Il puncutm pruriens, tuttavia, è quel MIO.
    Per questo c’è chi assume di essere contro la proprietà privata.
    Solo così si risolve il problema dell’uccidere e, di conseguenza, quello dell’incubo.
    O no?

  306. alessia e michela

    Troppi dubbi, poche certezze: questo il problema.
    Eppure tutto si poteva semplificare.
    Sarebbbe bastato cogliere il riecheggiare dell’antico paradigma degli Ermetici, quello che si intreccia con la memoria mitica di Prometeo e con la antica voce dei corifei sofoclei dell’Antigone.

  307. alessia e michela

    Facile…davvero facile. Tutto chiaro, finalmente.

  308. alessia e michela

    Non lo aveva forse detto anche Ficino, celebrando in un messaggio a Paolo di Middelburg, le mirabili egigantesche bellezze dell’arte e della scienza, vere prove della eterna e finalmente ritrovata “hominis dignitas”?

  309. alessia e michela

    A quella domanda ci fu un fuggi fuggi generale, anche i caporali e i marescialli compresi.
    Parole dure, troppo dure e contemporaneamente difficili da digerire, di prima mattina.

  310. alessia e michela

    E così un nuovo messaggio di fumo fu lasciato libero di raggiungere i cieli:
    “Lodi del nostro secolo, che è d’oro per i suoi aurei ingegni.”
    Il messaggio si intrecciava altre volute di fumo misteriosamente apparse:
    “Magnum miraculum est homo”.

  311. alessia e michela

    Ermetico?

  312. alessia e michela

    Si.

  313. alessia e michela

    Ma non c’erano limiti al peggio.
    Se ne diffuse un altro, davvero buio pesto:
    “Effettivamente, la restrizione dell’analisi critica ai profili del problema del cosiddetto umanesimo non poteva condurre altrove se non alla ovvietà storicistica della non peculiarità dell’apologia dell’uomo al pensiero rinascimentale e della non omogeneità di posizioni etiche e di classi di pensiero rinascimentale e della non omogeneità di posizioni che pensatori tra loro diversi e distanti della ancor più lontana cultura europea di quel periodo assurgevano ad alte vette fino ad assumere contorni digradanti rispetto al problema della dignità umana.”

  314. alessia e michela

    Tutti poterono capire che l’affare si ingrossava.
    Non trovarono di meglio che ingozzarsi di pannocchie di mai arrossistete a popcorn.
    Sul delizioso cibo, appena importato, a gesti furono date spiegazioni a chi ne voleva sapere di più.
    Le incognite residue furono molte e allora il capo tribù Spirito Eloquente si diede da fare con suoni onomatopeici:
    Pa pa pa pa pa pa pa pa pa pa pa pa
    Ma fu corretto dalla figlia Ortodonzista Acustica:
    “No, papi, fa: papcorn papcorn papcorn papcorn e poi: crock corck crock crock fino a che non finiscono e ti resta un certo dolore alle mascelle, se ti sei salvato dalla arsura e dai residui duri andati di traverso…”

  315. alessia e michela

    “Ho capito – disse Pentadattilo Musico – come il flauto, insomma…”

  316. alessia e michela

    Genuflessa Contessa risentì le frasi, comprendendo come non avesse capito nulla.
    E allora ci fu chi le spiegò che si parlava di MAIS ed era saltata la ESSE e che le pannocchie erano state servite arrostite…
    L’odore ancora circondava il campo e i lupi ululavano verso la luna piena.

  317. Joe Perfiumi.

    Il punctum pruriens?
    Dopo otto ore di cavalcata sotto il sole, la risposta non è difficile.

    Joe Perfiumi

  318. Joe Perfiumi.

    A proposito di Genuflessa Contessa.
    Si sussurra che sia allegra al pari della cincia.
    Se le spari una proposta ardita, mormora vaga.
    “Mais dire mais”.
    Adorabile quella crocchia sui rossi capelli.
    Crocchia pannocchia.

    Joe Perfiumi

  319. Joe Perfiumi.

    Come vi dicevo, otto ore di scavallata per andare dal maniscalco di Betchorangebutlemmonvillageonthepinkhole.
    Già quella cittadina non si presta alle visite brevi.
    Se ogni volta ti prendi la briga di leggere il suo nome sul cartello bucherellato dalle pallottole.
    E poi a Mike Forgia non devi mai mettere il pepe in coda.
    “Ciao Mike”
    “Ciao Joe”
    “Quale ferro?”
    “Quello della zampa posteriore sinistra”.
    “Guardando il tuo cavallo negli occhi o sul culo?”.
    Allora vado a bermi una birra.

    Joe Perfiumi.

  320. Joe Perfiumi.

    Bristow il barista è un deficiente nato.
    Molto noto nei dintorni.
    Quando ti lancia la caraffa di birra a fine bancone, ama fare i giochetti da bambino.
    “Ohp”,grida.
    E finge di spingere il bicchiere.
    “Ahp”,grida di nuovo.
    E ti nasconde il bicchiere nelle mensole di sotto.
    “Ehp”,rigrida.
    Riappare la birra e lui soffia sulla schiuma come il vecchio Strip sul brodo bollente.
    Deficiente di un Bristow.
    Mai che si riesca a bere una birra fredda al punto giusto.
    E poi, quando finalmente si decide a lanciarla, tu sei andato un attimo alla latrina.

    Joe Perfiumi.

  321. Joe Perfiumi.

    Torno dal maniscalco che non ha mai fretta.
    “Quanti dollari,Mike?”.
    “Fai cinque dollari. Con l’espressione di quello che me ne deve dare dieci”.
    Da venticinque anni sento la stessa battuta.
    E devo ridere, altrimenti rischio l’incudine sulla punta degli stivali.
    “Ciao Mike”
    “Ciao Joe”
    La sua voce, a trenta passi dalla sua bottega.
    “Ehi Joe ,sai che fa il vecchio Forgia?”mi grida dietro.
    “Forgia”,rispondo.
    Lui comincia a ridere di pancia.
    Si scompiscia e si china sul tavolo degli attrezzi.
    Sembra un avvoltoio caduto in un barile di strutto.
    Da venticinque anni sempre lo stesso siparietto finale.
    Cose che fanno andare in estasi gli abitudinari.

    Joe Perfiumi.

  322. alessia e michela

    E beh!, è il destino in certi saloon.
    Un pò come dire che chi va per certi mari certi pesci prende.
    Ma si può stare bene nel trambusto, in un barile buttato vilmente per il dirupo, nell’occhio del ciclone, nello stinco di un santo messo ad arrostire al solleone nel reliquario di ghisa, difeso da una lente di ingrandimento capace di concentrare i raggi del sole giusto lì.
    E poi: la puzza di latrina che permea pure quella dei rutti birrosi e della polvere da sparo: un paradiso di umori paradisiaci, appunto.

  323. alessia e michela

    E beh, il problema non c’è. Non durante, ma dopo, quando ormai sei assuefatto, drogato, di quella melma aerea e devi uscire all’aria cosiddetta aperta.
    Ti vengono i crampi allo stomaco, ti prende l’angoscia da eccessiva pulizia e ti ammali, come i tuoi microbi riuniti in colonie infinite per tutto il corpo, dal cranio, alle pubenda, ai piedi, compreso l’alluce valvo…

  324. Joe Perfiumi.

    Il tempo di dire “Benvenuti a Betchorangebutlemmonvillageonthepinkhole”è sempre stata la trappola del Sindaco Jeremy Slutmilk.
    A quel punto, la platea si è già dissolta.
    L’anno prossimo si candiderà , sempre come primo cittadino,a
    “Plit”.
    Un paesotto a cinquantotto miglia a sud est.
    Miglio più, miglio meno.
    Ma molto meglio.

    Joe Perfiumi.

  325. Joe Perfiumi.

    Alla fattoria di Jennifer Tordella carico due sacchi di farina bianca.
    Bianca la farina, bianche le fatidiche braccia di Tordella.
    E’ sempre una gioia fermarsi da lei.
    Ti offre una fetta di torta di ribes ,un bicchierone di sidro, mezzo sigaro.
    Tutto ti offre, fuorchè quello che tu veramente vorresti da lei.
    “Ciao Joe”.
    “Ciao Jennifer”.
    E le pieghe del suo gannone suonano la fisarmonica delle anche più melodiose del West.

    Joe Perfiumi.

  326. Joe Perfiumi.

    Un topino del deserto mi sbarra la strada con grinta.
    Sarà cinque centimetri, forse sei.
    Rimango stupito dal suo coraggio,dalla sua audace determinazione.
    Sfida gli zoccoli del mio cavallo.
    E balla un ultimo tip tap, prima di infilarsi nella tana.
    Sento che lo incontrerò ancora.
    Prima o topo.
    Frequentando Mike Forgia, mi si abbassa paurosamente lo spessore delle battute.
    Mike, il maniscalco scalcagnato.

    Joe Perfiumi.

  327. Joe Perfiumi.

    Incrocio Piuma Cleptomane dei Seminole all’altezza della terza rotatoria dei cactus messi a cactus.
    Per intenderci,disposti a casaccio.
    Abbozzo uno svogliato cenno di saluto.
    Gode di pessima fama.
    Dopo un paio di miglia, mi pare di avvertire scarsa resistenza nelle mie briglie.
    Cacchio.
    Mi ha rubato il cavallo.
    Sarei in braghe di tela, se non fossi a dieci miglia dal mio campo.
    Comincio a camminare di buon passo.
    Un sorso dalla borraccia.
    Cacchio.
    Mi ha rubato la borraccia.
    Alla quarta rotatoria dei cactus, una breve sosta.
    E una grattatina al puntum pruriens.
    Nella zona del cavallo basso.
    Quello che Piuma Cleptomane non ha sottratto.
    Forse anche per l’impiccio delle mie bretelle.

    Joe Perfiumi.

  328. Joe Perfiumi.

    Proverbio Seminole.
    “Quando incontri un cactus, pensa sempre che anche il cactus incontra te”.
    Una perla di saggezza.
    Cactus a parte.

    Joe Perfiumi.

  329. Joe Perfiumi.

    Alla trentesima pietra dopo la quarta rotatoria dei cactus, incrocio Dotto del Deserto.
    Simulo una certa tonicità fisica.
    “Ubi maior minor cessat” mi dice.
    Giornata da rotatorie del cactus.

    Joe Perfiumi.

  330. Joe Perfiumi.

    Giungo al campo con le membra frantumate.
    Rucola Canterina mi accoglie con materna comprensione.
    “Caro,caro vecchio Joe”.
    E poi.
    “Caro,vecchio stanco,stanco vecchio Joe”.
    Mi appiattisco nella tenda.
    Lei mi porge del succo miracoloso.
    Lo ingollo.
    “Buono.Che è?”
    “Distillato di cactus”.
    Non è giornata.
    Mi prende la febbre alta.
    “Ubi minor maior cessat”.
    “Cessat maior ubi minor”.
    “Ubi cessat maior minor”.
    Tutto, tutto mi si scompagina nella mente rovente come la caldaia di un treno.
    Rucola Canterina mi riempie di tenerezze.
    Secchiate di acqua gelata sulla fronte e sui piedi.
    Poi la folgorazione dotta.
    “Ubi maior minor cessat”.
    E perdo i sensi.

    Joe Perfiumi.

  331. alessia e michela

    Incrociorono Piuma Cleptomane dei Seminole all’altezza della terza rotatoria dei cactus messi a cactus.
    Per intendersi,disposti sempre a casaccio.
    Abbozzarono uno svogliato cenno di saluto.
    Godeva di pessima fama.
    Dopo un paio di miglia, le due si tenevano strette le mutande: dal manifesto su cui campeggiava la scritta WANTED c’era il volto dle bellimbusto.
    Ormai gli sceriffi della zona gli davano la caccia e sarebbe stato il caso di farlo prigioniero, vivo o morto contava poco, e rimpinguare un poco le casse ché ormai piatto piangeva che pareva il topo ormai finito con ole zampe sulla paina.

  332. Joe Perfiumi.

    Mi riprendo dagli incubi del dormiveglia.
    “Dove sono le due che si tenevano strette le mutande?” , chiedo
    a Rucola Canterina.
    Un ceffone.
    Altre due sberle pesanti.
    Riperdo i sensi.
    Ripiombo nei raptus da cactus.

    Joe Perfiumi.

  333. alessia e michela

    Le due, che da un antico brocardo latino avevano appreso che “O la borsa o la vita” era un eufemismo, si attivarono e lo usarono con Piuma Cleptomane dei Seminole, che avevano incrociato a un quadrivio, all’altezza della terza rotatoria dei cactus messi a cactus.
    Per intendersi, disposti ancora e sempre a casaccio.
    Avevano abbozzato uno svogliato cenno di saluto, come tutti ricorderanno.

  334. alessia e michela

    E quello che prima godeva di pessima fama, adesso tremava come una foglia, essendo sotto minaccia dei due ferrovecchi delle due ormai fattesi baldanzose, pronte a cantar vittoria ocn le dita a V.

  335. alessia e michela

    Fu un attimo solo, forse in un battibaleno, mentre le due si guardavano negli occhi quasi per dirsi “Lo vedi che era facile, a questo gliela facciamo fare sotto”; tutto accadde, si, nel fatidico attimo: quando si girarono non c’era già più.
    Uccel di bosco, dunque, e, per giunta, le due si ritrovarono senza più le mutande (in quanto bisogna mutarle spesso) che ancora non esistevano gli slip e quelle altre diavolerie…come si chiamano…i perizoma, che forse sarebbe stato più difficile sottrarre anche se sono meno contenitivi.

  336. Joe Perfiumi

    Se chiedo a Rucola Canterina delle due che si ritrovarono senza più le mutande, la fanciulla mi smazzola con il batticarne.
    A furia di riperdere i sensi, non vorrei ritrovarmi in una vera situazione del cactus.
    A proposito.
    Il batticarne funge anche da batticorna.
    A seconda dei casi.
    E nel mio caso, sono casi amari.

    Joe Perfiumi

  337. alessia e michela

    Nel west si usano poco certi accessori, anche se sono giunti i mutandoni, quelli indossati dalle ballerine da saloon.
    Lì non si può evitare di farlo per via delle porte basculanti che seminano vento e raccolgono tempesta.
    Oltre alle loro gambe ben più che basculanti, scalcianti o pronte alla spaccata, le mutandone devono difendere pubenda e natiche selvatiche da sguardi abituati al buio delle miniere.

  338. Joe Perfiumi

    Cane Chichimeco ha finito le due pietre da macina.
    Dieci anni di lavoro.
    C’è un momento di commozione.
    “E’ stato un lavoro eterno. Come scalare il monte degli dei”, sussurra,quasi latrando, Cane Chichimeco.
    “E perchè due pietre da macina?” gli chiedo, giusto per soddisfare una mia curiosità secondaria.
    “Non saprei.All’inizio doveva essere una”, risponde lui, spossato.
    “E chi te le ha commissionate?”gli richiedo, giusto per soddisfare una mia curiosità primaria.
    Un infinito patetico silenzio.
    Cane Chichimeco osserva le macine.
    Osserva me.
    Scruta le nubi alte.
    Scruta le sue mani massacrate dal durissimo lavoro.
    “Non ricordo.Sono passati troppi anni”, risponde.
    Afferra una punta di freccia e la porta alla tempia.

    Joe Perfiumi.

  339. alessia e michela

    Pece Bollente se ne stava a macerarsi, tra le tenebre.
    Agguattata, come un puma pronto al salto fatale sulla preda già buttatasi a pancia all’aria, pronta a farsi mangiare.
    Lo sguardo si fece repentinamente più volitivo.
    Eppure lì, tra quelle stesse ombre, aveva pianto lacrime copiose e amare, leggendo parole d’amore.
    Amore!
    Quante rime con il cuore!
    Amore…e che storie del cavolo!, si era detto.
    Corri di qua, corri di la, vai Perfiumi, sempre con le solite trote dall’occhio di pesce lesso; vai per monti, tra lepri, bisonti, cinghialotti, uccelli, alci cornuti, bestie di ogni foggia, a volte rasentando i bari, con o senza mammelle, cuccioli allattati alla rinfusa, senza rispetto alcuno delle specie, ormai confuse e poco circospetti; vai per pianure, tra insidie di animali striscianti, sibili, giravolte improvvise…
    meglio leggere, si era detto, meglio leggere che pesanti? o Leggere come voce del verbo che allude alle parole?
    Si arrese all’evidenza.
    Si attardò a leggere una assoluta novità: PARIS AT FIRE che era il sequel rocambolesco di una famosa poesia.
    Se fosse nata quelche tempo dopo l’avrebbe letta qui:
    http://www.zazoom.it/blog_rsc/post.asp?id=279
    ma lei non poteva farlo!
    Delegò Joe Perfiumi e attese le sue considerazioni.

  340. alessia e michela

    Paris At Fire…por
    oh! che croce, che mi tocca fare, pensò Joe Perfiumi portando la mano alla fronte dolente, e cliccò:
    http://www.zazoom.it/blog_rsc/post.asp?id=279

  341. Joe Perfiumi.

    Ho cliccato.
    Con una certa circospezione.
    Poi ho letto.
    Con crescente circospezione.
    Tre micce tre.
    Numero perfetto.
    Con montante deflagrazione.

    Joe Perfiumi

  342. alessia e michela

    Il malfidato Joe Perfiumi aveva riunito i capi di tutte le tribù.
    Il consiglio di guerra aveva espresso un parere stoico:
    MUOIA SANSONE CON TUTTI I FILISTEI!
    Altri, di nascosto, orecchiando, fecero scongiuri; qualcuno si sbracò addirittura.
    Altri ancora, sentendosi sulla stessa barca, non sapevano a quali santi votarsi.
    Tuttavia, giacché il diavolo non è mai così nero come lo si dipinge, e giacché non tutti i mali vengono per nuocere, dovendo passare la nottata, si misero a giocare a dadi.
    Anche il loro dio, Manitù, unico dio a farlo (Einstein lo aveva detto: Dio non gioca a dadi), aveva provato a tentare la sorte.
    E fu lì che cascò l’asino: ogni volta che tirava i dadi Mano Lesta uscivano sempre tutti e solo facciate con il numero 6.
    Manitù si incavolò: Sempre sei…sei…sei…sei…
    ma tu sei proprio un rot…ehm… un fortunato! E che hai dormito con un prete stanotte?

  343. Giusy Pandora

    Nutro qualche dubbio sul fatto che Dio non giochi ai dadi.
    Partendo da un presupposto.
    Io gioco da Dio.

    Joe Perfiumi.

  344. Joe Perfiumi

    Nella torrida estate egli giunse sulle rive del Monongahela dove convocò tutti gli Indiani della regione.
    O meglio.
    Tutti quelli della regione che avevano ragione.
    Gli Shawnee,i Mingo,i Mahican, i Papaia.
    “Fratelli,per troppo tempo lo Spirito Malvagio ha agito tra noi. L’ascia di
    guerra è seppellita. Non cerchiamo di dissotterrarla per riaprire le nostre cicatrici.Per quali altri motivi combattere?”.
    Sul Monongahela planò un fenicottero rosa della piccola famiglia dei fenicotteri azzurri.
    “Ecco il segno”, egli gridò.
    Ora devo fare un grosso sforzo di memoria per ricordarmi il nome di ‘Egli’.
    A volte, i nomi fuggono come pesci dalla rete smagliata.
    Beh, prima o poi mi verrà in mente.
    Mi suona come Chiodo Di Garofano..o forse Chioma Di Ceravolo..o forse
    Chiosco Di Rafano…o forse Ciospo Di Sarcofaco.
    Cavolo,si sono freddati i fagioli.

    Joe Perfiumi.

  345. Joe Perfiumi

    Ora,a fagioli riscaldati, mi sovviene.
    Chioccia Di Zafferano.
    Notte,figlioli.
    Nell’incerto silenzio dei fagioli.

    Joe Perfiumi

  346. Joe Perfiumi

    La costellazione delle Combattive Gemelle è più luminosa del solito.
    Intimorisce quasi tutta una parte di cielo.
    Una stella cadente.
    Una stella scadente.
    Una stella imminente.
    Una stella splendente.
    Una stella sporgente.
    Una stella fremente.
    Una stella dormiente….
    Molto più divertente che contare pecore.

    Joe Perfiumi.

  347. alessia e michela

    Stella cadente
    mano perdente
    umore penzolante
    nera notte
    nero umore
    nera anche la pianta di dentecane
    in parola sola:
    NOIR

  348. alessia e michela

    Così come il sole c’è sempre oltre le nuvole, nella notte facevano capolino animali e altri fiori.
    Le betulle stavano a guardare; l’aro arrossiva; la nepetella attirava i gatti che la conoscevano come erba gattaia; le belle di notte non si contavano e c’erano, ve ne erano a bizzeffe, anche del genere profumate; i girasoli battevano la fiacca e molte di loro erano intonse, nel senso che non si erano ancora dischiuse (termine preferito ad “aperte” che è ben più volgare);

  349. alessia e michela

    I cavalli non dovevano muovere la coda: le loro mosche dormivano.

  350. alessia e michela

    Le zanzare tse-tse, che a digiuno non riuscivano a prendere sonno, per vincere i crampi allo stomaco e consegnarsi a Morfeo, si automordevano. Così potevano far sogni d’oro e russare, sino a mattino inoltrato.

  351. alessia e michela

    Qualcosa stava per accadere, ma nessuno lo sapeva.
    Pertanto nessuno tremava, malgrado qualcuno tramasse.

  352. alessia e michela

    In girum imus nocte et consumimur igni
    (“Andiamo in giro durante la notte e veniamo consumati dal fuoco”)…qualcuno lo cantava a gesti, ripetendo ciò che leggeva nella mente. Ciò consentiva di non lasciarsi scoprire.
    Ma cosa significasse davvero era un mistero.
    La soluzione era almeno duplice (non poteva essere altrimenti): la frase si riferiva sia alle falene, notoriamente attratte dalla fiamma, tanto da restarne bruciate, che alle torce.
    E qui ci sarebbe da porre altre domande: le torce? Ma di chi? Accese come?
    Non si può che immaginare un panorama notturno fatto di falò e indiani pronti ad assaltare baracche di legno e fortini malmessi.
    E come farlo se non con le torce?
    E le la ronde notturne dove le mettiamo? Come si muovono nel buio se non con le torce, anche quando ogni moglie è meglio sia del proprio paese, anche se poi la si tradisce e nottetempo, illuminando la strada sassosa con la torcia, e i panni sporchi vanno lavati in famiglia, anche se al buio o alla fioca luce delle torce. Appunto.
    Oh!
    Adesso i conti tornano: torce a iosa dappertutto; buio rischiarato.
    E finalmente LUCE FU anche per gli specialisti di kung fu.

  353. Joe Perfiumi

    Torce a iosa dappertutto.
    Qui finisce a torce in faccia.

    Joe Perfiumi.

  354. Joe Perfiumi

    Quel perdigiorno di Polso Frantumato.
    Ha trascorso la mattinata a perpetrare stupidi pesci d’aprile a destra e a manca.
    Ha legato le code dei miei due asini che brucavano a chiappe contrapposte.
    Annodandole con il famigerato nodo dell’indiano che ha vissuto da marinaio.
    Ora gli asini ragliano a tutto fiato.
    Sono spazientiti.
    Si dimenano contorti, si intrecciano, intersecano il loro smarrito equilibrio.
    E ragliano.
    Alla fine deragliano nel verzume.
    I pesci di Polso Frantumato sono la quintessenza della stupidità.

    Joe Perfiumi.

  355. Joe Perfiumi

    Polso Frantumato?
    Di nome.
    Di fatto.

    Joe Perfiumi.

  356. Joe Perfiumi

    A sgarbugliare le code dei miei due asini deragliati, è arrivato un fenomeno da baraccone.
    Mente Eccelsa, degli Yowa.
    Dopo aver studiato e ristudiato il caso , ponderando i pro e i contro, è passato all’azione.
    Ora le code sono libere come il vento nel deserto.
    Resta un nuovo problema.
    Quello delle orecchie annodate.

    Joe Perfiumi.

  357. Joe Perfiumi

    Mente Eccelsa, preso dalla foga, ha incasinato la situazione delle
    orecchie annodate dei miei due asini.
    Annodando anche le sue.
    Ora sono un tutt’uno.
    Due con la coda vera, uno con la coda di paglia.
    Mi riesce difficile distinguere Mente Eccelsa nel coagulo di orecchie,zampe,dentoni scoperti e peli grigiastri.
    Intanto Polso Frantumato urla al mondo il suo dolore.
    Per il polso che gli ho da poco triturato.
    Pesce d’aprile chiama pesce d’aprile.
    E Mente Eccelsa , da buon asino, sta ragionando sul pregevole enigma del suo inghippo.

    Joe Perfiumi.

  358. Joe Perfiumi

    I miei due asini, preso atto della congenita inettitudine di Mente Eccelsa, hanno risolto la faccenda delle orecchie annodate,usando tatto e buona tattica.
    Ora tutto è risolto.
    Anche se Mente Eccelsa, brutalmente staccato dai quadrupedi, prova un insolito senso di nostalgia.
    E che riesca a provare un senso, forse significa che pure lui ha un senso.

    Joe Perfiumi.

  359. alessia e michela

    La Tribù degli Ubù Taglianti, affini a quella degli Ubù Raglianti, maestri nel comporre le frattura scomposte, procedevano lungo la via della Seggenza Infinita a suon di ragliate e prudenza.
    Sabbie mobili? Belve feroci? Tagliole? Trappole di trapper? Pistolettate? Cannonate? Cannonau? Vitigni etnici autoctoni? Indigeni belligeranti? Orecchie degli Uroni tese a contrappesi e argani? Scimmie genuflesse onaniste? Monaci tibetani cugini di Franco Battiato? Incroci maldestri di porci asiatici? Spilungoni raccogli fichi? Fioche luci nottune? Vacui desideri stellari? Immobili circensi? Anastatici ramati? Rane mute, intente a rubare rame? Stelle e orse minori? Stele dell’Orsa Maggiore?
    Yuppy du, du du du four? Coriolani e uppercut? Colpi bassi? Colpi a vuoto? Un colpo alla botte e uno al cerchio? Cerbottane fesse? Fesa di tacchini unghiati? Saltio spazio temporali?

  360. alessia e michela

    Ma il cielo?
    Il cielo che fa?

  361. alessia e michela

    “Ma il cielo – fece Madre Eterna – è sempre più blu”.
    La eco disse: “blu, blu il cielo è blu se ci 6 tu”.

  362. Joe Perfiumi

    E’ vero.
    Il cielo è sempre più blu.
    Ma stamattina, cielo,osservo la mia pancia.
    Sempre più giù.
    Da oggi,dieta rigida.
    Rucola Canterina e acqua di sorgente.
    Rucola tre volte al dì.
    Il mio flacido grassume ribelle si levigherà come un sasso sotto la cascata.
    Rucola tre volte al dì.
    E se avrò occhiaie,non avrò più pancia.

    Joe Perfiumi.

  363. Joe Perfiumi

    E ora che i miei occhi hanno visto una scimmia genuflessa onanista ,ora posso accomodare le mie stanche membra sopra la soffice coltre d’erba che cresce , lussureggiante come i capezzoli di Rucola Canterina, sotto il salice piangente.
    La scimmia genuflessa è sulla riva del fiume.
    Si sdoppia.
    Genuflessa e riflessa.
    Non riesco a comprendere con esattezza cosa stia facendo.
    Forse gioca con le sue carte.
    Al solitario.

    Joe Perfiumi.

  364. Joe Perfiumi

    Dalla beata postazione del salice piangente, vedo cose che voi umani mai potrete osservare.
    Suppongo.
    Quei due spilungoni raccogli fichi sono uno spasso.
    I fichi sono fioroni.
    E gli spilungoni li raccolgono, con delicate movenze, stando carponi.
    Fichi fioroni nani.
    Con le foglie di un verde sublime, in pompa magna.
    Un verde fichissimo.
    Ma il verde lega.
    Non è poi così facile abbinarlo alla mia camicia a quadrettoni gialli e rossi.
    Quadrettoni.
    Diventano rettangoloni, nei pressi della pancia.
    Osservo il canestro colmo di fichi.
    Uno spettacolo della natura.

    Joe Perfiumi.

  365. Joe Perfiumi

    Un gran rumore di ferraglia.
    Grida,insulti,parole sconvenienti.
    Un abbozzo di colluttazione.
    Spintoni, manate.
    Calcetti in culo.
    Ancora pesanti considerazioni offensive.
    Non c’è l’ombra di una constatazione amichevole.
    I soliti incroci maldestri di porci asiatici?

    Joe Perfiumi

  366. Joe Perfiumi

    Un monaco tibetano cugino di Franco Battiato mi si avvicina ,con il passo tipico del monaco tibetano che risulta ,non per espiazione, cugino di Franco Battiato.
    Mi chiede una manciata di noci.
    “Non ne ho”, gli rispondo con voce educata.
    “A me risulta che tu ne abbia”, dice il monaco .
    E’ molto anziano, e sbava come un San Bernardo.
    Le sue labbra sono un anfiteatro di bava.
    Monaco di baviera.
    Si allontana, deluso come un fiocco di neve sulla piastra delle salamelle.
    Anche se vedo cose che voi umani mai potrete osservare, comincio a provare una vaga sensazione di scuotimento di maroni.
    Mi alzo e saluto il salice piangente.
    Sulla via del ritorno, un orecchio di Urone appeso a un contrappeso.
    In genere, è un segnale di precedenza.
    Devono essere passati quelli della manutenzione sentieri.
    Avevo ragione.
    Mi attraversa la strada , a velocità maledetta, una famiglia di nove puzzole.
    Un passaggio inopinato.
    Imprevedibile.
    Senza quel benedetto segnale di pericolo, ora sarei carne da polpette ,frammista a lacerti puzzolenti di puzzole.
    Ho la sensazione che le Combattive Gemelle non mi vogliano poi così male.
    Ma è la sensazione di un attimo.
    E cosa è poi un attimo, di fronte a un otre di dieci litri di melassa?
    L’otre dell’oste di Orte.
    Quello fuori corte.
    La corte delle porte smorte.
    Non una che sia verniciata di vermiglio.

    Joe Perfiumi.

  367. Joe Perfiumi

    C’è una poesia Papago che Rucola Canterina recita spesso.
    Oddio,spesso.
    Sempre.
    Il titolo è ‘ Pegno d’amore’.
    Di primo acchito, sulle ali di una percezione resinosa,mi era parso di capire ‘Pigna d’amore’.
    Ma il titolo è’Pegno d’amore’.
    Certo che la pigna manca.
    Più boschiva, meno impegnativa.
    Tant’è.
    I versi suonano così.
    “Ti piacerebbero ,amore,
    dei fiori di bisnaga
    per legarti i capelli?
    Io li raccoglierò
    per te.
    Cosa vuoi che siano
    le spine di bisnaga,
    per uno cui amore
    ha inflitto una spina così acuta
    nel cuore?”.
    Qui subentra un grosso problema.
    Ignoro come siano i fiori di bisnaga.
    Ignoro dove siano i fiori di bisnaga.
    Mai visto spine di bisnaga.
    Mai provato lo spillo di una spina di bisnaga.
    Sono troppo orgoglioso per chiedere a Rucola Canterina dettagli sui fiori di bisnaga.
    Non tollero che una sdolcinata poesia Papago porti allo scoperto le mie lacune botaniche.
    Sono nervoso.
    E se qualcuno mi porgesse ora un fiore di bisnaga, glielo farei mangiare.
    E poi quel qualcuno, proprio per irritarmi, arriverebbe a dirmi “Ottimo il fiore di bisnaga. Bis”.
    Sono nelle fauci del drago.
    Per una manciata di strofette Papago.
    Dove risulta così facile la rima volgare.
    Come picchiare un bambino con la lenza al fiume.
    Vi ho mai raccontato di quando ho picchiato quel bambino con la lenza al fiume?
    Beh, avevo delle ottime ragioni.
    Ma ora è l’ora di pranzo.
    Cervo alla rusticana in salsa piccante.

    Joe Perfiumi.

  368. Joe Perfiumi

    Derrata corrige.
    Cervo alla rusticana in salsa piccantissima.

    Joe Perfiumi.

  369. Joe Perfiumi

    I Tewa,appartenenti al gruppo del Rio Grande del New Mexico, comprendono ,tra gli altri,i Nambe, i Tesuque e i Pojoaque.
    Nambe significa “Terra”.
    Tesuque significa “Luogo stretto”.
    Pojoaque significa “Bevi acqua”.
    Queste piccole nozioni ho appreso oggi da Volpino Accodato dei Tewa.
    Naturalmente gli ho posto anche la domanda più importante.
    “Che significa Tewa?”.
    “Tewa significa il piccolo popolo che significa”, mi ha risposto.
    Pronfondità dei Tewa.
    Volpino Accodato ha preferito il te al caffè.
    Avrei dovuto capirlo per conto mio.
    Era l’ora del Tewa.

    Joe Perfiumi.

  370. Joe Perfiumi

    Prima che ripartisse verso una zona semidesertica dell’Arizona, per salutare un lontano parente morente, ho preso coraggio.
    “Volpino Accodato, perchè ti hanno chiamato Accodato?”,gli ho chiesto.
    “Mi hanno chiamato Volpino per la mia piccola astuzia”, ha risposto, dopo qualche minuto.
    In quanti glielo avranno domandato, sino ad oggi?
    Tutti senza risposta.
    Tutti accodati, con il loro irrisolto punto interrogativo.

    Joe Perfiumi.

  371. Joe Perfiumi

    E’ salito sulla groppa del suo cavallo come se portasse ali ai piedi.
    “Splendido è il mio cavallo,
    la sua coda è una nuvola nera,
    e il suo manto è come aria di pioggia
    sospesa nell’aria.
    I suoi zoccoli sono agate nere,
    dure e striate,
    come il vento ha i garretti,
    e come i sacri venti
    mi porta su infiniti sentieri”.
    Ha recitato quasi urlando, levando la lancia al cielo.
    Ero così colmo di emozione da non trovare parole.
    “E’ una lode sperticata al cavallo. Il poeta è Volpino Accordato, dei Codacoda”, mi ha spiegato.
    “E perchè lo hanno chiamato Accordato?”
    Ci sono cascato come l’allocco di Padre Jefferson :”Lo hanno chiamato Volpino per la sua piccola astuzia”.
    Addio, saggio e circospetto Volpino Accodato.
    E attento al tuo lontano parente morente.
    Parente serpente.

    Joe Perfiumi.

  372. alessia e michela

    Il codazzo si enfiava a dismisura come la gengiva di Gengis Kan None.
    Incontinente Liquido sonnecchiava.
    Quadrupe Errante pisciava camminando, essendo incapace di arrestare la folle corsa.
    Tic e tocchete sshhhhhhhhh faceva, più o meno, il suono orchestrato malamente nella notte buia e tempostosa.
    Ogni domanda cadeva nel vuoto assoluto, i bollenti spiriti si raffreddano a meno 243 gradi centigradi, l’acqua bolliva per la ribollita.
    Prezzo Eqo osservava gli equini al pascolo silenzioso.
    800 scimmie genuflesse onaniste smanacciavano l’ombra di se stesse.
    Cane Pastore Diocesano gemeva a ogni tuono fragoroso.
    Fragranze di fragole fradicie si espandevano fra lì e là.

  373. Joe Perfiumi

    Circa i guerrieri Tewa, ho saputo solo dopo della loro mitica vittoria sui
    molli e dissoluti Waferwafer.
    Sbriciolati come una zolla che non conosce pioggia.
    Nel canalone del canyon Yes we can.
    Tutti sbriciolati.
    Inzuppati nel sangue.
    I Waferwafer.
    All’ora del Tewa.
    Alle cinque del pomeriggio.

    Joe Perfiumi.

  374. Joe Perfiumi

    Lancio il solito bastoncino contorto e Cane Pastore Diocesano corre, come un fulmine sghembo, a recuperarlo.
    Me lo riporta tutto contento.
    In un amen.

    Joe Perfiumi

  375. alessia e michela

    Orticello Agreste e Squallida Casa progettavano il futuro contando con le dita delle mani le pecore in loro possesso.
    Le chiamarono per nome, evitando di sbagliare:
    Pecunia I
    Pecunia II
    Pecunia III
    Pecunia IV
    Pecunia V
    alla Pecunia XVII
    che porta sfortuna, solitamente, se non avevano ancora errato il calcoo stavano per farlo:
    Pecunia XIX…
    e si ricominciava nuovamente, senza mai raggiungere l’obiettivo giacché si addormentavano di colpo entrambi.
    A mattino, con la mente fresca, presero la decisione:
    facciamo un baratto con Porco Spino e Corda Spezzata.
    Questi ci avevano già provato a rifilargli l’asino vecchio e otto galli in quaratena, invece di Tonno Sonante, ad esempio, e Tigre Ruggente, i figli capaci di potare, raccogliere fichi, mangiare a sbafo e pure a tradimento.

  376. Joe Perfiumi

    Ho riconsegnato una pecora tremante a Squallida Casa.
    “Qui le pecore sono di casa”, ha ringhiato , secca e scortese.
    E poi ha ricominciato a inveire nei confronti della diroccata nonna.
    Casa Chiusa.

    Joe Perfiumi.

  377. alessia e michela

    Il colpo di genio, ovviamente, venne proprio a quei due, Tonno Sonante e Tigre Ruggente, i figli capaci di potare, raccogliere fichi, mangiare a sbafo e pure a tradimento, che proposero:
    giochiamocela a cena: chi si stanca prima cede il patrimonio agli altri.
    In coro i genitori e gli altri risposero: Ma chi cucinerà?
    Ci pensiamo noi, dissero, dandosi colpi potenti sul petto, voi andate a dormire.
    Vis veglieremo quando tutto sarà pronto.
    Inutile dirlo, lo si sarà capito, uccisero tutti gli animali.
    Furono serviti secondo i dettami della nouvelle cousin, cugina di Cous Cous, e vicina di Patate Novelle.
    Come finì va sintetizzato:
    a tarallucci e vino.

  378. alessia e michela

    La diatriba e il pranzo luculliano furono osservati da Etnico Orgoglio e Pregiudizio Remoto Lontano Futuro, noto anche come PRLF.
    Quando qualcuno lo chiama così, con il cosiddetto acronomi tra la lingua: PRLF, non mancava mai chi si girasse e sbottasse in uno stentoreo: A me?
    E stavolta, ogni volta, ogni qualvolta, sempre insomma, finiva a corse all’impazzata e calci in culo a raffica.

  379. Joe Perfiumi

    Tonno Sonante sarà anche capace di potare.
    Ma vive la sindrome della scatola con la chiavetta.
    Chiedetelo a Momo Nostromo.

    Joe Perfiumi.

  380. alessia e michela

    Più volte il barbiere di tribù, notoriamente ritenuto Giudice Equo e imparziale, di nome Rurale Ruspante Bilancino, fu chiamato a decidere la somma dovuta per i danni arrecati e, di contro, ricevuti.
    Seppue ogni tanto, come risulta dalla raccolta di sentenza degli ultimi trenta anni, non sono mancati gli errori clamorosi in cui ha confuso petitum con causa petendi e debito con credito e pecunia con pectina.

  381. Joe Perfiumi

    “PRLF” , sibila Caprasecca Senzavocali.
    “PRLF”, risibila Caprasecca.
    Poi si ribalta, sul dosso delle more spuntate.
    “FLRP”,sibila Caprasecca Senzavocali.
    Forse chiede aiuto, forse si esercita sulle varianti del caso.

    Joe Perfiumi.

  382. alessia e michela

    Il giovane Marcia Indietro lesse e rilesse un messaggio anastatico rilevando errori a iosa, peggio della farfalla che sulla brace si posa e della torcia che il ghiaccio sposa.
    Seppue…raccolta di sentenza…
    a furia di imbattersi in parole non difettive di plurale così malamente storpiate decise di andare a farsi benedire.
    Don Abbondante Trippa lo fece.
    O la fece?
    Insomma: la benedione lo fece la fece?
    In vece mia o tua invece di farlo in prima persona?

  383. Joe Perfiumi

    “POROLOF”, sibila Caprasecca.
    Dopo la variazione anagrafica.
    Caprasecca Senzacavoli.

    Joe Perfiumi

  384. Joe Perfiumi

    Temo che Don Abbondante Trippa non lo fece ma la fece.
    Dietro il valloncello delle farfalle che svolazzano ,c’è una nuova montagnola.
    Gioia e delizia delle mosche.
    Quel Trippa ha facoltà smisurate di deiezione.
    Trippa Truppa.
    Intanto osservo una farfalla a pendaglio.
    Un timone pesante, vergante, e due ali a conguaglio che sembrano palle di fioriture rimuginate.
    Cavoli.
    Un farfallo.
    Speriamo non lo veda Rucola Canterina.
    Che poi se lava piegata a fiume…

    Joe Perfiumi

  385. alessia e michela

    Ma l’acqua, per fortuna, non è mai la stessa…
    certo, quelloche si lava a valle di Rucola Canterina se ne va in gloria ogni volta.
    Si narra ancora della occasione in cui tra fumi di deiezioni già ribollenti e sordide sciacquate a monte, respirò a fondo e levitò.
    Tutti lo videro alzarsi all’altezza della cima degli alberi, diretto verso una zona ignota dell’aere.

  386. alessia e michela

    Coscienza Risvegliata se ne stava seduta: aspettava che i nemici passassero, ormai morti, sui flutti dell’acqua torbida.
    Ongi tanto sospirava, avendo avuto notizia della fine che aveva fatto l’eroico respiratore di effluvi corporei.

    Conoscenza Dimenticata, invece, tramava ma non sapeva perché lo facesse e contro chi stesse affilando le armi adatte a una buona mira.
    E ci parlava pure!
    Mira arma, arma mira, mira arma, arma, mira…
    ogni tanto si confondeva e sparava qualche successione di:
    rima amir, amri irma, iarm mrai, raim riam e qui si fermava:
    RAIM IAMR RAIM IAMR e finalmente qualcosa assurgeva alla coscienza: ne aveva bevuto di RAIM, noto vino proveniente da una isola lontana, la Sardegna, pare si chiamasse…
    Il solo ricordo lo inebriava.
    Ricordava anche le visioni, giurando e spergiurando di aver davvero visto materializzare corpi di quel genere: figura esasperate, visioni di corpi sbugiardati, perifrasati, coniugati anch’essi malamente, corpi e copri corpi con lembi di carne lambiccata!

  387. alessia e michela

    Decise che andava compiuta un aoperaizone culturale, artistica e quindi artisticamente divulgata.
    ARTISTICAMENTE…
    lo ripetette ad libitum e si accors eche era una parola menzognera:
    ARTISTICA MENTE!
    Perbacco, esclamo, se mente anche l’Artistica che farà la bugiardistica?
    Cercò qualcosa di meglio e si rifugiò in un
    ARTEMENTE

  388. alessia e michela

    Usò la fantasia scrivendolo nel fango:
    ArTmEnte
    aRtMeNtE
    ArtMentE
    artementE
    Artemente
    e finalmente trovò quella più logica
    ArteMente!

  389. alessia e michela

    La lettura ipnotica del nome trasportò la sua mente nel futuro.
    Si ritrovò davanti a un video e a una tastiera: GOOGLE c’era scritto in una specie di finestra.

  390. alessia e michela

    Tentò 899 volte di scriverci ciò che ormai appariva essere l’ineliminabile specchio, la cartina di tornasole, l’unico modo per aprire una finestra nel futuro, nel presente, nel passato, dentro sé stesso per vedere dentro gli altri e fuggira, caso mai, gambe in spalla.
    O restare, a bocca aperta ad ammirare.
    Ma cosa?

  391. alessia e michela

    Fuggire…
    si ormai occorreva fuggire dall’ESASPERANTISMO,
    DAL BIDONISMO
    apatico, efebico, pernicioso.
    Carne, ci voleva, carne umana.
    Anche i sogni, gli incubi, le padelle nella brace, i cavilli, i manrovesci, i dritti, gli ignudi…
    tutti dovevano venire, o andare , se ci stesse meglio, a rendere il conto.
    E giustizia stava per essere resa!

  392. alessia e michela

    Lo scrisse, dunque, quel robusto significato ArteMente.
    E se, invece, avesse detto la verità?
    Aveva una paura fottura.
    Teneva gli occhi chiusi mentre il trabiccolo cercava chissà cosa nel web.

  393. alessia e michela

    Li aprì
    E si trovò davanti a una specie di formula magica.
    Provò a leggerla invano, sbagliando una serie mostruosa di volte.

    Ovviamente non sapeva che farsene di quei segni strani.
    Ma, così, alla stessa maniera con cui si era materializzata, sparì quando chissà come ci cliccò, senza neppure sapere che significasse cliccare.

  394. alessia e michela

    Si era fatta la folla intorno; c’erano tutti, anche le scimmie onaniste genuflesse che, data la pratica non copulatoria, erano leggermente diminuite. Le contò:
    erano 855.
    Se ne stavano tutti a occhi aperti a osservare quella specie di magia.
    C’era questa formula:
    http://michelemarciello.blogspot.com/search/label/opere

  395. alessia e michela

    Poi sparì e comparvero cose inenarrabili tra mille OH!
    di spavento, gioia, ilare curiosità.
    Qualcuno nascose gli occhi dietro una mano e spiò.
    Altri girarono i tacchi per fuggire ma rimasero prigionieri del terreno.
    Tornarono a guardare e non staccarono più gli occhi da ciò videro.
    Non ne erano mai sazi!

  396. Joe Perfiumi

    Naso Rosso è felice come il cucù di Manitù.
    Ieri ha superato l’esame di sommelier a pieni vuoti.

    Joe Perfiumi

  397. Joe Perfiumi

    Sono i misteri del cibo.
    Davanti a questa fumante zuffa di verdura, non riesco a spiegarmi tutto il livore delle carote nei confronti dei fagioli che si danno simpaticamente un pò di arie.
    Affondo il cucchiaio e penso a Naso Rosso.
    Una vita di intensi sacrifici.
    Certo che azzeccare ,a occhi bendati e con la molletta al naso, il vino più enigmatico della gara ,può essere considerato il capolavoro della sua carriera.
    Vino enigmatico ma eccellente.
    Me ne ha regalata una bottiglia.
    Adesso lo perizio.
    Sfizioso,armonico.
    Poco lazo, non lega la lingua.
    Un capolavoro l’etichetta.
    “Ovest,ovest,ovest”:
    Di un tale viticoltore Muflone da Montefiascone.

    Joe Perfiumi.

  398. Joe Perfiumi

    Naso Rosso ha coronato il sogno della sua vita.
    Ha aperto un’enoteca.
    Solo vini barricati.
    Pare che ci si possa entrare unicamente con l’intervento delle Teste di Cuoio.

    Joe Perfiumi

  399. Joe Perfiumi

    Popper Brandie è un predicatore strambo.
    Ermetico.
    Non ama le prediche.
    Non ho ancora capito se il suo linguaggio sia stato fulminato , nottetempo, da qualche angelo svitato.
    E poi si macera in un eccesso di autostima.
    Si dice che si sia fatto rifare l’aureola con la gobbetta da un chirurgo estatico.
    Non mi quaglia quel Popper Brandie.
    E se mi lascia tranquillo, è molto meglio.

    Joe Perfiumi.

  400. Joe Perfiumi

    Bill il Mandrillo ha inaugurato il sesto corso per stagiste.
    Nella sua capanna ovale che profuma di tronchi sempre nuovi, suonicchia spesso con la sua Monica a bocca.

    Joe Perfiumi.

  401. Joe Perfiumi

    Monica è legata a Bill da un tenero legume.
    Nato da un innocente bacello.
    Popper Brandie, il predicatore strambo, dice in giro che sono due luridi peccatori.
    Oggi l’afa incalza.
    Dal lago si leva un pessimo odore.
    Così succede che le scardole comincino a dare un’occhiata sotto le carpe.
    Popper Brandie si è accampato a cinquanta passi dal mio campo.
    Preghicchia e beve come una spugna.
    “E’ una vergogna”, borbotta ,stortando il naso da condor scentrato.
    E inveisce contro Bill il Mandrillo e le sue stagiste.
    Contro la puzza del lago.
    E poi ancora contro Bill.
    Con un livore pervaso da acredine.
    ” Copula più di un falconiere chirghiso”,urla il predicatore al mondo.
    La furia del predicatore mi annoia.
    Mi allenta la cintura dei pantaloni.
    Adesso mi sparo un bel pisolino.
    A proposito.
    Per il falconiere chirghiso c’è sempre un posto alla mia tavola.

    Joe Perfiumi.

  402. alessia e michela

    Falco Accecato stava meditando.
    Pensava, come gli accadeva da tempo, ai cattivi esempi ricevuti da gentaglia come Popper Brandie.
    Tuttora accampato a cinquanta passi dal campo di una persona che in questa storiaccia conta molto. E non si ferma mai, sapendo che i numeri sono infiniti: corre il rischio della afonia eterna ma se ne fotte.
    Quello, invece, preghicchia e continua a bere come una spugna.
    Ha da poco sbottato in un: “E’ una vergogna”, e continua a storcere il naso da condor scentrato che svolazza sul Condor Paso.
    E non trova di meglio che inveire contro Bill il Mandrillo e le sue stagiste ormai incartapecorite pur coltivando belle speranze.
    Certe volte oscene.
    Ce l’ha con la puzza del lago.
    E poi ancora con e contro Bill.
    Con un livore pervaso da acredine, sempre con il medesimo tono da disco incantato, torna a dire, come non avesse corna di proprietà di cui occuparsi:
    ” Copula più di un falconiere chirghiso”.
    Lo ripete come una litania; poi lo urla al mondo il predicatore starnazzante.

    Cattivi esempi!E di sarebbe stata la colpa altrimenti?
    22 figli non si fanno senza aver appreso l’arte della fornicazione errante, quella incontenibile che ti afferra alle spalle e ti fa andare via, verso l’obiettivo, come fossi incurante del pericolo.
    Si, di questo si tratta: di sprezzo del pericolo e non di piacere carnale.

  403. alessia e michela

    E di!
    Riavvolgendo il flusso dei pensieri, ritorna anastaticamente indietro percorrendo, appunto, la mente in maniera anastatica:
    Cattivi esempi!E di sarebbe stata la colpa altrimenti?
    22 figli non si fanno senza aver appreso l’arte della fornicazione errante, quella incontenibile che ti afferra alle spalle e ti fa andare via, verso l’obiettivo, come fossi incurante del pericolo.
    Si, di questo si tratta: di sprezzo del pericolo e non di piacere carnale.
    Altro che copula a perdere!
    22 figli ruba pane a tradimento che vanno a caccia e non portano mai neppure quanto basterebbe per pagarsi l’acqua che pure in certe plaghe scarseggia e costa un occhio della testa.
    Anzi due.
    Altrimenti come si spiegherebbeil suo lungimirante nome?

  404. alessia e michela

    “Copula a perdere”: frase idiomatica tratta dall’idiona della colonia svernante di scimmie genuflesse onaniste.

  405. alessia e michela

    Il valore simbolico di quelle faccende non era sfuggito a Totemico Memorandum.
    Con la sua apparecchiatura fotografica installato sul piedistallo, aveva atteso che tutti lgi indiani si sistemassero in formazione scalare.
    I Tori erano chiaramente tutti Seduti.
    I più alti stavano dietro.
    Alle loro spalle c’era il Mausoleo Tepee con gli scalpi dei visi pallidi solo in parte scuoiati.
    Finalmente, per attrarre la loro attenzione, schioccò le dita.
    Quel mezzo trauma fu abbastanza agevolmente superato dai pacifici indiani, abituati al silenzio delle steppe.
    Ma quando il lampo di tungsteno si elevò alto e rumoroso scapparono tutti.
    La foto venne inevitabilmente mossa.
    Il fotogrfao imprecò chiedendo l’intervento divino, in f orma di fulmine sulle chiappe fuggenti.
    Tuttavia, amando la fotografia in maniera esasperata, nel tentativo di salvare il salvabile, guardò la lastra.
    Notò due stranezze tra un fatto normale: erano tutti mossi e questo ci poteva stare.
    Ma ve ne era era uno, un guerriero dallo sguardo feroce, che era più mossi di tutti.
    Eppure riconobbe in lui Armato Cemento, che di solito se ne stava fisso come un fesso.
    Altra stranezza:
    in alto, nel cielo terso, c’era qualcosa che volava come fosse un oggetto non identificato.
    E chiaramente sbottò: UFFA’. Che corresse in un più contenuto A! UFO!

  406. Joe Perfiumi.

    La vita è buffa.
    Rileggendo cose di marzo,aprile.
    E intanto la compagna di Chuk il coyote ha scompaginato la sua tana con un ventaglio di dieci cuccioli.
    Dieci coyote con lode.
    Monta l’onda delle nuove generazioni.
    Buon segno.

    Joe Perfiumi.

  407. Matilde Britz.

    Ho letto i 409 interventi.
    Pochi ma divertenti.

    Matilde Britz.

  408. Pingback: VareseNoir: gli articoli più letti da sempre | VareseNoir

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